martedì 27 ottobre 2015

Figli nati dalla terra

Ho sempre una qualche cautela a parlare della maternità surrogata o, come si dice talvolta andando per le spicce, dell’utero in affitto. In primo luogo perché non ritengo minimamente necessario fare figli. Dico necessario ma intendo desiderabile e potrei aggiungere assennato. E questo perché metterli al mondo significa consegnarli al mondo e alla sofferenza e al dolore, come dice sempre Ceronetti richiamando affermazioni del tutto consimili di Schopenhauer; queste: «Non mi sono sposato per pietà verso i figli che avrei potuto avere» (cit. in La lanterna del filosofo, Milano, Adelphi, 2005, p. 147). Forse son tutte scuse ma, nondimeno, non inficiano l’argomento. Ma, in secondo luogo, perché questo desiderio di genitorialità sta pur sempre al di qua della genitorialità medesima. Che questo desiderio sia un’astuzia della natura o un qualche progetto voluto dal Padreterno poco importa – questi argomenti sono e restano veramente disgraziati –; direi piuttosto che gli uomini e le donne non sanno esattamente quel che fanno... D’accordo, non è un argomento... In ogni modo, i figli germogliano così (sempre) malgré tout, vincendo il logoramento interno, il declino biologico degli ascendenti. Va bene, va bene, non esageriamo… Tuttavia quando si dice che i bambini nascono perché hanno un papà e una mammà e che la ‘vocazione’ – che brutta parola! – non conta, non si dice nulla di diverso: i bambini nascono «à longueur de sperme» e solo questo sembra importare. Con ciò, e in maniera piuttosto ambigua, quelli della Manif si ricollegano a un mondo sacrale perduto, ma mai scomparso dal nostro inconscio antropologico, mettendo a tacere, senza ovviamente mai riuscirvi, quell’altro mondo, filosofico e tecnico, che immagina gli uomini già provvisti di strumenti atti alla sopravvivenza e bisognosi semmai (senz’altro) di una paideia. I figli nati dalla terra, spuntati come fiori o come funghi, non sono un’invenzione dei nostri tempi: già Platone ne parlava (cfr. Repubblica, 414c e sgg.).
Mi sono permesso di slittare scherzosamente e ironicamente verso la mia conclusione – che mi pareva (e mi pare) presentare un qualche spunto d’interesse. In ogni modo a me pare che sul tema della genitorialità ci sia parecchia confusione. Ho apprezzato il tentativo del buon Hadjadj di chiarire e (di schiarirsi) le idee nel suo La profondeur des sexes. Pour une mystique de la chair. Ma ciò che ne è disceso, da quel suo tentativo, è, vagamente, alla lontana, la celebrazione di un mondo ancestrale dove il ‘miracolo’ della generazione della vita (il thaumaston) manteneva tutti i suoi segreti e doveva essere propiziato (attraverso riti di fecondità, le preoccupazioni dietetiche, le segregazioni ecc. ecc.). Oggi la provetta vivipara ha tolto tutta la poesia e la mistica di Hadjadj incoccia nello scetticismo e persino nel cinismo. Di fronte al non-mistero della generazione (la quale ci ha svelato come a Gige tutti suoi segreti) le ragioni per procreare e per non procreare divengono tutte quante mondane e la procreazione stessa si ‘riduce’ alla manovra riferita volgarmente da Artaud (magari medicalmente assistita). Ora, quelli della Manif e degli altri ambienti ultracattolici (scrittori o scrivani sui giornali, opinionisti-tv ecc.) mi sembrano spesso assai a di qua degli schiarimenti di Hadjadj. Da un lato tirano in ballo la potenza dei gameti e dall’altro la necessità di una eteronormatività familiare (dalle benefiche irradiazioni psicologiche); e questa loro incertezza segnala l’interruzione: la genitorialità non da ora, anche se solo ai nostri giorni ha visto adeguamenti nel diritto, ha cessato di essere mero legame di sangue, biologico, per divenire elettiva e sociale. E qui vengo alla conclusione e ribadisco che quella interruzione è alla base della nostra cultura (occidentale). Ecco perché ho richiamato il Platone della Repubblica. Con la favola (mytos) della ‘nobile menzogna’, annota Sini (Transito Verità, Milano, Jaca Book, 2012, p. 481), «Platone ha in sostanza escluso gli uomini dalla generazione sessuale, facendoli invece scaturire direttamente dalla terra, con una sorta di generazione autarchica»; li ha così parificati e resi fratelli simbolici o amici «come dirà la retorica filosofica» (p. 482) e bisognosi di una paideia filosofica. Bene, quella fu la rivoluzione antropologica – rivoluzione che dunque sta all’inizio e non alla fine. Si mettano il cuore in pace: il Gender è in cammino dai tempi di Platone.

