martedì 29 settembre 2015

L’essenza del matrimonio, suppergiù...

Mi segnalano, favorevolmente, il libretto di Giovanni Donna D’Oldenico intitolato, un po’ pomposamente (perdonatemi tutti questi avverbi), Lettere a un figlio sull’educazione (Torino, Lindau, 2015). Sì, lo so, viene in mente Friedrich Schiller, ma qui l’argomento, l’argomento di queste lettere, è più plebeo, più semplice; e più che un argomento è un’occasione, un’evenienza, uno di quei casi della vita: insomma, il figliolo mette su famiglia. Intanto qualche notizia sull’autore. Giovanni Donna D’Oldenico è un medico e uno scrittore cattolico. Ha nove (nove!) figli e sono certo che aspiri ad averne dodici. Non so tuttavia a quale dei nove egli indirizzi le sue lettere. Ancora una considerazione: i consigli dei padri sono fatti apposta, in linea di massima, per essere disattesi; Céline diceva anche: «On est parti dans la vie avec les conseils des parents. Ils n’ont pas tenu devant l’existence» (Guignol’s band)». (Nota per i lettori di Chesterton: Céline è uno scrittore francese). Ebbene, tutto ciò mi fa supporre che l’autore delle Lettere sia ironico e che il fervorino egli non lo indirizzi punto ai figli bensì, al limite, ai suoi pazienti, ai suoi comparrocchiani e, insomma, a tutti quelli che potrebbero aver voglia di spendere i soldi per acquistare l’opuscolo in libreria alla modica cifra di Euro 10. Ma arriviamo al pensierino, pensato dalla testolina di Giovanni Donna D’Oldenico, che più mi ha colpito. Eccolo, sta parlando dell’essenza del matrimonio: «È un amore che consiste nel dare la vita l’uno per l’altra, dentro il lavoro e le cose di ogni giorno; è perdono e tenerezza; abbracci e silenzi; attenzione, cura e discorsi; gioie e anche fatica; gesti semplici e sacrifici grandi». Bene, se questa è l’essenza del matrimonio, la sua ousia (οὐσία), la sua idea platonica, volgiamo il nostro sguardo a questo tristo mondo di apparenze e cerchiamo qualcosa che vi corrisponda; cerchiamo anche di mettervi, introdurvi un po’ di ordine; tanto più che questo tristo mondo di apparenze è sempre più liquido, più acquoso, più liquoroso. Vediamo… le due vedove che quotidianamente si aiutano nei mestieri di casa, che pranzano assieme e che assieme vanno dal medico, che si sorreggono vicendevolmente mentre s’inerpicano fino alla chiesuola che sorge sul colle qui sopra, sono senza dubbio una coppia di spose; il parroco e il suo diacono, sempre a braccetto, inseparabili, immobili come due statue davanti agli sportelli sanitari mentre ritirano gli esiti degli esami dell’uno o dell’altro, sono una coppia di sposi. Non lo è invece la coppietta che dopo due soli mesi di matrimonio è scoppiata e ha abbandonato la casa e il gatto.

giovedì 24 settembre 2015

La moda ‘demoda’

