domenica 3 agosto 2014

Sull’entusiasmo mistico per le donne dei romantici

«Le donne, com’è noto, non sanno correre, ma solo danzare, e una stazione di posta alla quale conducesse, invece di un viale di pioppi, un filare di signori piantati lì per un’anglaise, sarebbe da ognuna raggiunta più facilmente danzando che in diligenza».[i]
La facezia di Jean Paul mi fornisce il pretesto per introdurre il mio argomento. Ebbene, nella facezia di Jean Paul indovino invero un pensiero di questo tipo: le donne (e i bambini) sono più vicini alla ‘natura’ e, perciò stesso, alla felicità. Dico questo perché Jean Paul immagina i bambini, le donne (i bambini non sono che «donne in piccolo») e gli animali assai sensibili alla danza e alla musica (che è «danza invisibile» e più della poesia merita la definizione di «arte lieta»): «La musica [...] deve irresistibilmente penetrare nel bimbo, il quale in sé riunisce l’uomo e la bestia»[ii] – ovverosia l’anima e il corpo: «Nel bimbo anima e corpo vivono ancora concordi in luna di miele, e il corpo, giulivo, saltella dietro all’anima gioiosa».[iii]
Queste nozze felici, sotto un cielo non ancora perduto, ci dicono qualcosa di più su quella specie di misticismo entusiasta dei romantici tedeschi che va fiero del suo culto quasi religioso per le donne. (Ecco, grosso modo, il mio effettivo argomento).[iv] Hermann Broch indica l’origine del romanticismo in quella coscienza dell’assoluto, dell’infinito, scoperta dalla Riforma, e che la secolarizzazione aveva via via liberato dall’ascesi fredda e austera che ne tratteneva gli slanci. E questa coscienza liberata, divenuta infine romantica, aveva finito per esaltare, e non senza terrore, «in una sfera assoluta o pseudo-assoluta, il meschino accadere della vita quotidiana». È questa la ragione per la quale quella stessa coscienza aveva esaltato l’amore monogamico, e trasferito «la frigidità puritana [...] nella passionalità».[v]
Si tratta effettivamente di questo? Che cosa accomuna la Matilde di Novalis (nell’Ofterdingen), alla Diotima di Hölderlin (nell’Iperione), alla misteriosa regina ctonia di Hoffmann (Die Bergwerke zu Falun), non differente dalla donna del bosco di Tieck (Der Runenberg)?
Procediamo con ordine. Per Heinrich la beneamata Matilde, morta anzitempo, rimane lo strumento di una riconciliazione con il cielo (questa volta) perduto. Diotima, per Iperione, «è colei che la mia anima cercava», ovverosia «la perfezione che noi collochiamo al di sopra delle stelle»[vi] e che ha nome bellezza; destinata (ovviamente) a morte prematura, il protagonista la vuole vibrazione vivente per unirvisi in un (vagheggiato) accordo con l’armonia della natura.[vii] Nel racconto di Hoffmann, il giovane Elis, già marinaio, si fa minatore per penetrare, nel grembo della terra, il misterioso e sfolgorante mondo minerale retto da una maestosa regina. Non ne uscirà vivo, benché una giovane sposa lo attenda in superficie; e, parecchi lustri dopo, ne emergerà integro ma perfettamente pietrificato.[viii] Simile è la vicenda di Christian in Der Runenberg di Tieck (che ispirò il racconto di Hoffmann). Qui il giovane protagonista, che una volta ha incontrato la misteriosa e bellissima donna del monte delle rune (chiamata anche la donna del bosco) e ne ha ricevuto in dono una tabula smaragdina, insoddisfatto del suo pur felice e prolifico menage famigliare, abbandona moglie e figli per perdersi nel bosco.
Che cosa hanno dunque in comune tutte queste donne? Il fatto di essere, alla loro maniera, delle intermediarie di un percorso che porta l’eroe a perdersi, a perdere la propria identità, il proprio principium individuationis;[ix] di essere, per esempio, intermediarie tra l’uomo e Dio, o tra un aldiquà e un aldilà, o tra la civiltà e il tempo primitivo e genitale della specie, tra l’imper­fezione dell’organico e la perfezione dell’inor­ganico, tra il mondo reale e l’utopia. Le declinazioni della mèta – paganeggianti, cristianeggianti, cattolicheggianti, estetizzanti, metafisiche, come la ricostituzione in una platonica unità androgina di maschile e femminile (Hölderlin, Fr. Schlegel), o un miscuglio sincretico di tutte queste – possono pure variare: dipendono invero dagli orientamenti ‘spirituali’ (o, scomodando Freud, dalle regressioni edipiche) degli autori. Quel che resta è questa loro funzione di medium in un divenire che appare, a un tempo, necessario e libero. E questo divenire, e non il mezzo per pervenirvi o la sua improvvisa chiusura e soluzione (consolazione e nichilismo passivo), è la ‘sostanza’ del romanticismo... Concedimi, lettore, una domanda faceta: i romantici amavano le donne?[x]
Certamente le amava Théophile Gautier – romantico, ma romantico francese, e dunque indimentico del libertinage e comunque uomo di mondoil quale nella chiusa di La morte amoureuse mette il suo protagonista, il pretino Romuald vittima della malìa della bellissima donna vampiro Clarimonde, davanti al seguente tagliente monito della medesima: «Sciagurato, sciagurato, che hai fatto? Perché hai dato ascolto a quel prete imbecille? Non eri forse felice? Cosa ti avevo fatto perché profanassi la mia povera tomba e mettessi così miseramente a nudo la mia vanità? Ogni legame tra le nostre anime e i nostri corpi è armai spezzato per sempre. Addio; mi rimpiangerai».[xi]




