venerdì 23 marzo 2018

Scarti di Giuseppe Marcenaro


Preponendovi un’introduzione sfacciatamente depistante, Giuseppe Marcenaro scrive un ponderoso, ma non troppo, libro di aneddotica letteraria e storica. Scarti però, questo il titolo, è bensì un esercizio di stile – nel senso più fecondo che questa locuzione può assumere. In sintonia, in breve, col lettore ‘poliocchiuto’ e ‘saputo’, che apprezza le cose dette bene, con gusto, ironia e, soprattutto, con humour.
Le ‘cose’, intanto: marginalia, glosse, pochade, ritrattini cavati da cartoline, lettere, ricordi, aneddoti e, naturalmente, libri, ordinati secondo un criterio cronologico, dal secolo decimosettimo alla metà suppergiù del ventesimo, spaziandosi fra la Francia e l’Italia, con capatine nel resto del mondo. Leopardi, Napoleone, Rimbaud et Verlaine (cui l’autore dedicava, poco tempo fa, un libretto di 327 pagine: Una sconosciuta moralità. Quando Verlaine sparò a Rimbaud, Milano, Bompiani, 2013), Proust, Joyce, Svevo, D’Annunzio, Montale (qui vi rinvio al suo Eugenio Montale, Milano, Bruno Mondadori, 1999), Caruso (il tenore), Croce, Ansaldo (vi rinvio qui a un curioso testo curato dal nostro: Lettere al redattore capo. Dalle carte di Giovanni Ansaldo, Archinto, Milano 1993), Longanesi alcune delle celebrità, convocate assieme a uno stuolo di sconosciuti o semisconosciuti, di «inabissati», come ripete Marcenaro (cfr. pp. 118, 175, 189): Paolo Lingueglia, autore di una raccolta di poesiole intitolata Liriche ferroviarie, con acquarelli del pittore P. Baratta; un generale Kanzler, proministro delle Armi dello Stato della Chiesa, annotatore indefesso di nomi e fatti dei suoi ufficiali e impiegati; Tina di Angelo, mezzosoprano un tempo celebre di cui non ci resta, quasi, che una anomala ‘autobiografia’ assemblata coi ritagli di giornale che la celebrano (uno scrapbook); Aloysius Bertrand, scrittore morto in miseria (ma chi non conosce il Gaspard de la nuit? Certo, anche grazie a Baudelaire e a Ravel) eccetera eccetera.
Sopra il suo ‘materiale’, Marcenaro opera una specie di ‘critica letteraria’; una critica che è scrittura e riscrittura parodica: con che si intende una tecnica della citazione e della composizione; e una beffarda ‘ripresa’ (la Gentagelse kierkegaardiana?). Marcenaro è un trouvailleur, ma in un senso non deteriore, un trouvailleur di trouvaille(s): parola di cui dobbiamo rappresentarci l’intero suo ‘spettro’ lessicografico: scoperta fortuita, par hasard, oppure no, cosa eccezionale e cosa di nessuna importanza, felice ispirazione, schizzo ingegnoso, trovata lessicale. L’altra parola, perché ce n’è un’altra, l’altra parola che mi pare avere una certa fortuna nella ‘designazione’ del libro è la parola scrap; parola che, difatti, ricorre qua e là nel volume (e che ho cerchiato, p.e., alle pp. 113, 117, 137, 173, 177). Mi sono domandato se scraps non fosse il titolo ideale del volume. Scrap è il rottame, lo scarto, a remnant, ciò che rimane, una parte sconnessa; ma, soprattutto, uno scrapbook è un album di foto, di ritagli, di annotazioni sparse. Ho sollecitato amici sulla traduzione di scrap nel caso in cui scarps fosse il titolo di un libro di aneddotica storica, letteraria ecc. Le risposte meriterebbero tutte una menzione ma, per non dilungarmi troppo, mi limito a tre. Una prima traduzione è lacerto, che è sì figuratamente un frammento, ma che nell’uso napoletano, recita il vocabolario Treccani, è altresì «la riparazione di crepe nei muri mediante inserzioni di conglomerati e frammenti di pietra». Ugualmente la parola collages – è un’altra proposta – suggerisce l’idea di un riutilizzo del materiale di scarto, dei rimasugli, secondo una ‘logica’ che, in ambito culinario, appartiene alla polpetta. Monnezza, invece, è parola e nozione cui Marcenaro fa ripetuto riferimento nella sua scherzosa introduzione. Una battuta soltanto che cavo da lì (p. 13): «Oggi la scrittura, al contrario della monnezza ha perduto peculiarità».

Il cadavere rapito di Marcel Jouhandeau

Marcel Jouhandeau, scrive Blanchot, «vede correttamente ciò che è presente solo rappresentandoselo assente o in un’immagine che lo faccia sembrare immaginario» (Blanchot, ‘Chaminadour’, in Faux-pas, Paris, Gallimard, 1943, p. 273). Questa esigenza, questa più che quella di trasporre la propria autobiografia in fiction, ciò che peraltro avviene nei suoi racconti – nella sua opera –, appare insopprimibile in Jouhandeau. Ed emerge subito in un’arte che Jouhandeau sa esercitare meravigliosamente: l’arte del ritratto, del portrait.  Yves-Alain Favre, in un piccolo testo dedicato all’argomento, ha notato che i personaggi di Chaminadour, da cui proviene Le cadavre Enlevé e quell’abate Diverneresse che ne è il protagonista, non sono mai colti in un ritratto statico bensì sempre in movimento; inoltre la rarità dei tratti fisionomici è compensata dai dettagli intensamente evocativi (‘L’art du portrait dans les romans de Bosco, Chardonne et Jouhandeau’, in Le portrait, a cura di Joseph-Marc Bailbé, Publication Univ. Rouen Havre, 1987, n. 128, p. 155). Ecco come il lettore del Cadavre fa conoscenza dell’abate: «Un fantasma calvo e avviluppato in panni bizzarri stava uscendo dalla chiesa» (M. Jouhandeau, Il cadavere rapito, Milano, Adelphi, 2016, p. 11). Subito dopo impressiona il dettaglio delle mani, «scolpite in vecchio legno di ciliegio», «vere e proprie ‘cose’, cose pressoché eterne, preziose, cariche di luce interiore» ecc. Ma la stessa mobilità e la stessa predilezione per i dettagli evocativi sono, per esempio nelle Pages égarées – le prime che s’impongono alla memoria di chi scrive, con Tirésias, ovviamente –, caratteristiche dei ritratti dei ragazzi: Jenny è alto e pallido, i suoi atteggiamenti sono imprevedibili, «le membra sparse attorno al torso [sono] come i rami e le radici dell’ulivo»; Max, invece, svestendosi si presenta in questo modo: «Sono nato durante l’occupazione da un padre tedesco e da una madre bretone […] non ho conosciuto affetto alcuno […] Con me si ha a che fare con una canaglia» (M. Jouhandeau, Pages égarées, Paris, Pauvert, 1980, pp. 101 e 125, tr. mia). Ancora Favre asserisce che al nostro autore interessa solo la psicologia. È un’affermazione condivisibile se accostata a quella che chiude il saggetto: Jouhandeau, vi si dice, «osserva gli uomini con la curiosità golosa […] del teologo» (art. cit., p. 163). Psicologo, teologo, Jouhandeau è attirato dal ritratto morale. Sul che bisogna intendersi, giacché un simile ritratto coglie – o vorrebbe cogliere – l’essenziale dell’uomo. Se la molla è il piacere, il piacere sensuale che l’uomo Jouhandeau si prende con i ragazzi, o la semplice curiosità, come ammette lealmente nelle Pages égarées, la mèta è sempre la conoscenza: «Senza il piacere che n’è stato il pretesto, mai avrei incrociato il cammino di questo calderaio. Ora, il piacere che mi sono preso con lui conta infinitamente meno del fatto di conoscerlo» (op. cit., p. 29). E poco più avanti (p. 37): «Il Paradiso e l’Inferno, per me è questo l’Uomo. I continenti del suo corpo e della sua anima hanno ispirato tutti gli spostamenti del mio sguardo e della mia attenzione, senza che abbia mai avvertito la minima spossatezza». Forse si potrebbe riprendere qui la vecchia distinzione teologica fra imago Dei e similitudo Dei: se l’uomo è l’immagine di Dio nell’ordine della natura, anche dopo la caduta, ne è bensì il somigliante nell’ordine storico o escatologico, tramite la volontà, la scelta, un apprendistato, un perfezionamento. Più che a un’imago statica, i ritratti di Jouhandeau mirano a cogliere una similitudo dinamica, la somiglianza (con Dio o con il diavolo) nel suo prodursi: iscrizione di una virtù, di un vizio, di un’abilità, di una perfezione. È solo la dynamis, qualunque direzione imprenda, qualunque sbocco raggiunga, a importargli davvero. La visione teologica di Jouhandeau, che è pure un’antropologia, trova una formulazione efficace proprio nel Cadavre, in un breve passaggio: «La teologia di padre [Diverneresse] si fondava tutta sulla ‘grandezza’ dell’uomo. Sosteneva, l’Arciprete, che non c’è un ‘prima’, né un ‘alla fine’ delle anime buone e delle anime cattive; ma ci sono anime che possiedono la grandezza ed altre che ne sono prive». Occorre rigettare la mediocrità nel bene e nel male e ridurre la predilezione per l’uno o per l’altro a «un accessorio, [a] un accidente marginale e temporaneo della grandezza» (op. cit. p. 44). E, d’altra parte, «l’albero del Bene de Del male nel mezzo del Paradiso è l’uomo» (Pages égarées, cit., p. 77). Padre Diverneresse è una di queste anime destinate alla grandezza, alla elevazione. La vicenda dell’arciprete – a raccontarlo è lo stesso Jouhandeau in La vie comme une fête. Entretiens, Paris, Pauvert, 1977, p. 51 – trae ispirazione dalla personale vicenda dell’abate Cialis, un canonico che Jouhandeau aveva conosciuto quand’era ragazzo. Calunniato presso il vescovo di Limoges a causa di un’amicizia femminile, l’abate viene chiamato a fornire chiarimenti sulla sua condotta. Monta sul treno una mattina ma spira durante il viaggio. Il treno conduce il cadavere fino a Dorat, cittadina di cui l’arciprete è stato il vicario, e lì, dove è stato amato e stimato, vi trova pressappoco la propria apoteosi. Il Cadavre enlevée racconta questa medesima vicenda. Jouhandeau lo fa precedere dalla seguente epigrafe esplicativa tratta dall’epistola agli ebrei: «… et non inveniebatur, quia transtulit/illum Deus…» (Ad Hebraeos, 11,5). Anche padre Diverneresse, come l’abate Cialis, suo referente storico, o come il patriarca Henoch, trova, al termine del suo viaggio, una sua bizzarra apoteosi. Il cadavere, infatti, viene prelevato e intronizzato dalla comunità. Il vecchio decano che lo ha assistito nei suoi primi anni lo commemora così, definitivamente: «Dio sa quale rimorso ha spinto cinquant’anni fa Jérôme Diverneresse a lasciarci per un esilio volontario. Io sono l’unico a saperlo. Se Dio ce lo rende, è perché non solo gli ha perdonato, ma lo ha anche santificato.» (op. cit., p. 70). Ed ecco, direbbe Blanchot, il perfetto ritratto di un uomo assente e immaginario.

