giovedì 23 luglio 2015

Thomas Mann sotto il segno di Ermes?

Thomas Mann sotto il segno di Ermes? Thomas Mann Doctor Hermeticus? Kerényi indulgeva a questa ipotesi critica che appare confortata da molte cose di Mann. Ho riesumato un vecchio (?) articolo di Pietro Citati sulla nuova traduzione dello Zauberberg dove il nostro critico ci racconta, daccapo, di Ermes ecc. Mann non è interamente di suo gusto (del nostro critico), lo si capisce non appena parla di falsetto: «[…] rendere l’ardua prosa di Mann; quella mescolanza di lirica, razionalità e falsetto, capace di sfibrare qualsiasi traduttore». E subito dopo: «[I curatori della nuova edizione] sopravvalutano l’arte di Thomas Mann e il (sicZauberberg. Mann è un grande narratore, ma non un genio del ventesimo secolo come Conrad, Proust, Kafka, Musil, la Woolf, Nabokov». Mi viene da ribattere con Erik Satie (ancora lui): «Ho sempre detto – e lo ripeterò molte volte, anche dopo morto – che non c’è Verità in Arte (una Verità unica, s’intende)».

martedì 21 luglio 2015

Questione di vita o di morte?

Grecia è prima di tutto Occidente. Ed è questione di vita o di morte che Occidente rimanga». Così Ceronetti sul “Foglio”. Non molto diversamente s’era espresso Cacciari qualche giorno prima. Questi pensierini sembrano formulati apposta per rannuvolare la fronte dell’homme moralisé. Già, perché la sua saggezza pratica può pure inclinarlo a celebrare la δημοκρατία contro il giogo economico e la burocrazia oppure, tutto il contrario, a chiedere, nella sua qualità di homo œconomicus, sacrifici ai greci; ma nell’uno e nell’altro caso permane, al fondo, una specie di disincanto: i greci di oggi non sono quelli di ieri, la Grecia di oggi non è la Grecia di Aristotele e di Platone, e nemmeno quella di Pericle. Ceronetti e, forse, Cacciari ne fanno invece una questione di vita o di morte e questo non è molto comprensibile, perché noi siamo (anche) ciò che i greci furono: i greci ce li portiamo appresso. Insomma, Grecia capta ferum victorem cepit. Quella visione drammatica non scaturirà dunque da una specie di “svisamento”? Da un vezzo “umanistico” e “letterario”? Oppure: non sarà un volere il sacro tempio dell’antico mito fondativo (e un volerlo tutelato dal rischio del profano, perché la profanità è sempre del presente)? «Il tempio è sacro perché non è in vendita», diceva Ezra Pound…

lunedì 13 luglio 2015

La debolezza e la forza di Davide

Adrienne von Speyr è una scrittrice di cose religiose. Ci ha regalato un piccolo testo, pubblicato in Italia da Jaca Book (Milano 2003), sulle elezioni e missioni dell’Antico Patto. La sua lettura della missione di Davide mi è parsa notevole. Davide, dice Adrienne von Speyr, non né il primo né il secondo Adamo (l’idea non è nuova ovviamente); non è il pastore ingenuo che non si fa domande e nemmeno il Signore onnipotente e onnisciente. Eppure non è un uomo a metà: «ha sempre troppo o troppo poco, ma entrambi i casi gli sono permessi, a testimoniare una misura umana che deve misurarsi con l’incommensurabilità di Dio» (p. 53). Tralasciamo l’incommensurabilità di Dio. Malizioso, saccente, incline al proprio interesse, discutibile, Davide è un uomo di mondo. E nient’altro che un uomo, come rivela la sua «patetica nudità». Di fronte a sé ha Golia, il gigante forzuto e catafratto, «un simbolo di Dio e del suo potere». Davide inganna il potere, inganna Golia e il suo Dio. Dio si lascia «in certo modo ingannare» da lui; ne è conquistato perché lo vede così debole e si lascia confiscare la parola. Ancora: Dio fa credito a Davide e Davide «sta dinanzi a Dio come un bimbo davanti a sua madre» (ibid.). E questo è tutto o, se non altro, il mio interesse finisce qui. Ho raccontato questa ‘storia’ e qualcuno mi ha suggerito di sostituire a Davide la Grecia, a Golia l’Unione Europea e a Dio l’opinione pubblica. L’ho presa come una freddura.

