giovedì 16 febbraio 2017

Se l’omosessuale deve restare una vittima

Per Diego Fusaro ogni estensione dei diritti alle coppie omosessuali demolisce la comunità naturale e primaria della famiglia; è un passo in avanti nella produzione degli individui isolati, «incapaci di parlare e di intendere altra lingua che non sia quella anglofona dell’economia di mercato». L’argomento non persuade e, a tutta prima, appare contraddittorio. Ciò che è peggio è che, per rafforzarlo, Fusaro non esita a ricorrere agli assunti assiomatici ed elementari di un quadro teorico artefatto, quello della cosiddetta teoria del gender, che nei suoi aspetti caricaturali e sfiguranti degli studi di genere (gender theories), di certe analisi di Judith Butler e, più indietro, di Michel Foucault (i miei riferimenti sono incompleti), è stato innalzato ad hoc da certa pubblicistica faziosa e propagandistica.
Ridotta all’osso e nel linguaggio banalizzante, fintamente divulgativo, di un Fusaro, di un Marletta, di una Perrucchietti e di tanti altri, l’ideologia gender (d’ora innanzi IG) negherebbe l’uomo e la donna per spingerli nell’indistinto o, per meglio dire, in quella zona grigia dove le identità sono disponibili, fruibili, intercambiabili, oggetto di ‘consumo’. Dissolutrice dei legami, incapace di dinamiche compensative, l’IG produrrebbe una fondamentale liquidità sociale, nel senso di Bauman, perfettamente congruente al mercato globale. Di qui, va da sé, la centralità dell’omosessualità – e non dell'eterocentrismo  nelle discussioni a senso unico sull’IG. È una centralità non accidentale. L’omosessualità è il focus imaginarius a partire dal quale il discorso dei sedicenti critici del genderismo acquista una sua improbabile coerenza. L’omosessuale è (sarebbe), infatti, il prodotto ‘privilegiato’ dell’IG: ‘scegliendo’ la propria identità di genere, negando la priorità onto-biologica del proprio sesso, l’omosessuale (e con lui la lesbica, il drag, il trans) è il prototipo della intercambiabilità dei generi. La scelta sarebbe però una scelta dimidiata e forzata, ideologica appunto, e avverrebbe fra le offerte disponibili sul ‘mercato’. Non si tratta allora di condannare moralmente l’omosessuale, che, lo si sente ripetere fino alla nausea, va accettato e accolto, ma di attribuirgli lo status ambiguo di vittima di un sistema, quello del mercato globale, o del capitalismo assoluto alla Fusaro, che lo forza ad acquisire un’identità-prodotto, un’identità che è un oggetto di consumo. (Accettate queste premesse si capisce perché Fusaro respinga l’estensione dei diritti alle unioni tra persone dello stesso sesso).
La perniciosità di questi argomenti è evidente; chi li definisce ‘omofobi’ non cade in errore ed è inutile che, su questo punto, Fusaro si mostri tanto irritabile. La reductio dell’omosessuale a ‘prodotto commerciale’ mira a estrometterlo come soggetto politico; indifferente ai costi che, in termini di impegno, di sofferenza, di dolore, l’attribuzione-assunzione dell’etichetta di perverso attribuitagli dalla medicina delle perversioni del XIX secolo – con i suoi tristissimi effetti: dalle cure mediche ai programmi dell’eugenismo, dal razzismo di stato alle persecuzioni naziste, come insegna Foucault – ha ingenerato, questa reductio misconosce, quando non nega tout court, l’ardua battaglia dell’emancipazione Un’emancipazione che è passata per il rovesciamento di una categoria medico-psichiatrica in una forma identitaria ricca, plurale, pluridimensionale (non schiacciata sulla sessualità) e socialmente riconosciuta.
Non si capisce nulla del cosiddetto orgoglio omosessuale (fierezza omosessuale) se non si tiene conto di questo processo e di questi gesti concretamente politici e creativi di cultura. Produrre forme di vita e di cultura omosessuali (un tema su cui ha insistito Foucault) è stato ed è il programma non scritto di tutte le battaglie di emancipazione. Ma oggi più di ieri si tratta di consolidare le conquiste e di fare un passo in avanti. L’appello oggi avanzato per il riconoscimento delle unioni omosessuali è il gesto politico con il quale si chiede la tutela di quelle varianti creative dei rapporti familiari prodotte dalla cultura omosessuale che, senza protezione, restano vulnerabili e fragili.
Ciò che c’è di davvero violento nelle affermazioni degli anti-gender sull’omosessuale sta tutto nel volerlo ancora e sempre vittima; nel perpetuare il suo destino di vittima. Che dicano quel che dicono e scrivano quel che scrivono per interesse personale, per il proprio tornaconto, può suscitare ilarità o disprezzo e, alla fin fine, poco importa. Ciò che rimane è l’ennesima ferita.