giovedì 22 marzo 2018

Masolino

... venue simultanée du Même et de l’Autre (simuler c’est, originairement, venir ensemble).Foucault


Vorrei qui parlarvi di Masolino. Pierre Klossowski vi entrerà solo di sguincio. Il che può far supporre – ciò che non è del tutto inesatto – che preferirei parlare di Pierre Klossowski. Del mago – e cioè di P.K. – ho finalmente acquistato il Nietzsche. Che, a dire il vero, avevo letto un quarto di secolo fa – scrivo così per far capire che il tempo passa – compulsandone la copia del summenzionato Masolino. Il quale l’aveva ricuperata chissà dove essendo esaurita – alludo alla vecchia edizione Adelphi – da tempo. Cos’è l’invidia! Il Nietzsche adelphiano mancava alla mia collezione e, allorché si trattò di restituirlo al legittimo proprietario, traccheggiai alquanto. Cominciò così un siparietto che andò avanti per un po’. Quando andavo da lui, chez lui, gli furavo la copia del Nietzsche; quando veniva da me, chez moi, gliela facevo trovare in bella mostra sullo scrittoio; e tutte le volte prorompeva in un «Ah, ma l’hai trovato!», immaginando che l’avessi ricuperata presso qualche libraio, rigattiere, pizzicagnolo, chez eux, insomma. Sull’antiporta, però, ritrovava puntualmente il suo nome scarabocchiato: «Masolino» (o Masolin, come talvolta si firmava, da leggersi Masolen o anche Masolan, se sdruccioliamo da una ɛ̃ su una ɑ̃, come spesso avviene nel caso del povero Chopin). Masolino amava il mago e amava ‘compendiarlo’ citando a memoria l’incipit del ritrattino che ne fa Alberto Arbasino nel suo Parigi o cara: e cioè quell’elenco dove si menzionano «massacri rituali», «supplizi gaudiosi», «orifizî dell’ignominia», ma pure una Roberta fra mayonnaise e crudités: una pasquinata delle sue, del bell’Alberto, adorabile maître coiffeur.
Finì che uscendo dal portone, Masolino, una mattina d’estate, se ne andò a Parigi portandosi appresso un amico eclettico che di P.K. conosceva solo il frustulo arbasiniano. A Parigi, i due gli fecero la posta per qualche giorno. Da lungi vedevano il vecchio mago scortato da Roberta salire stentatamente sul sedile posteriore di un’automobile: andava, a quell’ora, ad appiccare il fuoco alle Tuileries, ma loro lo ignoravano. Il terzo o quarto giorno lo accostarono e gli domandarono di essere ricevuti: «Je m’appelle Masolin et je suis votre fils... vous êtes mon père...». P.K. li invitò a presentarsi il giorno dopo; ciò che permise ai due di ricuperare un’interprete, ché il loro francese era piuttosto elementare: «Je voudrais une baguette et deux croissants». «Voulez-vous monter sur mon dos, miss? je suis Centaure». Il giorno dopo, quindi, si presentarono chez lui con l’interprete, la macchina fotografica e un magnetofono che venne piazzato dall’amico eclettico sopra il davanzale di una finestra spalancata: il posto più adatto per registrare i rumori del traffico cittadino. Masolino poneva domande stropicciandosi le mani dal contento e tendendo l’orecchio destro – talvolta il sinistro – alle risposte un po’ biascicate del vecchio mago. Il quale mago intuì subito le difficoltà di una comunicazione che avveniva attraverso il codice dei segni quotidiani (le code des signes quotidiens), detto anche linguaggio istituzionale (langage institutionnel): «Marilyn,» disse a un certo punto «Marilyn Monroe»; e prese a tracciare un volto nell’aria. Masolino capì: non un’icona sibbene un simulacro. E poi quel giovane amico che s’era gettato dalla finestra: Deleuze; e qui mimò con la mano il cadimentaccio. Anche qui Masolino capì: «Un but n’est, lui aussi, qu’une image provoquée par des forces agissantes, lesquelles sont éprouvée et codée en tant qu’intention» (Nietzsche et le cercle vicieux, Paris, Mercure de France, 1978, p. 85); e cioè: lo scopo non è che l’immagine (fallevole) provocata delle forze attive, le quali vengono sentite e codificate come intenzione. Masolino lo guatava con gratitudine e il vecchio, con un gesto ieratico, scoprì le sue tavole: erano lì, tappezzavano le pareti, nessuno le aveva notate perché stavano nell’ombra, ma ora improvvisamente si erano illuminate: Ogier e il Gran Maestro colpiti da un fascio di luce (appunto), Nietzsche a quattro zampe e col guinzaglio, i mustacci a spazzare il pavimento, Roberta appesa alle parallele. Fu proprio Roberta a rimbeccarlo: «Pierre, voi non vi occupate più di nulla!».
Masolino tornò a casa. Di quell’avventura restano le registrazioni dei rumori del traffico cittadino, i richiami delle clacsonate, les rires des enfants (les Rires des Dieux...), all’uscita dalla scuola e timbri mormorevoli di fondo, indecifrabili, inscambiabili (échangeables). E delle fotografie: del Mago, che stringe fra le mani una copia del Nietzsche, con Masolino; dell’amico eclettico con Marie Denise Roberte. La tesi di Masolino su P.K. chiude un capitolo della sua vita; nell’attesa che, attraversando l’oblio di tutte le identità fin qui incarnate, torni nella stanza gotica (gotisches Zimmer) del Maestro, e cioè nel suo atelier, a conversare con lui.
Chiudo qui il mio ritratto. Mi accorgo solo ora che Pierre Klossowski non vi entra punto di sguincio: il mio primo impulso ha preso il sopravvento.

martedì 20 febbraio 2018

Sul Bafometto di Klossowski (una non-recensione)


