giovedì 27 agosto 2015

Schubert

«Walt Whitman parla molto di fraternità. Si atteggia a camerata… Non mi fido, Molto meglio Schubert che senza dir nulla si mette a camminare al mio fianco e canta una canzone» (Eugeni d’Ors, ‘La valle di Giosafat, Milano, Bompiani, 1945, p. 27). Schubert è la pace, Schubert è la sera, Schubert è la fraternità… Quadretto un po’ stereotipo, questo di d’Ors, che accusa di ipoacusia chi invece conclude: plaintive musique. Già, questo Schubert bon enfant (Bortolotto) non mi convince per nulla. E poi quella del Wanderer non è una passeggiata serale.

Un gusto per Alfred Brendel? Il vino di china.

Tempo fa mi è capitato di dire qualcosa su Il velo dell’ordine (Milano, Adelphi, 2002), libro in forma di dialogo che raccoglie i colloqui del pianista con Martin Meyer. L’anno scorso Adelphi ha fatto uscire Abbecedario di un pianista, raccolta di lemmi musicali, ma musicali andrebbe messo tra virgolette: un «distillato – scrive Brendel – di quanto ho da dire, in età avanzata, sulla musica, sui musicisti e su questioni relative alla mia professione». Vorrei dire qualcosa anche su questo libretto. Brendel è un saggista intelligente e colto. E qui torno al vino di china. Non difetta, al grande pianista, uno humour corroborante, un’ironia vivace, accentuati, in questo amabile libretto, dalla forma prescelta: l’aforisma, il frammento. Un qualche esempio. A proposito del direttore d’orchestra: «Ci sono […] alcuni direttori […] che se dici loro tre cose, ti fanno subito capire: ‘Non dirmene una quarta. La dimenticherò comunque’» (p. 43). Di Beethoven scrive: «sapeva servirsi del grazioso […] il tono intimo, il registro dolce sono stati suoi tratti caratteristici proprio come l’impetuosità e la baldanza» (p. 23). A proposito del sentimento (in musica): «Esistono sentimenti di prima, seconda e terza mano, sentimenti per teenager, adulti e vegliardi. Esiste il kitsch, un groviglio di sentimenti particolarmente vischioso» (p. 119). Infine: «Suonare in modo troppo veloce è fisicamente meno faticoso che abituarsi a controllare una per una la punta delle dita» (p. 142). L’Abbecedario non è riservato ai soli musicisti, benché questi ultimi ne trarranno suggerimenti interessanti: il melomane ne resterà deliziato. Da leggersi con l’ausilio di Youtube: in molti casi sarà lo stesso Brendel a ‘sonorizzare’ le sue idee. 

martedì 4 agosto 2015

È una pazzia una piazza dedicata a Ipazia?

Rino Cammilleri, ormai più di un mese fa, si domandava se dedicare una piazza a Ipazia non fosse una ‘pazzia’. Scriveva pazzia ma intendeva ‘indecenza’. Nel frattempo Ipazia ha avuto la sua piazza. Ipazia, questa l’opinione di Cammilleri, nessuno la conosce e i bravi papà – i virtuosi padri di famiglia – si troveranno un giorno in grande imbarazzo a rispondere alle domande dei pargoletti sull’identità della filosofa scannata dai cristiani. A Cammilleri pare un argomento spiritoso, un ‘corroborante’ della sua opinione che sia pazzia dedicare una piazza a Ipazia, e invece è una fesseria. Potremmo ripeterlo per tutta la toponomastica: che ne sanno i medesimi papà di Teofilo Folengo? La verità è che è Cammilleri a misconoscere Ipazia (e Giordano Bruno che certo è più conosciuto, concede, ma non letto dai più e incompreso da pochissimi di quei pochi che lo leggono). Eppure, non dico le pagine di Peguy, ma, per esempio, il libro di Mario Luzi una sua circolazione l’ha avuta (e vale la pena ricordare che il poemetto di Luzi è stato trasmesso per la prima volta il 25 dicembre 1971 dalla Rai con la regia di Marco Visconti). Menziono Luzi per non menzionare il film di Alejandro Amenábar cui Cammilleri attribuisce un effetto felicemente effimero. La pazzia più volte ricordata – e questo è il punto – è (sarebbe) livore ideologico illuminista. Già, per certi parvi cattolici ci sono ancora gli illuministi che ce l’hanno con loro, che riscrivono la storia e che riesumano una vicenda del V secolo che nessuno, salvo Luzi, Peguy, Edward Gibbon, Charles Kingsley, Leconte de Lysle, Wieland, le culture femministe... conosce. Bene, mi viene da citare proprio Luzi, il seguente verso: «Ipazia imperversa, provoca con la sua foga l’ira di molti» (M. Luzi, Libro di Ipazia, Milano, Rizzoli, 1978, p. 65).

lunedì 3 agosto 2015

Étienne Dolet

Il 3 agosto 1546, Étienne Dolet, libero pensatore, umanista, filologo e stampatore, viene bruciato vivo in place Maubert a Parigi. Di mezzo, ovviamente, c’è la Chiesa cattolica, c’è l’Inquisizione e c’è lo zampino di un inquisitore nevrotico, il domenicano Matthieu Ory, che lo fa arrestare a Lione il 2 ottobre 1542. Qualcosa del suo proprio destino, una specie di dénouement, Dolet dovette intenderlo il 24 marzo 1533, allorché viene incarcerato nel Castello Narbonnais di Tolosa per aver parlato troppo ‘alto’ e troppo ‘forte’ nelle sue arringhe universitarie. Forse è questo avvenimento umiliante e penoso a trasformare Dolet in un idealista appassionato, in un paranoico, in un ‘caratteriale’, in un polemista; a instillargli la volontà di bruciare le tappe, di arrivare in alto e, soprattutto, la brama di sapere. Scriveva nel suo Second Enfer, una raccolta di epistole indirizzate alle autorità cui affidava la sua difesa e le sue speranze di salvezza (ho mantenuto l’ortografia originale): 

Mon naturel est d’apprendre tousiuours ; 
Mais si ce vient que ie passe aulcuns iours 
Sans rien apprendre en quelcque lieu ou place,
Incontinent il faut que ie desplace. 

[Il mio naturale è di apprendere sempre;
Ma se avviene che passi alcuni giorni 
Senza apprendere nulla in qualche luogo o posto,
Incontinente bisogna che io mi sposti].