Di raro utilizzo ma, nella lingua francese, esiste il verbo démoder che significa, all’incirca, far passare di moda. Démodé, come aggettivo, è impiegato largamente anche qui da noi. La moda ‘demoda’ significherebbe dunque: la moda fa passare di moda. Che cosa? Beh, ciò che è alla moda e dunque anche se stessa se con la parola intendiamo ciò che in questo momento è di moda. Ma c’è un altro paradosso: la moda non si demoda mai, la mode ne se démode jamais (in francese c’è anche un impiego riflessivo del verbo). Baudelaire lo sapeva bene: questo ne se démoder jamais, questa vitalità del presente (della foggia di un abito, di un cappellino ecc.) aggiunge qualcosa alla bellezza intemporale e astratta: un che di piccante, di vivace, un fremito. Ma per un Baudelaire che, forse ironicamente, celebra la moda, ci sono cento Pasolini che la condannano. (Perché Pasolini? Pasolini o un altro vanno benissimo; dico Pasolini perché ce l’aveva col consumismo). Non si tratta di dare ragione a Baudelaire o all’altro e, in effetti, si tratta sempre della qualità dell’effimero. Certo, in quanto effimero, un certo modo di pensare lo lascia intendere, è sempre scadente, imperfetto, meschino, brutto… La circolazione di tutti questi valori ha però al limite, come suo termine di paragone, lo sguardo sull’eterno. Ah, quant’è piacevole questo sguardo sull’eterno! Ma, anche, quant’è transeunte questo eterno! In ogni modo, il paragone vero è sempre tra l’effimero e il meno effimero… Eppure, a pensarci bene, l’effimero è davvero ‘démodé’ dalla moda? Se come evento dell’effimero la moda scaccia l’effimero, generando magari in retrospettiva e nella testa degli interpreti una traditio, come trovata del creativo è la comica del camaleontismo. D’accordo senza la piaggeria non c’è commercio, specie dell’effimero, specie del superfluo (che bisogna far passare per necessario come diceva Voltaire). (Non diceva esattamente questo ma non importa). E il marketing è la scienza della piaggeria. I grandi magazzini Selfridges hanno deciso di dedicare un intero settore all’Agender; Saint Laurent, Gucci, Hermes cavalcano l’onda unisex (grazie a Mirella che con la consueta ironia ci segnala un articolo sul ‘Corriere’). Che significa tutto questo? L’eterno della differenza sessuale contro l’effimero del Gender? L’ideologia Gender che avanza? Nulla di tutto questo. Ragionate e domandatavi perché di Gender se ne occupano soltanto i couturier, si chiamino Gucci o Fusaro, Saint Laurent o Adinolfi o Marletta ecc…

lunedì 21 settembre 2015

Virtù invisibili e virtù visibili

Chesterton dice che la virtù cattolica è spesso invisibile […] perché essa è la virtù normale» (La sfera e la croce, in Opere scelte, Firenze-Roma, Casini, 1956, p. 230). Ciò fa pensare che ci siano delle virtù anormali e scandalose – il che mi pare molto interessante. Ma la prima cosa che intendo comunicare è questa: la proposta di Ceronetti di organizzare un servizio erotico per gli anziani, sul modello del sevizio erotico per i disabili, non mi pare affatto sconveniente. Un secolo di sessuologia non ci ha cavato dalla testa l’idea che i vecchi c’entrino poco con il sesso e che quando perseverassero in eroticis sarebbero dei satiri, dei maniaci. E questo è un male. Ceronetti presenta il «vantaggio» – ma preferisco dire virtù – della sessualità senile in questi termini: «Il cosiddetto istinto che acceca e spinge a procreare (cosa dall’utilità discutibile) piglia altre strade: si depura e spiritualizza, o si perverte e materializza» (Tragico tascabile, Milano, Adelphi, 2015, p. 34). Questo mi fa pensare che forse una delle cifre dell’umano passi attraverso una sessualità affrancata dalla riproduzione (procreazione, correggerebbe Fabrice Hadjadj, perché non siamo fotocopiatrici). Un sesso pour le plaisir è un sesso consapevole della morte – consapevolezza che è poi il sapere antropologico per eccellenza. Chi lo pratica non inganna più la propria mortalità con la bugiarda promessa di una sopravvivenza biologica; chi lo pratica ha imparato a ingannare la vita – e cioè il programma psicobiologico di sopravvivenza della specie. Nessuna inibizione dell’asse ipotalamo-ipofisi-gonadi e tutto confluisce ‘sterilmente’ sotto un cielo di lattice.
Qualche cattolico – quarantenne, sposato con prole e pubblicista… – immagina di scandalizzarci tutti quanti riscoprendo, come mille altri prima, tutti cresciuti all’insegnamento di padre Mauri, le gioie e i dolori, per non parlare delle puzze e delle sporcizie, della ‘fisiologia’ del talamo. Siamo onesti fino in fondo e apprezziamo il coraggio e il rischio connessi alla spiritualità sponsale: qui si vuole dare uno schiaffo all’avarizia, concedersi un lusso, sperimentare elevazioni sublimi. E quale brivido nella rinuncia al calcolo del condom! Una monta senza precauzioni! Chiamiamola Amore… E tuttavia, e sempre per essere onesti fino in fondo, il rischio al servizio dell’amore di cui conciona Emiliano Fumaneri, alias Andreas Hofer, ricorda molto l’acqua di rose. Che uno sposo o una sposa impegnino la propria carne esponendosi al rischio di una ferita solo perché lo sposo non s’incappuccia… Insomma, a meno che lo sposo non si catapulti dal comò, magari nel costume di un supereroe, l’unica cosa che rischiano è la gravidanza della sposa. Gli è che la virtù normale è invisibile, come dice Chesterton; lo stesso vale per il rischio.
A Fumaneri io preferisco Fabrice Hadjadj perché scrive in francese. Ma Hadjadj e Fumaneri dicono poi le stesse cose: non c’è che l’atto sessuale fecondo dell’uomo e della donna (degli sposi) e tutto il resto è rappresentazione fantasmatica, è igiene, è salute. E l’OMS che parla di salute sessuale vorrebbe forse predisporre il servizio di un guardaboschi per ogni Lady Chatrerley (La profondeur des sexes. Pour une mystique de la chair, Paris, Seuil, 2008)? Povero Hadjadj che vorrebbe scandalizzarci con la sua pruderie! E qui torno al servizio erotico di cui parla Ceronetti; torno ai vecchi di Ceronetti e a quella loro «persistenza del desiderio che è madre di tutte le disperazioni» – alla loro virtù. Già, sono questi vecchi l’umanità scandalosa e virtuosa.