Léon Bloy e la sua esegesi dei luoghi comuni

Un’esegesi dei luoghi comuni, verrebbe fatto di pensare, esamina una gran quantità di temi. Il commento degli oltre trecento luoghi comuni esaminati da Léon Bloy, nelle due serie pubblicate a distanza di dieci anni l’una dall’altra (nel 1902 e nel 1912), indugia o, per meglio dire, insiste su un unico tema. Questo tema è, all’incirca, la stupidità, la bêtise.
Beninteso, i luoghi comuni non sono esattamente stupidi (possono pure esserlo ma non è questo il punto); i luoghi comuni sono idées reçues, pensieri cristallizzati, sono soluzioni e argomenti già lì, a disposizione; costituiscono il repertorio della tradizione, di una tradizione più o meno lunga e stratificata. (Vedervi soltanto una scorciatoia del pensiero, di un pensiero che non pensa a fondo e che ricorre al già detto, pour parler, significa riconoscere solo una metà dell’essenza del luogo comune). Bloy lo sa benissimo: stupido, o imbecille o borghese, come ama ripetere, è colui che vi si riduce nella sua chiacchiera quotidiana (nel Gerede heideggeriano). Ora, lo stupido è colui che non pensa,[*] colui che non fa alcun uso della facoltà di pensare, della faculté de penser (cfr. Exégèse des lieux communs, Paris, Mercure de France, 1902, p. 7): le formule stereotipate dei luoghi comuni pensano, in certa misura, per lui. Il che significa che non è in grado di interpretarli e che, impiegandoli, dice ciò che forse non direbbe, che preferirebbe tacere.
Che li interpreti troppo alla lettera? Chopin, racconta Cristina Campo (ma è possibile che parli solo di sé), detestava di essere creduto sulla parola: i suoi modi, la sua cortesia richiedevano un pudore, una decenza, di cui talvolta gli interlocutori difettavano. In effetti, l’undestatement, la litote, l’iperbole, l’ironia richiedono un esprit de finesse (nel senso di Pascal) nella conversazione come nella lettura. Quale che sia il contenuto del luogo comune, lo stupido opera una reductio che, saltando a piè pari le sottigliezze del parlare sofisticato e concettoso, finisce per ignorare anche la lettera. È una reductio al caro vecchio buon senso, a quel bon sens che Descartes immaginava la cosa meglio distribuita (mieux partagée) al mondo – salvo poi chiosare, ironicamente, che nemmeno gli incontentabili, i lamentosi, ne desiderano di più, più di quanto non ne abbiano. È l’«incubo letterale» di cui parla Cristina Campo, «dove tutto vale quel che sembra» (Gli imperdonabili, Milano, Adelphi, 1987, p. 90). Ed è la tara di un pensiero a sua volto ridotto all’utile, di un pensiero economico (œconomucis). Non a caso, per Bloy, lo stupido è il borghese.
Ho detto che lo stupido non è in grado di interpretare il luogo comune; debbo aggiungere che, a dire il vero, lo interpreta per ciò che sembra valere nella chiacchiera quotidiana, e cioè a dire per una sorta di urbanità, per una sorta di istruzione e, persino, per una sorta di saggezza. Tuttavia non ignora del tutto, lo stupido, di ricorrere a una scorciatoia a buon mercato, giacché non gli è costata alcuno sforzo della facoltà di pensare. Ignora invece il kitsch di questo suo linguaggio: quell’interruzione col mondo delle idee e quel ridursi nell’immanenza della simulazione (Broch), che ne fanno la sua malattia (tara, ho detto prima). L’idioma dello stupido (borghese) è la caricatura inconsapevole del volgare vagheggiato da Dante nel De vulgari eloquentia: né illustre, né cardinale, né aulico, né curiale ma una simulazione di tutto questo.
Accennavo sopra alla ragionevole ricchezza di temi di una esegesi dei luoghi comuni. La sorda ed esasperante monotonia del commento di Bloy ha una ragione manifesta. Bloy guarda ai luoghi comuni a partire dallo stupido che li impiega; la monotonia del commento è un riflesso della stupidità del mondo ristretto e gretto dello stupido (del borghese), e cioè di un pensiero che, come ama ripetere Alfredo Marini, non ha fatto il giro del mondo. Poco importa che siano possibili altre esegesi; l’esegesi di Bloy fa suo un criterio ermeneutico difficilmente contestabile; perché è difficilmente contestabile che il luogo comune emerga come tale solo nell’impiego che ne fa lo stupido. Quella di Bloy non è una raccolta di excerpta sciocchi e grotteschi. Si può contestare la sua esegesi punto per punto; si può trovare puerile e intollerabile quel suo voler scoprire, dietro il luogo comune, il linguaggio teologico e la massima evangelica camuffati e incompresi; ma non si può negare la fecondità del suo metodo; metodo che ha dato alla stupidità, come ha notato Deleuze di passaggio, la dimensione gnoseologica che meritava.
 