Adelphi ha appena pubblicato Il Bafometto di Pierre Klossowski nella bella traduzione dell’esimio Giuseppe Girimonti Greco; è una traduzione che va ad aggiungersi a quella altrettanto bella di Luciano De Maria (il critico/traduttore, non il bandito) ancora disponibilissima nel catalogo ES. Fresco della lettura della ‘versione’ adelphiana mi sono messo a cercare recensioni in rete, ché una domandina sull’accoglienza del romanzetto ‘scandaloso’ presso il parterre dei critici/recensori non mi è parsa fuori luogo. Scandaloso lo metto fra virgolette ché è attributo congiunto pedissequamente all’operina. Ne ebbi prova provata all’epoca in cui la mia antica libraia, fa venticinque anni, mi disse: «È un libro scandaloso», allorché ne acquistai una copia per regalarla. «Ma lei lo ha letto?» – «No, ma è un libro scandaloso». Nel frattempo la mia antica libraia è morta; ed è morto altresì Pierre Klossowski – che, interpellato a Parigi, proprio in quegli anni lì, fra le mani Nietzsche et le cercle vicieux, ti intratteneva su Marilyn Monroe (per lui non un’icona sibbene un simulacro) e si rammaricava per le morti premature di Foucault e di Deleuze (di cui mimava con la mano il tragico tuffo dalla finestra). «Mi occupo di questo e di questo», aggiungeva e Marie Denise (Roberte, proprio lei!), di rimando: «Pierre, parbleu, voi non vi occupate più di nulla!». (Debbo questo aneddoto al semprevivo Fab Volonté). Beninteso, scandaloso lo è, Il Bafometto, soprattutto quando si sia disposti a scandalizzarsi per quel miscuglio – che non è affatto un miscuglio – di pornografia e teologia. ― La mia curiosità, e torno al mio argomento, è andata in parte delusa. Poche, pochissime le recensioni (o le menzioni o le chiose), e ‘sfocate’. Almeno così mi pare. Pasquale Di Palmo, sul «Manifesto», afferma che «non [è] condivisibile l’asserzione [di Blanchot] riguardante un supposto umorismo insito nell’opera di Klossowski. Non v’ha umorismo in un libro che eccita il riso dall’inizio alla fine? «Si riscontra semmai – prosegue Pasquale Di Palmo – il desiderio tragico di sottrarsi alle regole di ciò che è «umano, troppo umano», in cui flebili, o del tutto assenti, sono gli intenti parodistici, pur essendo presenti dissacrazione e iconoclastia». E qui abbiamo la ragione del malentendu. C’è tragedia al di là del comico e del tragico dell’umano troppo umano? C’è tragedia nel mondo bafomettiano dei soffi spirati (morti) dove la morte ha cessato il suo imperio e le identità (personali) sono ridotte a pure intenzioni? E, d’altra parte, non v’è parodia nella compossibilità di due regni: quello di Dio Padre, portinaio della memoria e delle identità, ‘dannatore’ e salvatore; e quello di una Teresa d’Avila, portinaia dell’oblio, che, quasi in vena di facezie, invita alla metamorfosi? Che il ‘tragico desiderio’ di Di Palmo non sia che un dubbio sulla legittimità – sull’ilare serietà – di questa ‘operazione’? Luigi Azzariti-Fumaroli, su «Alfabeta2», espone il dubbio in maniera più diretta: se il simulacro klossowskiano dice «tutto simultaneamente e simula senza fine l’opposto di ciò che dice», come vuole Klossowski (ma dove ne La rassomiglianza?), e se «è pur vero che anche questa volontà di assumere la realtà come perenne occasione di ricorrenza dell’irreale deve lasciare il passo a un movimento di discorso capace unicamente di ‘soffiare’, ovvero di effondersi e disperdersi, ‘sparpagliando l’atto di scrivere’» ecc. ecc., che fine facciamo? Ed anche: dove andiamo a parare? Una risposta – non esattamente sua – Luigi Azzariti-Fumaroli sembra fornirla: perveniamo a una specie di «spettacolo teatrale in cui, dietro i paludamenti trecenteschi di una leggenda templare che mescola perversione e trascendenza, si rappresenta una declamazione ‘emozionale’, vocata non già ad elicitare le lacrime, ma – ha scritto Gilles Deleuze – a fare spazio alla ‘pura mozione o puro spirito’». Ciò che, secondo Klossowski, obbedisce al carattere teatrico della teologia. È poco? È tanto? È una specie di ginnastica o di terapia? Non ci è dato di saperlo. ― Ho letto anche un terzo intervento, di Matteo Metta, ma mi sono accorto che risale a dieci anni fa, all’epoca in cui Marsilio fece uscire un libretto con i disegni klossowskiani appartenuti a Carmelo Bene. Si parlò di questo libretto solo per rimarcare il contrasto tra Bene e Klossowski; ciò che m’interessa poco. «Questi cartoni a matita – scrive Metta – trattano temi perturbanti e scandalosi, parlano di desideri erotici e idoli diabolici, di afflato mistico e omofobia». Temi scandalosi? Omofobia? Su queste fesserie ho interrotto la mia lettura.

venerdì 9 febbraio 2018

Spigolature (quasi una rubrica)


1 Genn. 18

Ore cinque del mattino. Nel bar di un’area di sosta autostradale entra una coppia: lei e lui. Lei è una giovane e bella e pimpante sudamericana; lui un autoctono anzianotto con un cappello rosso pieno di strass. Lui reca sulle spalle la stracchezza del mondo; lei no. «Sono senza forze», dice lui. Hanno ballato tutta notte. «Purché non faccia la fine di Borodin», dico io – Borodin che crollò fulminato da un infarto del miocardio, nel 1887, durante una festa di ballo in maschera a Pietroburgo (s’era a carnevale e Borodin era vestito da mužik: e cioè da campagnolo). Non mi sta coppia antipatica questa coppia: lui è mite; lei pure. «Che fine fece questo suo amico?» domanda lui. «Si addormentò sul sofà. «Ah, come vorrei fare la fine di Borodin!».
(sorbendomi, fresco come una rosa, il primo caffè della giornata)

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Brutto segno, esclama Guido Ceronetti, la vecchia, rosicchiata cariatide, e prosegue: «Non ne vengono che notizie di buona salute economica». Parla dell’America di Obama, in questo suo Tragico tascabile adelphiano (Kitsch d’autore direbbe La Porta), di Obama che gli appare sospetto, e cioè «illuminato di loggia» e forse, forse, un «utile idiota». Si è che s’è fidato – Ceronetti, non Obama – della «giornalista Enrica Perucchietti», quella di Unisex (contro il gender), di Le origini occulte della musica, di, ovviamente, L’altra faccia di Obama. Insomma, della rumenta editoriale (da cui si leva, per dirla con vecchio amico, Sándor Márai, il vapore della menzogna). Bene, il Nuovo Ordine Mondiale lo lasciamo a quelli che Giuseppe Pontiggia chiamava gli «aruspici della storia, abili soprattutto a predire il passato»…

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4 Genn. 18

Stamani, nelle ore antelucane, mi sono recato dalla mia medica. Immaginavo di accomodarmi nella sala d’aspetto e di leggere per un’oretta in tutta tranquillità ma ho trovato il cancello sbarrato, inchiavardato. Il cancello è rimasto chiuso e poco ci è mancato che la medica, montando sull’ascensore che a nessuno era venuto in mente di utilizzare – nemmeno a me –, si ritrovasse in un ambulatorio deserto. Ho preso posto nella sala d’aspetto ma non sono riuscito a leggere: solitamente sono le voci petulanti a distogliermi; stavolta è stato un vecchietto che, ahimè, effondeva un discreto fetore. Quando la medica mi ha ricevuto, senza mettere tempo in mezzo mi ha detto: «Lei è ammalato, lei ha l’influenza. Mi faccia vedere cosa sta leggendo». Le ho agitato davanti alla faccia A Grief Observed (Diario di un dolore) di C.S. Lewis. «Per il morale!», ha commentato lei. (E qui debbo precisare che la mia medica è sempre interessata alle mie letture. «Ma ha già terminato l’Eneide?», mi domandò la volta che mi presentai con la Vita del lappone di Johan Turi. Non ricordavo neppure di aver portato con me l’Eneide in precedenza). Pochi minuti dopo, incamminandomi verso casa, con la diagnosi certificata in mano, mi sentivo pervaso da un debole ottimismo.
(verso casa)

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Stamattina potrei abitare in pianura, nella Bassa: una fitta nebbia avvolge le colline attorno a Comabbio, la Pelada, il colle che i comabbiesi hanno battezzato così; una fitta nebbia che si solleva appena dietro la mia magnolia secolare. Leggo in un libro intitolato, prolissamente, «Museo di fisica e di esperienze variato, e decorato di osservazioni naturali, note medicinali, e ragionamenti secondo i principij de’ moderni, con una dissertazione dell’origine e della prima impressione delle produzzioni [sic!] marine, come fucus, coralline, zoophite, spongie, ed anche, intorno l’origine de’ funghi, con figure in rame», leggo la seguente domanda: «Perché le nebbia si genera nell’infimo seno dell’aria e nel contatto della terra?». La risposta è che «la materia della nebbia è assai più crassa di quella della nuvola». Non so perché ma rinvengo una sfumatura ‘morale’ in queste parole.

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Let’s Go Fishing

«Il futuro riserva un crollo del mercato? Se hai un portafoglio di almeno 350.000 euri, scarica la guida redatta dalla società Fischer, famoso gestore finanziario». Le domande sono tante (un’altra: «Sei pronto per la pensione?») e a rispondere è sempre la guida Fischer del famoso gestore finanziario Fischer; probabilmente sempre la medesima guida con una copertina arrangiata secondo i casi: foto di un incravatto a piedi nudi sulla sedia a sdraio di una playa solitaria al tramonto; foto di due vecchi abbronzati e legnosi con le gambe spenzoloni dallo yacht. A proposito di portafoglio: stamani ho chiesto al pesciarolo di stare nei dieci euri che mi rimanevano; e ho pranzato lautamente e non abbisogno di nulla.

