giovedì 4 dicembre 2014

Ora in un modo, ora in un altro...

«Una grande intuizione si attua solo per metà nel raggio di luce del cervello; per l’altra metà, invece, si attua negli oscuri recessi della nostra più segreta individualità, ed è soprattutto uno stato psichico in cima al quale il pensiero sboccia come un fiore» (Musil, “I Turbamenti del giovane Törless”, Milano, Mondadori, 1987, p. 200).
È il passo dei “Turbamenti del giovane Törless” che più scopertamente rivela il nocciolo speculativo dell’intero romanzo. Che cosa enuncia Musil attraverso le sorprendenti parole del suo giovane protagonista? Due cose: L’indeterminatezza della ‘vita estetica’ (intesa come nodo emozionale, sensibile); lo iato, inevitabile, tra questa vita e l’epifania della sua articolazione in discorso. All’enunciazione di una simile “verità bicuspide” (ma non dicotomica, perché non contrappone ingenuamente l’emozione alla ragione, l’irrazionale al razionale) è consacrata tutta la vicenda del romanzo. Anche strutturalmente il romanzo gioca su due registri: quello squisitamente narrativo delle vicende un po’ “torbide” e “ambigue” che il protagonista ha la ventura di “sperimentare” e quello eminentemente speculativo che affiora nel versante dialogico. La contiguità tra questi due registri appartiene scopertamente all’artificio. Nel romanzo opera, in altre parole, una geometria complessa che riconduce le esperienze vissute dal protagonista, il nucleo per così dire emotivo, al nodo problematico di un’interpretazione significante di quelle stesse esperienze. Dall’incontro carico d’angosce con la prostituta al rapporto omoerotico con l’effemminato Basini, dalla scoperta dei numeri immaginari all’incontro onirico con Immanuel Kant, le esperienze del giovane Törless non costituiscono una mera divagazione; sono esempi di tracce non formalizzabili, non interpretabili, indeterminate; tracce riluttanti ad ogni tentativo d’imprigionamento nei discorsi appartenenti al comune sentire.
Törless si accorgerà alla fine che ogni interpretazione determinata è destinata allo scacco[1] e che l’unico discorso di verità ancora possibile è quello che tautologicamente afferma che «le cose sono cose, e resteranno sempre tali; e io continuerò a vederle ora in un modo, ora in un altro...»: ultima saggezza nell’epoca della crisi di tutte le verità, saggezza infima e inquietante, che non stona in bocca a un adolescente...
La saggezza che consegue Törless non lo metterà al sicuro, non lo emanciperà dall’indeterminatezza. Törless si avvia così a diventare quell’uomo senza qualità la cui unica qualità sarà quella di essere in grado di storicizzare la crisi: se l’indeterminatezza è il segno sotto il quale vive l’uomo contemporaneo, se essa è in certa misura la sua scoperta e il suo destino, il passo successivo sarà quello di “prenderne coscienza”.

Note


[1] Scacco derivante dall’irrigidimento stereotipo dell’interpretazione stessa, una volta che abbia perduto i legami con l’orizzonte d’esperienza che di essa costituisce la scaturigine. Ciò che accennavamo prima a proposito della natura non dicotomica del pensiero di Musil trova qui una spiegazione supplementare, giacché solo un’interpretazione stereotipa può cadere in contraddizione cogente con l’orizzonte non formalizzabile della “vita estetica”, laddove il pensiero dell’indeterminatezza accetta il carattere effimero di tutte le interpretazioni.