Nota

 [*] Per decifrare la stupidità altrui bisogna essere un grande stregone – bisogna tenere in esercizio un congegno ermeneutico molto complicato. Una certa maniera di giudicare la stupidità degli altri, dice Michel Adam, rischia di essere la maniera per gli altri di giudicare la mia propria stupidità. Il giudizio sulla stupidità non può essere facile. Perché niente è stupido se non in correlazione a un contesto. È un po’ come nel caso dell’autenticità heideggeriana. Per questa ragione Deleuze fa della stupidità un trascendentale, una struttura del pensiero. Così Derrida (La bestia e il sovrano, Milano, Jaca Book, 2009, p. 195): «Dicendo che la stupidità non è mai quella altrui, Deleuze suggerisce dunque, diciamo, che la stupidità sia al centro della filosofia, il che la invita alla modestia, e dichiara soprattutto che la stupidità, la possibilità della stupidità non è mai quella altrui perché essa è, sempre, la mia e la nostra, sempre, quindi dalla parte della mia parte, di ciò che mi è vicino, proprio o simile».

Perché Ceronetti non crede alla svolta ecologista di Bergoglio

Ceronetti non crede alla svolta ecologista di Bergoglio e, pur apprezzandone le parole, vorrebbe che stilasse un programma di azioni concrete, per cominciare a credergli (lo ha scritto sul Foglio il 23 giugno scorso). Non si capisce bene cosa voglia Ceronetti dal papa e forse il suo non è che il fastidio che il vecchio militante (Ceronetti è un ambientalista di vecchia data) avverte di fronte al neofita. Poi però tira in ballo Malthus e allora diventa subito chiaro che il programma cui accennava è un programma neomalthusiano (e anche questa è ecologia). Detto altrimenti, non basta che il papa dica che non si devono fare figli come conigli; nelle conigliere bisogna persuadere alla contraccezione e, forse, distribuire preservativi come rosari. Dalla sua Bergoglio avrebbe la ‘predicazione’ di Ernesto Bonaiuti, il quale, negli anni Quaranta, spiegava che «la redenzione portata da Cristo annullava il comandamento biblico sulla procreazione per i battezzati». Conclude Ceronetti: «Il tempo della procreazione illimitata è finito dai tempi dei Cesari e della Giudea romana».

Ferrara il frivolo

Giuliano Ferrara s’è accollato l’omelia (orazione) funebre in mortem cardinalis Biffi. Tra i suoi lasciti, scrive Ferrara sul ‘Foglio’, «sulla scia di Solov’ev, la notizia più vera se non la più bella: verrà l’Anticristo e sarà un pacifista, un vegetariano, un ecologista». E questo è grosso modo tutto ciò che Ferrara può apprezzare nel cattolicesimo: il sarcasmo, la pointe satirique, il coup de langue piquant, il salottismo. Già, Ferrara… Sconnesso dal mondo della post-modernità (qualunque cosa significhi), da tempo s’è adagiato nel frui (godere): e si tratta, appunto, di godere delle minuzie, delle battutacce, dei motteggi del politically incorrect. Solov’ev non avrebbe nessuna difficoltà a spiattellargli in faccia una verità piccina picciò: e cioè che a causa della sua frivolezza un nuovo papa saprebbe traviarlo alla perfezione con un poco di magia.

La fata di Pinocchio secondo Biffi

In Pinocchio, scrive Giacomo Biffi, l’unico personaggio femminile, quello della fata, si sobbarca il compito di «raffigurare il principio femminile» (Contro Maestro Ciliegia, Milano, Jaca Book, 1977, p. 100); beninteso, non un principio femminile ‘qualunque’ (si notino le virgolette), bensì quello sotteso «all’opera di salvezza» – o, per uscire dalla forma mentis cristiana, all’iniziazione, non priva di crudeltà, cui la ‘Signora degli animali’ sottopone i propri figlioli (ma di questo Biffi non parla). E così è quasi ovvio che la vergine bambina dai capelli turchini sepolta sotto una lapide marmorea ricompaia, «ormai donna e pronta a effondere il suo amore materno» (p. 142); e cioè «nelle vesti di una giovane e solerte donna del popolo, [di] una massaia che sa, con l’arte di cucinare, quella di ricondurre [gli uomini] alla regione […]» (p. 138). Anche qui la donna o signora o dea che guida spiritualmente il maschio preda della libido è luogo comune. Ma che vogliamo di più? Non ci può bastare un cavolo condito con l’aceto? Non ci può bastare un bel confetto riempito di rosolio? È una quadretto edificante che profuma di bucato. Gli opporrei, per gusto dell’ossimoro, quello dell’atrabilioso Ceronetti. Traggo il passaggio da Tragico tascabile (Milano, Adelphi, 2015): La famiglia è un luogo sporco, manina inutilmente lavata di Macbettina. E in quei lazzaretti infetti crescono talvolta abnegazioni e sublimità indicibili, ma prima di lodarle stupefatti consideriamo questo: senza la basilare fossa dei serpenti e la fogna segreta che le fonda, spalleggia e suscita, non avrebbero preso il volo».