lunedì 26 ottobre 2015

Discernimenti. Una divagazione attorno alla comunione ai divorziati

Quello che abbiamo capito è che la parola chiave è la parola discernimento. Nel documento finale del Sinodo sulla famiglia (rectius, sulla ‘vocazione e sulla missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo’) voluto da Bergoglio, la parola ricorre ben sedici volte; e cinque volte vi ricorre il verbo discernere. Bene, dove applicare questo discernimento? Che cosa discernere? Beh, ovviamente e innanzitutto la situazione singolare – la singolarità – dei divorziati risposati. La generalità dei divorziati e quell’applicazione del canone 915 del Codice di Diritto Canonico che la concerne non sono più cogenti; i pastori, seguendo il criterio espresso da Wojtyła (cfr. il n. 84 della Familiaris Consortio), discerneranno caso per caso le situazioni – le singolarità appunto. Caso per caso, perché un conto è mandare all’aria un matrimonio per andare a correre le giumente, per dirla col Boccaccio, e un conto è rimanere piantati nel fango di un abbandono. Questi sono solo due esempietti wojtyliani; i presbiteri debbono potenziare invece il loro discernimento – è la parola chiave – e indurlo in soprappiù nei divorziati risposati. «In questo processo – recita il § 85 del documento finale – sarà utile fare un esame di coscienza, tramite momenti di riflessione e di pentimento. I divorziati risposati dovrebbero chiedersi come si sono comportati verso i loro figli quando l’unione coniugale è entrata in crisi; se ci sono stati tentativi di riconciliazione; come è la situazione del partner abbandonato; quali conseguenze ha la nuova relazione sul resto della famiglia e la comunità dei fedeli; quale esempio essa offre ai giovani che si devono preparare al matrimonio». Il discernimento – ciò che non è assolutamente da trascurare – è sempre un discernimento a ritroso e un pensare al (proprio) caso in modo coerente. E se, realiter, fosse anche impraticabile? Perché potrebbe darsi il caso che il discernimento per giungere davvero (e non per finta) al caso singolare, alla singolarità, si sperda sotto il cielo nero e incocci nella superstizione. Può sembrare una boutade e, in effetti, lo è. Ma non è mia essendo di Pierre Klossowski. Se debbo dirla tutta, il breve scritto intitolato Conversazione sull’idea di menagramo di Pierre Klossowski (in La Rassomiglianza, Palermo, Sellerio, 1987) costituisce l’unica ragione per la quale mi occupo qui di questa ennesima applicazione della morale casistica gesuitica – e cioè di una morale profondamente falsa e francamente ripugnante. (Non fidatevi quando vi parlano di profondità teologica; questa loro profondità non nasconde che la micragna del loro pensiero). Ma veniamo all’idea di menagramo. Ciò che questa idea bizzarra e sciocca è in grado di tessere attorno a sé è l’imprevedibilità di quella rete di avvenimenti (soprattutto di infortunî) che costituisce la vita di ciascuno di noi. Questa rete, avverte Klossowski, potrebbe essere «l’illusione di uno sguardo su avvenimenti passati» (p. 34). Nel tentativo di dissipare l’illusione, il discernimento a ritroso di cui sopra si trova di fronte a un bivio o a un’impasse: o si rifugia nella generalità – e pensa alla necessità delle cause e delle concause – o si addentra nella (nelle) singolarità per smarrirsi nella sua (loro) gratuità. Ed è qui, a questo bivio, che l’idea di menagramo può svolgere la sua funzione. Perché se arrivare al caso significa smarrirsi nella gratuità degli avvenimenti singolari che hanno prodotto il caso (i casi) – e cioè significa pensare gratuitamente e non necessariamente – allora tanto vale piantare questa idea strampalata e gratuita di menagramo al crocicchio: essa sarà la superstizione (supersistanza) del caso singolare e lo comunicherà meglio – comunicherà, in una maniera o nell’altra, l’incomunicabile. D’altra parte, che una casistica coerente fino in fondo debba fare i conti con l’indiscernibile (!!) non lo prova il discorso della montagna di Gesù? L’argomento è di don Ernesto Bonaiuti e credo di poterlo addurre qui. Prima il passaggio matteano (Mt 5, 28-29): «Avete udito che fu detto: Non commetterai adulterio. Io invece vi dico: Chiunque guarda una donna e la desidera, ha già in cuor suo commessi adulterio con lei. E se il tuo occhio destro ti è occasione di male, strappalo via da te; è vantaggioso per te perdere uno dei tuoi membri piuttosto che il tuo corpo sia gettato nella geenna». Nessuno vorrebbe interpretare queste parole alla lettera e l’horror si stempera nell’allegoria – non è l’occhio fisico ma l’occhio dello spirito ecc. Ma se fosse ironia? È l’opinione di Bonaiuti: «L’inciso che riguarda i rapporti sessuali ha come tutti gli altri vicini e complementari un sottile e ironico sapore antilegalistico. Gesù prende, come è sua consuetudine, finissimamente in giro, si direbbe, la morale casistica delle leggi e delle prescrizioni canonizzate. Avete creduto, Egli sembra dire, che si possa perseguire con sanzioni ufficiali la colpa di adulterio? Vi ingannate. Questa colpa può esistere in forme non perseguibili» (I rapporti sessuali nell’esperienza religiosa, Roma, De Carlo, 1949, p. 109). Bisogna trarne tutte le conseguenze: nemmeno io sono (sempre) in grado di stabilire il perché di un gesto, di uno sguardo, e potrei ingannarmi o fraintendere o smaniare; potrei diventare superstizioso. Di questa fragilità costituiva e insanabile dell’identità personale, al di là di tutte le menzogne vomitevoli sul fantasmagorico Gender, gli estensori del documento finale paiono particolarmente consapevoli (ancora nel § 85): «In determinate circostanze le persone trovano grandi difficoltà ad agire in modo diverso. Perciò, pur sostenendo una norma generale, è necessario riconoscere che la responsabilità rispetto a determinate azioni o decisioni non è la medesima in tutti i casi. Il discernimento pastorale, pure tenendo conto della coscienza rettamente formata delle persone, deve farsi carico di queste situazioni. Anche le conseguenze degli atti compiuti non sono necessariamente le stesse in tutti i casi». Dovrebbe, a questo punto, abbandonare il precetto e invece finirà per amnistiare la colpa ricorrendo alla casistica, con tutte le sue attenuanti, perpetuando l’eterna ipocrisia della morale cattolica ufficiale.