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9 Genn. 18

Ieri, sulle rive del Verbano, è piovuto fango. Stamani, invece, tuoni e fulmini e un acquazzone, come d’estate. Questo per dire che non è vero che non esistono più le mezze stagioni, e che abitiamo una terra di mezzo...

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Mi sono sempre domandato se Britten e Pears se la fossero presa per quella gustosissima parodia che Dudley Moore, il geniaccio, scrisse e interpretò; e a cui affibbiò un titolo irriverente: Little Miss Britten. Ora scopro che Bennett è in grado di fornirci notizie di prima mano su quello che definisce un disastro; ovviamente tra virgolette. Lo fa nella sua introduzione a The Habit Of Art (Il vizio dell’arte, Milano, Adelphi, 2014). Le introduzioni di Bennett contengono spesso delle ‘improvvisate’. ― Mi accorgo di non aver precisato due o tre punti, che, peraltro, mi paiono superflui. Britten e Pears, lo sanno tutti, erano una coppia affiatata nella musica e nella vita; erano, anche questo è noto, omosessuali; Bennett stava nello spettacolo Beyond the fringe che Britten e Pears andarono a vedere – disastrously – nel 1961 e che aveva in Moore e Cook due campioni; Moore e Cook non erano omosessuali; Moore era l’autore e l’interprete di quel breve song intitolato Little Miss Britten che pigliava in giro il grande compositore inglese, e cioè Benjamin Britten e il suo interprete preferito, e cioè Peter Pears. Moore fu molto abile a mettere in parodia lo stile di Britten e i manierismi vocali di Pears. ― Torniamo a Bennett. Che ci dice Bennett? Che i due se la presero a morte.

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Un amico, un vecchio amico, di quelli devoti, è passato da me, l’altra sera, per lagnarsi, con dispetto, ma pure con una malcelatissima invidia, del fatto che i colleghi suoi fornicano al cesso con certa atletica (sportiva) frequenza. «È la fregola, l’universale fregola», sibila roteando gli occhi glauchi e pesti; «son gatte e gatti bigi di gennaio». Gli fo notare che Frazer (lo riporta pure Freud), ne Il ramo d’oro, racconta di come il contadino e la contadina… «Indove? Indove?» – «sull’isola di Giava», rispondo… sull’isola di Giava, fino a poco tempo fa, il contadino e la contadina gissero di notte per i campi accoppiandosi qui e là onde stimolare, per similitudine, la fecondità della terra e garantirsi il raccolto del riso. «E dunque?» fe’ – «E dunque eccoti la chiave dei bagni: fornicano non per fregola sibbene per accrescere la produttività».

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Calista

Calista è una agiata donna di quarant’anni ed è anche una bambina povera. D’altra parte la sua natura istrionica, profondamente istrionica, le consente di essere l’una e l’altra, talvolta simultaneamente. Ecco una spaventosa conseguenza: Calista mente, mente per la strozza, e anche quando minaccia col pugno levato, e minaccia spesso, si appella a princìpi immaginari, a ordinamenti fantastici, ad autorità chimeriche. Solo quando sbatte la faccia contro la realtà – perché capita che la realtà le si pari innanzi – tace; o comincia a tacere, dopo aver tentato di sedurla, giacché non c’è istrionismo senza circuizioni, allettamenti, seduzioni. Ma la realtà è più spesso occultata, velata dalle distrazioni, dalle sventatezze, dai passatempi, dai soldi scialacquati. Calista e la povertà, dove la povertà è tutta sua: povertà intellettuale e morale; paura di essere povera. La povertà è la realtà di Calista cui Calista sfugge coi soldi, spendendo i soldi (non suoi, sibbene dell’ennesimo Freddy Chuchuca che desinit in piscem ma dalla parte della bocca). Calista ha un figliolo che, nella sua, di lei, voracità di vita e di benessere, ha cacciato fuori, nel mondo, da bambina – è ragazza-madre. Lo ha espulso e continua a espellerlo, pure tenendolo accanto a sé, dentro la propria borsa, che riempie di gente di ogni età e di ogni condizione purché pronta a rendere un servigio (nella sua voracità Calista ha persino la bocca buona). Lo ha cresciuto male il figliolo, anzi, malissimo, e se si è salvato è perché l’evidenza dell’inadeguatezza materna (e paterna) lo ha esortato, ancora in fasce, a una sana autoistruzione. Il figlio: Calista lo detesta cordialmente ché è la sua realtà, la povera realtà da cui fugge. Non ci sono che realtà-povertà cui sfuggire in qualche modo e a qualunque costo, per Calista. Anche lo psichiatra, lo psicoterapeuta e tutta la scienza medica sono lì per curare la realtà-povertà, mica Calista che si specchia nel salone di bellezza.

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Cadrei Suoli

«Ciao Cadrei, io amo … una ragazza introversa e a cui il sesso interessa pochissimo. Ho 28 anni e lei 26, siamo legati da tre e la cosa si fa sempre più intensa e profonda, con progetti forti. Lei, però, non è per nulla interessata all’atto sessuale. Tra noi c’è molto erotismo, ma diverso: sguardi, avvicinamenti, carezze molto leggere. Finora ho accettato senza troppa fatica, anche per rispetto ai suoi principi religiosi»… eccetera eccetera. Ora sappiamo che Cadrei Suoli, titolare di un’eterna rubrichina su «Danno io», inserto di un quotidiano che non mette conto nominare qui tanto è popolare, ora sappiamo, dicevo, che le lettere se le scrive da solo. Infatti, questo è il suo stile: e cioè lo stile dei vecchi maestri di scuola, che erano celibi e irradiavano, con la fisionomia prima che con le parole, un paternalismo saturnino (l’espressione è di Manganelli). Le ciabattine di Suoli (che esibiva in un’intervista) sono una controprova coi fiocchi e inducono almeno un quesito fondamentale sul testosterone di chi le calza. Mi veniva, a dire il vero, così, sulla punta della lingua, la parola calzatore. Calzatore è però, ovviamente, e nell’uso siciliano, l’arnese con cui ci si calza le scarpe. Ora è il momento di interrompere questa lungagnata, giacché le ciabatte non si calzano col calzatoio; né il Nostro vi somiglia in alcun modo; e in luogo dell’avorio, del corno, richiama invece una bisaccia di cuoio.

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Cerco notizie su questo abbé Cialis, arciprete di Guéret, che ispirò a Jouhandeau un gustosissimo raccontino intitolato Le cadavre enlevé, e non trovo che la réclame del noto farmaco indicato nella disfunzione erettile. Le mie informazioni sul presbitero – sul presbitero, non sul farmaco, ché quelle su farmaco si limitano a un «non lo assuma se ha avuto un ictus recentemente» – sono scarse. Se non capisco male, un giovanissimo Jouhandeau andò a confessarsi da lui, e poiché Jouhandeau era e restò per tutta la vita un birichino, un birichino e un credente, non fatichiamo a immaginare le numerose ‘cadute’ che dovette scodellargli lì davanti. L’abbé lo riconfortò: «Ragazzo mio, rallegrati imperocché non avesti a che fare che con l’orgoglio della carne». Non altro. P.S. Ho riletto il ritratto che Arbasino ne fa – di Marcel – nel suo memorando Parigi o cara, ma me ne sono distolto tediato. Le potin entre nous! Le potin entre nous!

venerdì 2 febbraio 2018

Sèm minga chì per la bügada neh!