[i] jean paul, Levana, Utet, Torino, 1932, p. 137.
[ii] Ivi, pp. 138-139.
[iii] Ivi, pp. 136-137.
[iv] Così Stendhal: «L’on trouve de l’enthousiasme mystique pour les femmes et l’amour jusque dans Tacite [nella Germania], si toutefois cet écrivain n’a pas fait uniquement une satire de Rome» (stendhal, De l’amour, Paris, 1822, p. 57, vol. ii).
[v] h. broch, Note sul problema del Kitsch, in Il Kitsch, cit., p. 187 e p. 188. È appena il caso di ricordare che i rapporti stretti tra la Riforma, il pietismo e il romanticismo sono risaputi.
[vi] f. hölderlin, Iperione, Feltrinelli, Milano, 1981, p. 73.
[vii] Cfr. p. 178.
[viii] Questa stessa vicenda, priva della lugubre soluzione, è menzionata anche da Novalis in Enrico di Ofterdingen (cit., pp. 66 e ss.). Anche il minatore di Novalis ha accesso ai misteri sotterranei, anche lì l’oscurità si combina alla luminosità dell’oro, ma il tutto ha anche un significato morale e moraleggiante. Chiaramente il minatore è un buon marito che «stringe al petto la moglie e i figli, e grato gode del bel dono della conversazione famigliare» (ivi, p. 72).
[ix] Ecco, per esempio, cosa capita a Elis nel suo sogno profetico: «Non appena il giovane abbassò lo sguardo sul volto imperturbato della regina, gli parve che tutto il suo io si dissolvesse, per fondersi con la roccia luccicante» (e.t.a. hoffmann, Le miniere di Falun, in id., Il giocatore fortunato, Passigli, Firenze, 1985, p. 54). Si tratta di un’anticipa­zione dell’esito della vicenda.
[x] E, d’altra parte, «tutto ciò che è provvisorio, tutto ciò che è mezzo per qualcos’altro emana già una specie di ironia metafisica: chi vuole il mezzo vuole ciò che non vuole, poiché afferma solo per negare» (v. jankélévitch, L’ironia, cit., p. 84).
[xi] t. gautier, La morta innamorata, Passigli, Firenze, 1983, p. 68.