mercoledì 16 settembre 2015

La società triste del sociologizzare ‘facile’

Che cosa ci chiedono o che cosa pretendono da noi le nostre società ‘postmoderne’? Forse quello che, in un modo o nell’altro, abbiamo immaginato chiedessero ai nostri avi, ai nostri vicini, ai nostri antipodi, tutte le altre società ideate dalla nostra mente ‘tassonomica’ di socio-antropologi. E cioè di cavarcela quasi da soli. Il ‘quasi’ è importante. Nessuno può contare solo su di sé al fine della propria conservazione. E questo è banalissimo dirlo. Oggi c’è il Welfare; ieri c’erano altre forme di ‘previdenza’: solidarietà familiari, corporative, claniche, tribali ecc... Tutto molto ovvio. L’individualismo di oggi, però, non piace; di più: è visto come un pericolo.
Come convive l’individualismo con il fatto banalissimo constatato sopra? Semplice: l’assistenza è oggi erogata dagli ‘istituti’, dai ‘servizi’ ecc.; e l’interfaccia (che brutta parola!) degli istituti è la faccia anonima dell’impiegato o il modulo cartaceo o lo schermo del computer. Chiedendo, domandando assistenza, prenotando una visita, compilando la domanda per un sussidio ecc. posso immaginare di accedere autonomamente a una risorsa che, dati certi presupposti, mi spetta di ‘diritto’. Nessuna benevolenza, nessun paternalismo e nessuna supplica, nessuna preghiera intervengono qui. La macchinissima della burocrazia ha eroso di molto i margini della ‘degnazione’; ed entro questi margini si affollano i filantropi di ogni genere e specie.
Ma perché l’individualismo è un pericolo? Innanzitutto perché chi è assistito da tutti questi ‘dispositivi’ dimentica, si dice, di poter diventare a sua volta, e per pura pietà umana, fonte di assistenza; diviene egoista; ma poi perché non sperimenta più il valore, l’influenza, la grandezza dell’autorità. Questa mancata ‘sperimentazione’ – nella vita quotidiana – dell’autorità/anteriorità dell’‘erogatore’ di beni, di assistenza, di valori ecc. è stata chiamata nihilismo. Perlomeno, alcuni, e si tratta molto spesso di preti, l’hanno chiamata così. D’altra parte l’auctoritas ‘massima’, ‘finale’, ‘anteriore’ per i teologi, per i teologi-politici, è Dio, è il Dio trascendente; ma, appunto, Dio è il termine o principio, di una gerarchia di autorità e di un sistema di deleghe. In soldoni: disobbedire al padre, negarne l’autorità, è già negare Dio, farne un ‘nulla’, un ‘iperniente’. E questo, prosegue il nostro prete, è un cattivo uso della libertà. La libertà non è infatti individualismo, egoismo, disobbedienza; la libertà è sempre in relazione, sta sempre in relazione con qualcosa o con qualcuno, con i valori e con l’autorità che li incarna. Il che non è davvero tutto sbagliato, salvo per il fatto che il prete aggiunge, invariabilmente, che quei valori vanno assunti e quella autorità va riconosciuta – ‘liberamente’ e come se tutte queste cose non potessero fallire all’esserci padre (Manganelli). Di qui, anche, il seguente assioma: ‘Sii figlio’ equivale a ‘Sii uomo’ (cfr. A. Bagnasco, L’educazione come urgenza e sfida del nostro tempo. Prolusione per il decennale di fondazione della Università Popolare Don Orione).