Quattordicesima edizione di «Filosofarti» a Gallarate (Galarà) e dintorni. «Filosofarti», il festivàl della filosofia nostrano, quest’anno fa i conti coi fondi che scarseggiano: nessun contributo dal Comune, nessun contributo dalla Regione. Brutto segno, verrebbe da dire. Hic est signum. Sì, la scarsità delle risorse economiche e, sì, la marginalità della filosofia, di cui la filosofia, tuttavia, saprebbe andare fiera: brutti segni. Ma brutto segno è anche il fatto che quelli di «Filosofarti» facciano (o siano costretti a far) pagare un ticket d’ingresso per taluni eventi; perché fino a ieri la loro «logica», come l’hanno chiamata loro – con che intendono il loro modo di ragionare – è stata quella della gratuità: gratuità «del proprio lavoro, al servizio della comunità», e «libero accesso dei cittadini». «Di qui» – tenetelo fermo questo «di qui» – «anche la volontà di proporre in calendario incontri con esperienze culturali diverse, contro ogni forma di cultura ideologicamente targata», ciò che è sempre un buon segno. Si pagheranno gli eventi con maggiore appeal: una lectio magistralis di Galimberti, una presentazione di Walter Veltroni (dove Veltroni presenta il suo film), una lectio magistralis di Recalcati (ma il suo padre putativo, Francesco Alberoni, dialoga gratis). Lo so, verrebbe da dire che questa gente dovrebbe pagare di suo per farsi ascoltare e che la filosofia, fiera della propria marginalità e della propria gratuità, la si fa (anche) per strada, come insegnano i peripatetici; che ci (mi) risuonano ancora nelle orecchie le parole di Alfredo Marini, le parole con cui auspicava capannelli attorno a un filosofo-pedagogo a ogni crocicchio, a un filosofo-pedagogo capace di attirare l’attenzione dei suoi concittadini; e questo sarebbe un bellissimo segno nell’anno in cui il festivàl elegge a tema la paideia. Invece il ticket; invece quella che il «di qui» testé segnalatovi autorizza a pensare come una conseguenza: e cioè la presenza, gratia gratis data ché la propaganda nun ze paga (nun ze paga pe vvede le marmotte?), di Aristide Fumagalli, docente di teologia morale presso il Seminario Arcivescovile e la Facoltà Teologica di Milano, un prof. di religione, autore di un opuscolo sul gender; di Aristide Fumagalli che proporrà per l’appunto quella «cultura ideologicamente targata» che gli organizzatori di «Filosofarti» affermano di rigettare. (Una subcultura che Aristide Fumagalli sa presentare con la mellifluità dei preti. Dal libercolo: «L’integrazione delle dimensioni costitutive dell’essere umano, vale a dire la natura corporea, il sentimento psichico, la relazione interpersonale, la cultura sociale e, last but not least, la libertà personale». Quel last but not least! Purché si ammetta una volta per tutte che «l’identità maschile è acquisita all’uomo nell’incontro con la donna e, viceversa, l’identità femminile è acquisita alla donna nel suo incontro con l’uomo… L’uomo e la donna non si riconoscono come tali in proprio, ma l’uno attraverso l’altro». L’uovo, la gallina e quel ragionare da premoderni e da pre-filosofi, o anche da post-filosofi, da ideologi tout court… in cui le difficoltà concettuali sono risolte col bon sens, col buon senso de mi’ nonna porella; della levatrice o del becchino, diceva Guido da Verona). «Filosofarti» ha dato risposta all’amico Giovanni Boschini, presidente Arcigay e latore di una cauta rimostranza, coll’invitarlo a «portare la sua opinione in merito con spirito dialettico». Uno spirito che, in queste parole, suona un po’ come la logica, intesa di nuovo come modo di ragionare, di certi maestri di scuola, di certi preti: una pedagogia all’acqua di rose, un sorridevole volemosebbene. Ma la dialettica (la filosofia) nasce robusta, combattiva e pugilatrice. Sèm minga chì per la bügada neh!

Il buon vecchio sesso fa paura?

Leggo il primo racconto di un primo libro – il libro di Arlene Heyman, psichiatra e psicanalista newyorkese che a New York vive col suo secondo marito, stando alle scarne note biografiche einaudiane – intitolato Scary Old Sex. Il buon vecchio sesso fa paura, per Einaudi che lo propone nei suoi Supercoralli. Leggere però di ovuli di Vagifem, per la carenza estrogena, per l’assottigliamento dei tessuti, di Viagra e di ritardanti è… è una barba? ― Forse questi contenuti hanno i loro amateurs; forse se ne può trarre una lezioncina etologica; forse è la revanche sexuelle, mais pas seulement, dei septuagenarians.  Sul «New York Time», Dwighit Garner precisa (qui: https://goo.gl/qkM7aJ) che è sì il primo libro di una donna attempata, ma le storie di Scary Old Sex Heyman le ha stese lungo ben tre decenni. Inoltre non tutte parlano di sesso fra vecchi, benché sia indubbio che trovino «its center of gravity at crotch level». (Crotch level: che superba espressione!). Heyman, infatti, è interessata in termini molto più universali alla carne frolla (loose), stracquata, alle rughe esibite, quelle dei quadri di Lucian Freud, alle piccole e rosee escrescenze (outgrowths) dell’epidermide, ai velli spiumati, a… the smallest penis. Ubertosa è la carne invecchiata, Aged flesh is so fertile: papule, papillomi, nevi, verruche, macchie, pelurie: non verdant shrubbery, cespugli verdi, bensì «an astonishing variety of wild mushrooms» («una sorprendente varietà di funghi selvatici»). Interessata, Heyman, come i cani di uno dei suoi racconti che smettono di latrare quando identificano la fragranza dei deodoranti, degli assorbenti ecc. della donna smontata dall’auto. Finché un’altra donna, altrove, immagina di affondare una lama nella trachea della decrepita madre. ― Ecco, nessun desiderio da parte mia di fare la réclame al libro einaudiano che ho appena acquistato, e semmai (il desiderio) di farla al valente Dwight Garner. E, semmai di importunarvi un poco con la poesia disgustosa dei disturbi dermatologici, degli umori fisiologici, degli olezzi corporali. Una divagazione. Conoscete Wols, il pittore Wols? Wols è il precursore del cosiddetto tachisme. Bene, Gillo Dorfles parla dei momenti dell’arte di Wols. Per esempio, c’è un momento di «greve materialità», di «sessualità esasperata», di «carnalità macabra»; e, per esempio, c’è un momento di lirismo o idillismo vegetale, entomico, artropodico (gli ultimi due attributi Dorfles non li utilizza). Renato Barilli aggiunge una chiosa interessante. V’è, in questi lavori di Wols, la presenza delle ambiguità connesse alla «rivelazione della materia»: «Sudore, sangue… umori… o invece muffa, licheni?... Stoffe vili, inquinate appunto dalle secrezioni di corpo malati, o invece preziosi tessuti serici?» ― Ma ho finito e torno al buon vecchio sesso, che fa paura. Garner dice che romanzi e poesie e racconti recano sempre più spesso annunci su questo fronte: il sesso fra senior, e cioè fra nonni; e cita una vecchia poesia di John Betjeman intitolata Late-Flowering Lust che comincia così: «My head is bald, my breath is bad/Unshaven is my chin» (e che si chiude così, ma questo ve lo dico io: «Too long we let our bodies cling,/We cannot hide disgust/At all the thoughts that in us spring/From this late-flowering lust»). Non segnalerebbe esattamente una tendenza recente; e nemmanco una tendenza. Però c’è Jane Juska, autrice di A Round-Heeled Woman (My Late-Life Adventures in Sex and Romance), dove racconta ciò che le accadde dopo aver pubblicato nel 1999 sulla «The New York Review of Books» il seguente annuncio: «I turn 67 – next March – I would like to have a lot of sex with a man I like. If you want to talk first, Trollope works for me» («Prima di compiere 67 anni, il prossimo marzo, mi piacerebbe avere un sacco di rapporti sessuali con un uomo che mi piace. Se vuoi parlare prima, Trollope lavora per me»). Purché non diventi una voga qui da noi…

giovedì 11 gennaio 2018

Noterella a La crociata dei fanciulli di Marcel Schwob

Forse le parole più belle, lasciatemi esordire così, Marcel Schwob, nella sua Croisade des enfants (Crociata dei fanciulli), le mette in bocca a Gregorio IX nell’ultimo capitoletto. Assiso sulle rocce – un trono di rocce – di fronte al Mediterraneo, chiede ragione – nel senso di conto – della strage dei fanciulli diretti a Gerusalemme: «Ils allèrent jusqu’à la cité de Marseille; ils allèrent jusqu’à la cité de Gênes. Et tu les portas dans des nefs sur ton large dos crêtelé d’écume ; et tu te retournas, et tu allongeas vers eux tes bras glauques, et tu les as gardés. Et les autres, tu les as trahis, en les menant vers les infidèles ; et maintenant ils soupirent dans les palais d’Orient, captifs des adorateurs de Mahomet [Andarono a Marsiglia; andarono a Genova. E tu li portasti in navi sul tuo vasto dorso e su creste di schiuma; e ti rivoltasti, allungasti su di loro le tue braccia glauche, e li ha trattenuti. E altri li hai traditi conducendoli presso gli infedeli; e ora sospirano nel palazzi d’Oriente, prigionieri dei seguaci di Maometto]». Questo mare antropomorfico convocato da Gregorio dà il via libera ad alcune speculazioni ‘teologiche’. Bisogna umanizzare tutta la creazione, assimilare ontologicamente tutte le creature, per decidere, una volta per tutte, dell’indifferenza di Dio: «Il a parfaite confiance en l’œuvre pétrie par ses mains […] Toutes choses sont égales devant le Seigneur. La superbe raison des hommes ne vaut pas plus au prix de l’infini que le petit œil rayonné d’un de tes animaux [egli ha una fiducia perfetta nell’opera impastata dalle sue mani (…) Tutte le cose sono eguali davanti al signore. La superba ragione degli uomini non vale di più, davanti all’infinito, del piccolo occhio iridato di uno dei tuoi animali]» – e dunque la lascia sola: «Ô folie puérile que d’invoquer son secours!».  Quella assimilazione ontologica – tutti eguali – non decide solo dell’indifferenza di Dio ma anche dello stato di ‘peccato’ e di ‘colpa’ di tutte le creature: «Les parties du monde sont aussi coupables les unes que les autres, lorsqu’elles ne suivent pas les lignes de la bonté; car elles procèdent de Lui. Il n’y a point à ses yeux de pierres, ni de plantes, ni d’animaux, ni d’hommes, mais des créations [Le parti del mondo sono tutte colpevoli alla stessa maniera quando non seguono le vie della bontà; perché procedono tutte da Lui. Non ci sono ai suoi occhi pietre, piante, animali, uomini, ma creature]». E dunque il mare è colpevole e deve rendere conto a Dio e agli uomini. Può redimersi il mare senza umiltà e senza speranza? Non sarebbe un’assoluzione impartita a ‘chi’ è incapace di ricevere la grazia, a ‘chi’ è incapace di penitenza? Gregorio non aggira il problema: «Ô mer Méditerranée! je te pardonne et je t’absous. Je te donne la très sainte absolution. Va-t’en et ne pèche plus. Je suis coupable comme toi de fautes que je ne sais point. Tu te confesses incessamment sur la grève par tes mille lèvres gémissantes, et je me confesse à toi, grande mer sacrée, par mes lèvres flétries. Nous nous confessons l’un à l’autre. Absous-moi et je t’absous. Retournons dans l’ignorance et la candeur [O mar Mediterraneo! Io ti perdono e ti assolvo. Ti do la santa assoluzione. Vattene e non peccare più. Io sono colpevole come te di tutti i peccati che non so. Tu ti confessi incessantemente sulla spiaggia con le mille tue labbra gementi; io mi confesso a te, grande mare sacro, con le mie labbra vizze. Confessiamoci l’un l’altro. Assolvimi e io ti assolvo. Torniamo nell’ignoranza e nel candore]». Bossuet diceva che Dio mette il suo perdono in vendita, «son pardon en vente»; aggiungeva: «per così dire [pour ainsi dire]». Dio perdona se noi, a nostra volta, perdoniamo, se perdoniamo il nostro prossimo. Un dio che ha piena fiducia nelle sue creature, un Dio lontano, indifferente, lascerà che le creature si perdonino, si assolvano fra loro, incessantemente. Che fare qui sulla terra? «Que ferai-je sur la terre?». Gregorio vuole edificare un monumento espiatorio affinché i posteri sappiano e non disperino: «Et ils montreront aux voyageurs pieux tous ces petits ossements blancs étendus dans la nuit [e mostreranno ai viandanti pii i piccoli ossami bianchi distesi nella notte]». Perché la pietà va testimoniata.