mercoledì 21 ottobre 2015

Che cosa leggono i giovani cattolici?

Leggono Chesterton e fanno bene, ma non mi consta che leggano Péguy o Bloy o Claudel. Già, perché non leggono Bloy? Bloy soprattutto... Leggono Chesterton – che lo leggano per superficialità, perché fa ridere o perché è polemico? Ma non voglio ammannire consigli di lettura… e se dovessi farlo suggerirei Jouhandeau. Non lo Jouhandeau delle Pages égarées o di Tiresias, quello è troppo per loro, ma quello delle Chroniques maritales. Gli farebbe bene. Oppure – che balzo! – Bossuet, Bossuet che non tentenna: «Il n’est pas excusable d’avoir traduit dans S. Luc, XIV, 26: ‘Si quelqu’un vient à moi, et qu’il aime son père et sa mère, sa femme, ses fils, ses frères, ses sœurs, et même sa propre personne plus que moi, il ne peut être mon disciple’, au lieu de mettre haïr, comme il est écrit dans le Texte Grec et dans la Vulgate; c’est visiblement altérer la sainte Parole. Que dirait-on de celui qui changerait cette vive expression du Psalmiste : ‘Vous aimez la justice, et vous haïssez l’iniquité’, en ce froid langage: ‘Vous aimez mieux la justice que l’iniquité’ […]?» (Instructions sur la version di nouveau testament, in Œuvre, Paris, 1747, vol. II, p. 305)… Una volta, parecchi anni fa, mi capitò di suggerire improvvidamente la lettura di Le Baphomet di P. Klossowski a un ex ufficiale dell’esercito convertitosi al cattolicesimo e desideroso di ‘conoscere’. In ogni modo non voglio fornire consigli di lettura…