Comunque, qui sta la ragione per la quale la Chiesa cattolica tiene tanto alla famiglia tradizionale. Nessuna autentica preoccupazione morale o ‘antropologica’; solo un voler mantenere una posizione di rendita, di prestigio – un’imbalsamazione dell’autorità. (Stare en famille è negare la politica. Questo direbbe H. Arendt. Tuttavia, aggiungerebbe, la sorte di questa minoranza di servitori dell’antiquato Dio non è differente da quella della maggioranza di fruitori degli evoluti servizi. E non tanto perché i primi sono anche i secondi, quanto perché anche ai secondi la politica è preclusa).
C’è una terza ragione per la quale l’individualismo sarebbe un pericolo: rende tristi. L’innegabile tristezza che Benasayag e Schmit, due psichiatri americani autori di un libretto intitolato L’epoca delle passioni tristi (Milano, Feltrinelli, 2013), osservano nella società attuale, è (sarebbe) generata dall’individualismo. L’individualismo illimitato, l’individualismo sponsorizzato dal neoliberismo sfrenato, conosce solo lo scambio della logica del consumo; ogni forma di solidarietà è negata da rapporti interindividuali dettati dal contratto e dalla competizione. Di qui il senso di precarietà, lo stato di crisi permanente, l’insicurezza, la tristezza ecc. (In ballo, anche qui, c’è il principio di autorità/anteriorità).
Nulla di nuovo, a dire il vero. Leggetevi comunque Benjamin Constant; ritroverete questi stessi argomenti espressi quasi negli stessi termini duecento anni fa. Per esempio il seguente passaggio tratto da De l’esprit de conquête et de l’usurpation, Paris, 1814, p. 53: «Les individus, perdu dans un isolement contre nature, étrangers au lieu de leur naissance, sans contact avec le passé, ne vivant que dans un présent rapide, et jetés comme des atomes sur une plaine immense et nivelée, se détachent d’une patrie qu’ils n’aperçoivent nulle part, et dont l’ensemble leur devient indifférent, parce que leur affection ne peut se reposer sur aucune de ses parties». Traduco: «Gli individui, persi in un isolamento contro natura [nelle nostre grandi città], stranieri al luogo della loro nascita, senza contatti con il passato, viventi solo in un presente veloce e gettati come atomi sopra un’enorme, livellata pianura, si separano da una patria che non scorgono in nessun luogo e il cui insieme diviene loro indifferente, perché il loro affetto non può riposare su nessuna delle sue parti». Che ci tocchi retrodatare l’epoca delle passioni tristi?
In ogni modo, tutto molto interessante; come è interessante l’idea che le pratiche terapeutiche e pedagogiche debbano oggi andare controcorrente, stabilire dei divieti e risvegliare i giovani dal sogno di onnipotenza. Tuttavia, e per chiudere, siamo poi certi che l’individualismo sia più pericoloso del familismo o del tribalismo? Di più: siamo poi certi di poter definire la nostra società come individualista o triste o nihilista? Non ci stiamo accontentando di sociologizzare o tipologizzare un po’ troppo superficialmente? Direi questo anche se l’intenzione, beninteso, fosse quella buona, fosse quella di Bauman, l’unica che il vecchio sociologo ammetta: aiutare l’umanità.

Ma dell’uomo sparente non abbiamo già fin troppe notizie?