lunedì 8 gennaio 2018

Il gioco del panino di Alan Bennett

Ho letto Tlaking Heads II di Alan Bennett (Il gioco del panino, Milano, Adelphi, 2016). Raccoglie sei monologhi che Bennett ha scritto nel corso degli anni. Si parla spesso dell’umorismo di Bennett e vi si aggiunge il solito aggettivo: inglese. Questi sei monologhi sono sì umoristici, ma di un umorismo che inclina all’ironia. Beninteso, non il sarcasmo che svillaneggia. Bennett vuole bene ai suoi personaggi. Torno a quell’aggettivo, inglese. Il Taine, nelle sue Notes sur l’Angleterre parla di questo benedetto humour – che per lui è un esprit, ovviamente. Scrive (la frase è riportata anche da Pirandello nel suo famoso saggio sull’umorismo): «Non è che manchino di esprit; ne hanno uno a loro uso e consumo, a dire il vero poco amabile, ma assolutamente originale, di sapore forte, pungente e anche un po’ amaro, come le loro bevande nazionali. Lo chiamano humour; in generale è la spiritosaggine di un uomo che, scherzando, serba un’apparenza grave» (Notes sur l’Angleterre, Paris, 1872, p. 344). Ecco, in Bennett non resta che l’amaritudine di questo scherzare. (Non saprei dire se Taine ci azzecchi con questa sua definizione e, d’altra parte, diceva Chesterton, chi propone una definizione lo fa per il piacere di essere contestato). L’amaritudine, nei monologhi di Bennett è accresciuta dal fatto, ovvio, che c’è un’unica voce monologante: ciò che ci porterebbe a riflettere sulla solitudine implicita di ogni autentico monologo. È un monologo una lezione all’università? Sì e no. La verità è che la parola monologo è sbagliata. Qui e in tutti i casi consimili si tratta di soliloquî: di parole che uno (il personaggio) rivolge a se stesso, di parole senza risposta. Bennett fa precedere la sua raccolta da una confusa quanto paradossalmente esplicativa introduzione.  

Frammenti sull’amore di María Zambrano

Con il titolo Frammenti sull’amore, Mimesis, nella collana Minima/Volti, ha fatto uscire, qualche anno fa, nel 2011, un volumetto che raccoglie due piccoli scritti di María Zambrano: il primo intitolato Due frammenti sull’amore (Dos fragmentos sobre el amor); il secondo, Per una storia della pietà (Para una historia de la piedad). L’ho riletto in questi giorni, con la mezza intenzione di scriverne, e m’è venuto da riflettere sul titolo editoriale. Questi scritti sono possono passare effettivamente per i frammenti di un discorso più ampio, che è poi il discorso filosofico – straordinariamente unitario, mi pare di poter dire – di María Zambrano. Pur appartenendo a periodi diversi della vita della filosofa – il primo venne pubblicato dalle Begar Ediciones nel 1982; il secondo nella «Revesta Lyceum», nel 1949 – gli scritti sono sorretti da un medesimo pensiero: «il sublime sentimento – recita la quarta con esattezza – che apre i segreti dell’altro, spinge il cuore oltre i confine di una vita». Dico ‘con esattezza’ per dire che non sono parole ‘retoriche’: cautela non superflua nell’epoca in cui il discorso amoroso si è disciolto in uno smemorato giulebbe (Gadda). ― Zambrano ne accenna in un passaggio: «L’assenza dell’amore non consiste effettivamente nel non apparire in episodi, in passioni, ma nel suo essere confinato negli stretti limiti della passione individuale» (p. 17). Esso – l’amore, ma lo stesso dicasi della pietà – sparisce dalla scena pubblica, «non sembra presiedere il destino degli uomini» (p. 18). Questa indigenza merita una qualche considerazione (genealogica). L’amore, esordisce Zambrano (p. 14), ha fatto scoprire agli uomini «lo spazio infinito di una libertà reale, la libertà che l’amore concede ai suoi schiavi». L’amore feconda la libertà, la rende produttiva, dialettica. Eppure l’uomo moderno sembra destinato a vivere solo il lato negativo di questo momento: quello di una libertà privata dell’amore, e cioè di una pseudo-libertà, di una libertà vuota, senza intentio. E così l’orizzonte torna a chiudersi, il tempo perde il futuro. Certo il Romanticismo, l’amore, lo ha messo a tema (e quella fede, romantica, fede nell’amore e nell’avvenire, avverte Nietzsche, si è ben presto mutata in una brama del nulla, in nichilismo). Ciò che può sorprendere è il fatto che nessuno oggi si sogni di osteggiarlo apertamente, di formulare leggi contrarie, bandi che lo escludano dalla città. Se ciò accade è perché resta separato dall’infinito della libertà. A una libertà negativa corrisponde un amore contraffatto, supplito, disgregato, disintegrato, «confuso con la moltitudine dei sentimenti, o degli istinti», rimpiccolito nella libido, medicato come una «malattia segreta» (p. 13). («Ha rinunciato all’amore in cambio dell’esercizio di una funzione organica; ha scambiato le sue passioni per i complessi» ‹p. 15›). E poiché l’amore è momento dell’antropopoiesi, se non dell’antropogenesi, il suo scadimento è anche scadimento dell’umano e dell’umanesimo: «Tutte le forze contrarie a ciò che un tempo rispondeva al nome di ‘umanesimo’ hanno preso oggi la sua forma, la sua figura, il suo stesso nome» (p. 15). Nel posto lasciato vacante dall’umanesimo, la libertà si muta in necessità, l’uomo in una «realtà psicologico-sociale», la ragione, che altrove Zambrano ha definito razón maternal, in ragione calcolante (nel «senso iniziale della ‘ratio’ latina: dar conto» ‹p. 16›; subjective reason secondo l’espressione di Max Horkheimer). E questa è la nemesi – o la giustizia – dell’amore negato (p. 17). ― Sin qui Zambrano non ha offerto alcuna definizione dell’amore e, a rigor di termini, non la offre neppure nelle pagine seguenti. La via prescelta, come chiarisce nello scritto successivo sulla pietà (p. 36), è quella negativa. Esclusa la definizione – strumento «rozzo e inadeguato» (p. 35), non resta che una «presentazione» (ivi) o, in certa misura, «l’espressione» che, chiaramente, «fa parte della vita dei sentimenti» (p. 34). Nelle ultime pagine del nostro primo scritto, l’amore trova qualcosa come una simile presentazione-espressione. Intanto viene in chiaro che l’amore apre (al)la conoscenza, come ben avevano capito i greci (p. 18). Se è questo autentico agente di libertà, esso scalza l’uomo e lo mette in movimento («perché essere uomo è essere fisso» ‹p. 22›): «L’amore trascende sempre […] apre il futuro» e alla speranza; e apre all’altro, fa posto all’altro (cfr. anche M. Zambrano, Verso un sapere dell’anima, Milano, Cortina, 1996, p. 94), fino al sacrificio di sé («è un vero apprendistato per la morte» ‹p. 21›). Certo, anche per restarne deluso, perché amore conosce la delusione e non si acquieta, non si dà pace, sopprime ogni compimento. Agente di libertà e «agente di distruzione» (p. 19). Con ciò scopre e fa conoscere i limiti. E tutto ciò è assolutamente necessario perché l’amore possa agire «come conoscenza» (p. 22). ― Due scritti, s’è detto, stesi in occasioni diverse ma ispirati a un medesimo pensiero: pensare o passare all’altro senza il dramma degli egoismi: e cioè autenticamente. E uno stesso metodo di presentazione; anche questo lo si è detto. Infine l’iscrizione nel discorso complessivo e unitario della filosofa. E così in Per una storia della pietà troviamo molti degli argomenti affrontati nel primo scritto (che, lo ricordo, è posteriore). L’amore rinvia alla pietà. «Non è l’amore propriamente detto in nessuna delle sue forme e accezioni», dice Zambrano, benché essa, la pietà, costituisca «il genere supremo […] dei sentimenti amorosi o positivi» (p. 32). Eppure la pietà, questo proto-sentimento, questo «sentimento iniziale», «ampio e profondo», «patria di tutti gli altri» (p. 35), è – come per Rousseau o per Mandeville – la nutrice dell’uomo, determina storicamente, evolutivamente, l’antropogonesesi, giacché né l’uomo né i sentimenti nascono d’un coup; e, come l’amore, è oggi in disarmo, disarmo «che coincide con l’auge del razionalismo» (p. 37), supplita dalla tolleranza (p. 38), dalla filantropia, dalla giustizia (p. 40). Come l’amore, fa spazio all’altro; con una bella espressione: «È il sentimento dell’eterogeneità dell’essere» (ivi); come l’amore alimenta la creazione e produce la conoscenza primeva, quella del sentire e del con-sentire. Logos viscerale – «che si deve ripartire bene per le viscere», logos «orfico-pitagorico», dice Zambrano in un altro luogo (Dell’aurora, Genova-Milano, Marietti, 2000, p. 123) – logos che restituisce la voce a chi non ce l’ha, in cui risuona il lamento di Euridice. ― Le parole di Zambrano non possono non echeggiare, drastiche e incoraggianti, negli anni in cui anche nello smemorato Occidente la partecipazione all’essere si sta nuovamente – la dico con Lévinas – drammatizzando «negli egoismi in lotta gli uni contro gli altri».