L'essenza del matrimonio (secondo D'Oldenico)

Mi segnalano, favorevolmente, il libretto di Giovanni Donna D’Oldenico intitolato, un po’ pomposamente (perdonatemi tutti questi avverbi), Lettere a un figlio sull’educazione (Torino, Lindau, 2015). Sì, lo so, viene in mente Friedrich Schiller, ma qui l’argomento, l’argomento di queste lettere, è più plebeo, più semplice; e più che un argomento è un’occasione, un’evenienza, uno di quei casi della vita… insomma, il figliolo mette su famiglia. Intanto qualche notizia sull’autore. Giovanni Donna D’Oldenico è un medico e uno scrittore cattolico. Ha nove (nove!) figli e sono certo che aspiri ad averne dodici. Non so tuttavia a quale dei nove egli indirizzi le sue lettere. Ancora una considerazione: i consigli dei padri sono fatti apposta, in linea di massima, per essere disattesi; Céline diceva anche: «On est parti dans la vie avec les conseils des parents. Ils n’ont pas tenu devant l’existence» (Guignol’s band)». (Nota per i lettori di Chesterton: Céline è uno scrittore francese). Ebbene, tutto ciò mi fa supporre che l’autore delle Lettere sia ironico e che il fervorino egli non lo indirizzi punto ai figli bensì, al limite, ai suoi pazienti, ai suoi comparrocchiani e, insomma, a tutti quelli che potrebbero aver voglia di spendere i soldi per acquistare l’opuscolo in libreria alla modica cifra di Euro 10. Ma arriviamo al pensierino, pensato dalla testolina di Giovanni Donna D’Oldenico, che più mi ha colpito. Eccolo, sta parlando dell’essenza del matrimonio: «È un amore che consiste nel dare la vita l’uno per l’altra, dentro il lavoro e le cose di ogni giorno; è perdono e tenerezza; abbracci e silenzi; attenzione, cura e discorsi; gioie e anche fatica; gesti semplici e sacrifici grandi». Bene, se questa è l’essenza del matrimonio, la sua ousia (οὐσία), la sua idea platonica, volgiamo il nostro sguardo a questo tristo mondo di apparenze e cerchiamo qualcosa che vi corrisponda; cerchiamo anche di mettervi, introdurvi un po’ di ordine; tanto più che questo tristo mondo di apparenze è sempre più liquido, più acquoso, più liquoroso. Vediamo… le due vedove che quotidianamente si aiutano nei mestieri di casa, che pranzano assieme e che assieme vanno dal medico, che si sorreggono vicendevolmente mentre s’inerpicano fino alla chiesuola che sorge sul colle qui sopra, sono senza dubbio una coppia di spose; il parroco e il suo diacono, sempre a braccetto, inseparabili, immobili come due statue davanti agli sportelli sanitari mentre ritirano gli esiti degli esami dell’uno o dell’altro, sono una coppia di sposi. Non lo è invece la coppietta che dopo due soli mesi di matrimonio è scoppiata abbandonando la casa e il gatto.