Così G. K. Chesterton in La sfera e la croce (The Ball and the Cross): «Una delle grandi debolezze del giornalismo, come immagine della nostra esistenza moderna, è che è un’immagine fatta interamente di eccezioni. Per esempio, annunciamo con brillanti manifesti che un uomo è caduto da un’impalcatura, ma non annunciamo con brillanti manifesti che un uomo non è caduto da un’impalcatura. Eppure quest’ultimo fatto è fondamentalmente più eccitante, perché ci indica che questa torre semovente di terrore e di mistero – un uomo – è ancora in giro sulla terra. Che un uomo non sia caduto da un’impalcatura è realmente più sensazionale ed è anche qualche migliaio di volte più comune. Ma dal giornalismo non possiamo ragionevolmente attenderci che insista sui miracoli permanenti».
Sulla citazione ci tornerò dopo. Prima volevo dire che la fortuna di Chersterton, dalle nostre parti, presso i giovani e i meno giovani cattolici nostrani, è legata al fatto che ‘fa ridere’. Anche Claudel, che con Chesterton, a giudizio di André Molitor, ha restituito dignità alla letteratura di ispirazione cattolica, fa ridere, benché la sua comicità non sia stata sempre riconosciuta. E così Darius Milhaud, il compositore Darius Milhaud, l’indomani della morte dello scrittore, cui era legato da sincera amicizia, volle anzitutto ricordare, dell’uomo, la formidabile bonomia, la bonomia che sfiorava la buffoneria, la bonomia che, insiste Milhaud, irrorava le sue opere, le più grandiose, Protée (mai messo in scena e di cui Milhaud realizzò le musiche di scena). E come dimenticare che in una piccola pièce destinata al teatro di marionette intitolata L’Ours et la lune, Claudel volle che la luna somigliasse alla regina Vittoria? Insomma l’idea che la letteratura cattolica debba essere milizia, propaganda, agitazione, che debba ricordare di continuo Ugo Mioni, ha trovato nei due campioni una smentita.
Ma io cito Chesterton perché a citare il passaggio riportato qui sopra non è un italiano ma un francese, è Fabrice Hadjadj. Hadjadj è un filosofo, uno scrittore e un giornalista cattolico. Recentemente (il 6 di settembre) ha inaugurato una rubrica sul quotidiano Avvenire che ha chiamato ‘Ultime notizie dell’uomo’. Benché il nome della rubrica faccia supporre il contrario, Hadjadj non intende far ridere bensì far piangere; non fare dello humour bensì lagnarsi e propinarci un fervorino. Almeno in questo suo primo contenuto inaugurale. Peraltro, dell
uomo sparente, lì lì per sparire del tutto, non abbiamo già fin troppe notizie? 
Hadjadj, che non è uno stupido, prende Chesterton alla lettera: i giornali tralasciano il ‘quotidiano’, il ‘comune’: non ci dicono che Tizio (un uomo) respira, che Caio (un uomo) digerisce una scaloppina, che Sempronio (un uomo) è ancora capace di vedere tutti i colori dei vestiti di sua moglie e, soprattutto, ciò che più commuove, di tenere il figlioletto per mano. Invece ci raccontano, i giornali, i quotidiani, che presto avremo automobili senza conducente, che da qualche parte ci sono dei kamikaze, dei cyborg (sic!). Insomma la celebrazione del trans, del post o dell’inumano in luogo di quella della felicità domestica o della fisiologia umana. Se in tutto questo c’è dell’umorismo è sicuramente involontario.
Gli è che gli esercizi di retorica sul bel tempo andato, lo sanno bene quei giovani che ancora ascoltano i vecchi, riesce, al più, noioso, ma nei casi peggiori stucchevole. Non debbo aggiungere che sono soprattutto i ‘credenti’, di ogni fede e razza, a lasciarsi andare a questa pratica. Già le loro conversioni le interpretano come inversioni a ‘u’, ritorni alla casa del padre, alla vita, recupero delle tradizioni, risalita di quella curvatura etica del ‘pensiero debole’ che ha indotto la decrescita demografica (leggo la lettera che il Rabbino Laras, presidente emerito dell'Assemblea Rabbinica Italiana, invierà agli ebrei italiani in occasione del nuovo anno ebraico; un’altra lagna…). Ora, un modo per sfuggire alla retorica è quello di esagerare la retorica: ce lo hanno insegnato il sarcasmo e l’ironia di Bloy. Hadjadj è troppo intelligente per non saperlo. Per esempio gli è capitato di suggerire stili di vita alternativi incoraggiando un’eccellenza rovesciata: «creare scuole d’insuccesso, allenarsi alla contro-performance […] proporre ai nostri figli concorsi di sparizione e di oscurità» (Réussir sa mort, anti-méthode pour vivre, Paris, Plon, 2005). Che poi noi vi si ravvisi il consueto e molesto odium sæculi è un’altra questione.
Torno a Chesterton per aggiungere che è con una buona dose di enfasi che all’Avvenire traducono un uomo, a man, con l’uomo. Suggerisco l’impiego della retorica delle maiuscole.