venerdì 5 gennaio 2018

Diario di un dolore di C.S. Lewis

Questo Diario di un dolore (tr. it. di Anna Ravano, Milano, Adelphi, 1990, pp. 85, 9,00; titolo originale, più ficcante, A Grief Observed) C.S. Lewis lo fece uscire, sotto pseudonimo, nel 1961, l’anno successivo alla morte della moglie per cancro; e all’esperienza del lutto è interamente consacrato. Con ‘interamente’ intendo dire che Lewis indaga il dolore della perdita fin da principio, e benché ammetta – scopra – che il lutto ha bensì un inizio ma non una fine, benché sappia che dovrà interrompere arbitrariamente la redazione delle sue note, la processualità di un divenire (nell’afflizione) è abbracciata compiutamente. L’afflizione non è una mappa ma un processo dice Lewis (p. 67): un processo che diviene intelligente di sé, che dalla sorda e cieca corporeità del dolore, affine alla paura (p. 9), si eleva all’intelligenza e all’attenzione: e cioè al discernimento di ciò che, nella perdita della persona amata, appartiene (apparterrebbe) all’afflitto e di ciò che appartiene (apparterrebbe) al defunto (perduto, assente par excellence). L’intelligenza: una forma dell’amore. Certo Lewis, che è scrittore profondamente cristiano, fa dell’intelligenza una specie di ipostasi (in un senso che andrebbe definito) del defunto; ma in punto del suo resoconto sembra particolarmente consapevole delle embricazioni (non trovo parola più adatta): «Se è stato un rigurgito dell’inconscio [il mio inconscio è] molto meno primitivo del mio io cosciente»; «Da qualsiasi parte sia venuto, ha dato alla mia mente una, diciamo così, bella ripulita» (p. 83). L’ipostasi, Lewis lo sa bene, nasconde insidie. Già precedentemente aveva considerato, con costernazione, l’inganno del ricordo: l’immagine (idea) che ci facciamo delle persone, in abstentia delle medesime, è spesso smentita dagli atteggiamenti, dai comportamenti che esse adottano nell’occasione di un nuovo incontro. Ciò marca la distanza tra la vita e i romanzi (Lewis è un romanziere), dove le parole e le azioni sono perfettamente in carattere con il personaggio immaginato (p. 76). Ora la sopravvivenza del noùs del defunto (p. 83), sorta di volatile ammoniaco della persona scomparsa, non confligge drammaticamente con la dottrina della resurrezione dei corpi? Il libretto di Lewis, lo si sarà capito, è una teodicea; quell’intelligenza lì è (anche) l’intelligenza di Dio (in entrambi i sensi del genitivo). Lo sguardo di Dio e dei defunti su di noi (l’idea che i morti ci vedano non è ‘peregrina’ nella testa dei viventi) rappresenta una specie di sfida: la sfida a divenire spirituali ma pure, in un piccolo momento di… hýbris (p. 82), a divenire un dio: «Avanti, forza! Diventa un dio».

lunedì 1 gennaio 2018

Spigolature (a Mirella Baietti, in memoriam)

«La parte migliore dell’uomo è presto arata nella terra per farne concime».
Thoreau


foto di Mirella Baietti
Bellissima foto di Mirella Baietti risalente al 1991. Siamo a Tana Toraja in Indonesia sull'isola di Sulawesi (celebes). I Toraja, ci dice Mirella, hanno riti funebri complicati. Le statue lignee affacciate ai balconi sono i Tao-tao. Sono poste a guardia dei loculi scavati nella parete rocciosa.

Mi scoccia fare la spesa al supermarket la domenica: penso alle persone che vi si recano all’apertura e che vi passano la giornata, fra scaffali e frigoriferi e bancali di acqua: penso agli anziani.

Leggendo le biografie dei grandi maestri —nessun riferimento alla massoneria, parlo invece dei grandi poeti, pittori, musici... artisti, insomma, parola che in verità detesto abbastanza... —, leggendo dunque le loro biografie, il supervantaggio è che sai già come va a finire. Mi ci ha fatto pensare chi, vedendomi chiudere il libretto di Nina Berberova su Borodin, e alquanto distratto, mi ha domandato appunto: «Come va a finire?» — «Muore!» è stata la mia risposta, «ma questo già lo sapevo». La fredda certezza del sepolcro ci consente di gustare, per così dire, il viaggio e di immaginarne (lo ha già fatto per noi il biografo se è bravo) l’inevitabilità. Per esempio è ‘naturale’ che Borodin caracollasse fulminato da un infarto mentre ballava e gioiva nella sua piccola comunità di studenti, di parenti, di bighelloni, di questuanti. 
(La battuta sui grandi maestri della massoneria è di Alfred Brendel)

Mi sono incapricciato di questo piccolo testo del barone von Grimm e mi sono messo a tradurlo. Mi piacerebbe farne un libretto, col testo francese a fronte e una breve introduzione (di non più di venti pagine): un libretto come piace a me, su cui l’occhio del lettore (se ci sarà lettore) cascherebbe ex post, per così dire. (Mi piace questa idea di sovrapporre l’autore all’editore-stampatore, questa auturgia…). All’uopo sto raccogliendo del materiale sul barone e, a dire il vero, si tratta di pescare fra vecchi testi della mia biblioteca. Infatti, del barone mi ero già occupato indirettamente… Ma facciamola breve. Fra i primi a menzionarlo, Rousseau, nelle Confessioni, in quel libro ottavo che racchiude eventi capitali della vita e della carriera del ginevrino. Grimm è fra i suoi amici e, con Diderot, dei più intimi. Ecco, tutte le volte che rileggo quei passaggi delle Confessioni mi viene in mente la cantonata che prese Enrico Fubini nel suo Gli enciclopedisti e la musica (Torino, Einaudi, 1971 e 1991). Fubini è un musicologo insigne; i suoi studi sulle estetiche sette-otto-novecentesche sono notevoli; inoltre Fubini è un traduttore. A p. 99 del testo summenzionato, tira in ballo Diderot e Grimm e una protesta di Rousseau: i due, traduce, «sembrarono far di tutto per alienargli le simpatie dei governanti»; e cioè della corte. Io però quel passaggio lo ricordo bene: Rousseau si lamenta del fatto che i due, Grimm e Diderot, sembrano volergli alienare le simpatie delle governanti di casa: e cioè di Marie-Thérèse Le Vasseur, la moglie-domestica, e della di lei madre. Si spingerebbero, a giudizio suo, a proporre alle due donne l’apertura di un commercio di Sali, di una tabaccheria… Quel che è peggio è che Fubini ne trae alcune conclusioni critiche sul Devin du village. Incidenti in cui può incorrere un traduttore. Leggo, per esempio, che il professor Emanuele Rocco, traducendo Zola (L’Assommoir), tradusse suie, che significa fuliggine, con sugna, venendosene fuori così: «Hanno della sugna didietro».

Freddy Chuchuca è certamente un personaggio concettuale. Che svolga il ’mestiere’ dell’antropologo, quello del critico d’arte, del maître d’hôtel… poco importa; importa invece che ‘incarni’ il concetto. Sì, ma di quale concetto stiamo parlando? Potrei spiattellarlo qui e risparmiarmi il seguito, ma il barone poltrisce e Freddy, insomma, Freddy ci tiene a essere ‘spiegato’. Com’è noto – almeno ai lettori di Kallir – la A sta per il maschio, la B, che è panciuta, gravida, per la femmina, la C per ciò che viene dopo: l’utero, il concepito... il conceptus, anzi, il Conceptus (la retorica delle maiuscole aiuta), e cioè (anche) il Concetto, il pensiero. Freddy ChuChuca è dunque, come tutti noi che non siamo personaggi concettuali, e dunque non esattamente come tutti noi, il Concepito di una A e di una B. A, il su’ babbo (papaíto), potete starne certi, è l’Asinità, l’ignoranza; B, la su’ mamma (mamaíta), la Bêtise, la stupidità. Ora, oggi, ma pure un tempo, come mostrano le attenzioni di tanti filosofi e letterati (p.e. Agostino, Erasmo, Giordano Bruno, Buadelaire, Flaubert, Bloy…), all’Asinità e alla Bêtise e al loro Concepito, e cioè a Freddy Chuchuca, non pare disdicevole offrire parecchie opportunità, chances… e persino(!) qualche cattedra universitaria. Chuchuca, Sciascia lo chiamava il cretino-intelligente. Mi pare una buona definizione.

Un homme, ennemi du mensonge, avait coutume de tout nier à un menteur de profession...

Il fatto che il Contre-Foucault di Mandosio sia stato sponsorizzato da Berardinelli getta su Mandosio e sul suo libro una luce raccapricciante.

Leggo l'articolessa di Scalfari sulla Repubblica di oggi. Parte bene, elencando in bell’ordine gli errori di Renzi (che, tra parentesi, mi ricorda un po’ l’Halyomorpha halys, la cimice asiatica marroncina che un momento sta sul pero e un momento sul fico, come dice rassegnato Francesco Vincenzi, grande coltivatore nel mirandolese). Poi però (Scalfari) attacca con Montesquieu e con Aristotele, e ti domandi se non stia ancora ripassando il Dal Pra.
(22 ottobre 2017)

Mirella Baietti amava tante cose; e fra le tante cose che amava c’era la sua casa qui a Comabbio, in mezzo al bosco, in cima a quello che i comabbiesi chiamano enfaticamente monte e che invece è una collinetta. Fino a poco tempo fa vi campeggiava, ben visibile dalle mie finestre, uno striscione blu con una scritta bianca. Piazzato lì per chissà quale iniziativa festaiola della comunità, recava il nome della collinetta: «Pelada». Celiando dicevo a Mirella che quello striscione lo avevano messo per segnalare la sua casa nel bosco: la casa dove passava parecchio tempo con il suo cane e con i suoi libri. — Nulla di più sciocco che la pretesa che le persone ci preparino alla loro morte. Che poi, in qualche maniera, e se ne hanno il tempo, lo fanno. — Mirella, nel suo amabile scetticismo, su certi argomenti ci andava giù diretta. A commento di un paio di versi di Tomas Tranströmer («Le mie rive sono basse, se la morte si solleva di due decimetri / resterò sommerso»), annotava: «Le mie sono anche più basse». Era, quando lo diceva, un paio di anni fa, in perfetta salute. Le ho scritto martedì scorso, nelle ore antelucane, per avere ragguagli. Fra l'altro mi ha domandato che ci facessi in piedi a quell’ora. Le ho detto che stavo leggendo ma non era vero: la stavo pensando.
(27 ottobre 2017)

‘Il faut se livrer à la vérité’, mais on peut aussi dire, par exemple, ‘livrer le cerf aux chiens’. La vérité peut avoir la férocité d'un chien sur le sentier du gibier. Je dis ça pour parler... Les pensées (qui me mordent) me dérobent, tout au plus, quelques heures de sommeil.

 Piove... Abbiamo atteso così a lungo la pioggia, qui, sulle rive del Verbano, che stamani un certo entusiasmo serpeggiava fra le anziane che si sorbivano il cappuccino al bar — fra queste e fra le chiocciole nel cortile sotto la mia magnolia secolare.
(5 novembre 2017)

Questo vento novembrino nemmeno troppo freddo ma impetuoso che spazza il mio cortile, scompiglia la chioma della magnolia secolare... ulula nella canna fumaria del camino... Ulula? Non esageriamo: non è lupo questo vento, e nemmeno cane. E poi è mezzodì, un po' dopo, non mezzanotte. Stamani i gatti attendevano, fuori della porta, la vicina, indifferenti ai mulinelli di foglie...
(13 novembre 2017)

Il testo più bello che abbia scritto finora comincia così: Me ne andavo al mattino a spigolare, quando ho visto una barca in mezzo al mare… Può principiare il testo più bello con le parole di altri? C’è un’arte del bouquet che consiste nel raccogliere fiori per comporre (parola importante) un’armonia di colori, di fragranze, di colori; un’arte che si accorda con l’ambiente, con le circostanze, con la fortuna: ci sono bouquet funebri, maritali, festivi, feriali… c’è il bouquet di violette di Robert Schumann. Un’arte della composizione e un’eloquenza (dei casi, delle occasioni). Dovrei proseguire in qualche modo dicendo che non c’è arte che non sia combinatoria, che non componga segni, ma mi pare di crollare dalla stanchezza, come dopo un ballo frenetico. Il testo più bello? Lo scriverò un’altra volta. E poi l’arte è al di sopra dei miei mezzi.
(7 dicembre 2017)

Il fatto che talvolta (forse spesso) non riconosca il volto delle persone comincia a preoccuparmi. La mia vicina (che riconosco) mi dice che la nipote, di quarantasei anni, è morta. «Te la ricordi?». Sono costretto a dire che non me la ricordo. «Passava per strada con due bambine per mano», mi si dice, «e sostava sotto la tua magnolia secolare, seduta su quella panchina verde»…
(8 dicembre 2017)

La mia adorabile vicina, che è gattara per passione e per professione, alleva una serpe in seno. Che poi, ovviamente, non è una serpe ma un bel gatto tigrato di sei mesi, un gatto tigrato e pasciuto, come dice lei; oppure, invertendo l’ordine degli attributi, pasciuto e tigrato. Uscendo l’ho trovata per terra, carponi, con la testa infilata tra le piante e i fiori finti che occupano una buona metà dell’androne: «Mi sa che l’ha fatta qui», ha detto. Frattanto il micio, di cui non s’era accorta, se ne stava seduto dentro un vaso e la guatava.
(18 dicembre 2017)

Nella mia Wanderung quasi quotidiana sulle rive del Verbano, a bordo della mia spider (due posti secchi), capisco qualcosa di più sulla somministrazione dei concimi. Per esempio ho veduto moduli spandiletame in azione in questi giorni, benché qui e là vi siano ancora tracce della recente nevicata. E comprendo anche che è con malvagità che questi mezzi ingombranti si piazzano davanti ai biciclisti in tutina che percorrono le strade del parco della Quassa.

Dovrei andare dal barbiere per una sforbiciatina ai capelli. Il mio barbiere è un tipo simpatico. Ammira la mia chioma e lamenta il fatto che la sua non sia altrettanto mirabile. «Mi trascuro», dice. Il mio barbiere è calvo. Dico che dovrei andarci ma qualcosa mi trattiene: un’ombra di inquietudine. Infatti l’ultima volta, proprio mentre lavorava di forbici sopra quello che i fisiologisti moderni chiamano «le cuir chevelu» (grazie monsù Deriège!), irrompeva un tizio che gli annunciava di aver finalmente recuperato un tosaerba. Ora, dovete sapere che il mio barbiere con la sua brigata si occupa di tosare il prato attorno al santuario e che da tempo inseguiva un tosaerba a scoppio munito di seggiolino, per star comodi. Ecco, fu l’entusiasmo senza dubbio, ma il mio barbiere cominciò a strafare con le forbici e ne uscii grosso modo come quel prato.

Piova dirotta, o quasi, sulle rive del Verbano; una pioggia gelida… Paiono le pubblicazioni delle dell’osservatorio ma abbiate pazienza. Negli obitori c’è una sala vestizione: ecco un mestiere che non vorrei mai esercitare. Come si sta dopo aver rivestito mille salme? Si diventa cinici? Filosofi? Si commenterà, fra sé e sé, la mise di Tizio o di Caio? Oppure regna nell’abbigliamento una sobria monotonia? Forse anche il ‘necroforo’ ha bisogno di essere salvato… dalla noia, dalla melancolia…