domenica 13 settembre 2015

Bovarismi

L’università non è per tutti dice il bravo Antonio Gurrado sul ‘Foglio’ del dieci di settembre. L’ignoranza smisurata dei laureati alle prese con i concorsi pubblici lo ha convertito al numero chiuso nelle università, da estendersi anche alle facoltà umanistiche: la selezione metterebbe le cose a posto o, quanto meno, limiterebbe i danni di quello che propongo di chiamare, con Huxley, ‘bovarismo culturale’. L’argomento non mi convince e non mi convince perché mi piace pensare che alle giovani teste, jeunes et insouciantes, vada offerta più di un’occasione, che la selezione debba avvenire negli atenei e non installando ghigliottine ai cancelli dei medesimi. ‘Riaccademizziamo’ piuttosto i corsi che abbiamo ‘liceizzato’ (credo che questo linguaggio a Gurrado non dispiaccia): l’università avrà fatto, né più né meno, quello che ci si aspetta che faccia l’università… Comunque non me la prenderei ‘in via esclusiva’ con il bovarismo dottrinale, scientifico, culturale ecc.; c’è anche un bovarismo morale, spirituale, missionario. I ‘critici’ non dovrebbero trascurarlo. Che pensare di insegnanti, ricercatori, giornalisti che simulano soltanto lo zelo per il loro ufficio e che scambiano volentieri il vocabolario ‘spirituale’ per lo ‘spirito’? Son frodi anche queste. Suggerirei ai critici succitati la lettura di ‘Les secrets de la vie spirituelle qui en découvrent les illusions’ del padre gesuita François Guilloré… Fuori di celia, non dimentichiamoci, ce lo ricorda Jules de Gaultier, che il bovarismo è altresì ‘vitale’, per tutti.

domenica 6 settembre 2015

Le case vuote di Sonneberg

A Sonneberg, un tempo città mondiale del giocattolo, nel sud della Turingia, la vicesindaco Heike Vogt è impegnata «nella demolizione delle case vuote, uno degli effetti più visibili del ‘depopolamento’». A farcelo sapere, sul ‘Foglio’ di ieri, è il solito Meotti (sua la frase tra virgolette). Sonneberg, questo vuole dirci il Meotti, è la Germania. A Sonneberg Heike Vogt abbatte la case vuote; in Germania si abbattono le case vuote perché i tedeschi, lo confermano i dati demografici, diminuiscono a vista d’occhio. «La popolazione tedesca calerà del 19 per cento entro il 2060». Abbattere case vuote, tuttavia non è una soluzione e, in ogni modo, a Meotti non importa nulla del fatto che Heike Vogt faccia abbattere le case vuote di Sonneberg; invece l’altra soluzione, quella di Angela Merkel, e cioè l’apertura delle frontiere, lo preoccupa abbastanza perché l’immigrazione sarà musulmana… Bene, il problema della sopravvivenza dei tedeschi – o degli italiani o degli europei – fa abbastanza ridere; la scommessa della Merkel o i provvedimenti dell’amministrazione di Sonneberg, beninteso, così come ce li presenta il Meotti, fanno sbellicare dalle risate… Comunque a Sonneberg nessuno abbatte case vuote e l’amministrazione comunale ha semplicemente fatto presente che le città come Sonneberg hanno grossi problemi con gli edifici diroccati e pericolanti; tuttavia, avvertono gli amministratori, costringere i proprietari alla demolizione non è una soluzione… Ah, ancora una cosa: Heike Vogt non esiste, il vicesindaco di Sonneberg si chiama Heiko Voigt ed è un uomo.