Luigi Pestalozza su Glenn Gould

Luigi Pestalozza chi lo ricorda? Luigi Pestalozza è un critico musicale militante, partecipe di quel vasto movimento musicale uscito dalla Resistenza di cui oggi nessuno sa più nulla. Inizia a pubblicare i suoi saggi su La rassegna musicale negli anni Cinquanta; conosce e vede da vicino le esperienze europee: quella di Darmstadt, della Neue Musik, della musica elettronica, l’introduzione dello zdanovismo in Unione Sovietica ecc. ecc. Luigi Pestalozza, parrà strano, è ancora vivo. Su Glenn Gould scrive nel 1987 un breve articolo che appare in Rinascita con il titolo ‘I non-concerti di Glenn Gould’. Eccone l’incipit, davvero degno d’interesse: «Ciò che spaventa nel pianista per quanto grande sia – ciò che ha spaventato Glenn Gould – è il suo precipitare nella monotonia». I termini sono quelli della oramai nota polemica gouldiana sui concerti e sul mestiere del concertista: mestiere spaventoso, che uccide l’immaginazione e induce al conformismo musicale e non solo musicale (in anni più vicini a noi François-René Duchâble s’è ritrovato a riproporre, non senza sofferenza, tutti gli argomenti gouldiani). Pestalozza è d’accordo con Gould: la riproducibilità tecnica di cui parlava Benjamin non è affatto deteriore e inietta invece democrazia nella cultura, nella produzione e fruizione della cultura. Se il concertista itinerante per le meno di duecento sale importanti del concertismo mondiale sembra svolgere un ruolo vitale e persino energetico per la musica, ciò avviene perché oggi come ieri pare necessario attribuire un valore ideale alla merce per negarle «la possibilità reale (sociale) di essere disalienata» (L’opposizione musicale, Milano, Feltrinelli, 1991, p. 309). Guardate invece Gould, ascoltatelo alla radio, ascoltate la sua radio pedagogica, democratica, antagonista e persino rivoluzionaria. Gould non ammannisce lezioni accademiche; Gould organizza eventi, costruisce esperienze, coinvolge e interpella, in un modo o nell’altro, le personalità con cui entra in contatto, i suoi collaboratori, i suoi tecnici e, naturalmente, i suoi ascoltatori.

C'è sempre qualcosa che avremmo perso irrimediabilmente

C'è sempre qualcosa che avremmo perso irrimediabilmente... perduto, scialacquato, dissipato… e la mancanza di questo qualcosa manderebbe in vacca tutto il resto (sacrum profanum, publicum privatum…). La lagna sul bel tempo andato è vecchia quanto l’uomo; e l’uomo, sotto sotto, ma delle volte nemmeno poi così tanto, se ne stropiccia le mani dal contento. Perciò i creazionisti (che non appartengono solo al folclore yankee come si è indotti talvolta a credere) vedono l’evoluzione come il fumo negli occhi: dietro l'uomo, la scimmia, il babbuino dell’alba: possiamo ancora lamentarci?

Paternità putativa?

Padre Antonio Sicari parla di Giuseppe; scrive: «Giuseppe [è] il padre che, unico tra tutti i padri umani, sa per esperienza ‘quanto sia Padre Dio’: e per questo la sua verginità non provoca in lui esperienza sminuita di paternità terrena, ma accresciuta. E lo chiameranno ‘padre putativo’, nel senso che è ‘reputato tale’, ma di fatto – benché non sia padre fisicamente – lo è più profondamente di quanto noi non riusciamo a pensare» (Antonio M. Sicari, Viaggio nel vangelo. Gesù di Nazareth, il Dio con noi, Milano, Jaca Book, 1995, pp. 17-18). La profondità della paternità di Giuseppe è davvero così difficile da pensare? Gesù non è il generato di Giuseppe ma Giuseppe gli è padre. Nulla di anomalo e il mondo è pieno di padri che, lo sappiano oppure no, non hanno contribuito menomamente alla generazione dei figli; l’eterologa oggi promette di moltiplicarli... Ecco, li spartirei, questi padri, in consapevoli e inconsapevoli di questa loro paternità putativa; i primi sono anche loro, come Giuseppe, ‘più profondamente’ padri benché non ‘più profondamente di quanto noi non riusciamo a pensare’. Perché non è poi così difficile pensare che si è e si diventa padri (e si è e si diventa madri) nella pratica di ogni giorno; che non si è padri per il semplice fatto di aver fatto dei figli «à longueur de sperme».

Spigolature sulla discendenza della Virgo lactans

Oggi ho compulsato, molto velocemente, un bel libro sulla Isis lactans nel corpus di monumenti greco-romani e subito mi sono immaginato circondato da terrecotte. Ma questo, lo so bene, non ha alcuna importanza. Trattando della Isis lactans, l’autore è stato indotto a trattare anche della Virgo lactans latina. Credo che sia abbastanza pacifico che la Vergine galaktotrophousa bizantina, la Virgo lactans della tradizione latina, abbia la sua ancêtre nella Isis lactans egizio-greco-romana. La pacificità dell’ascendenza mi ha fatto pensare alla problematicità della discendenza. Non di quella iconografica ma, se così posso esprimermi, di quella simbolica. Mi viene in mente Nigel Dennis e quel gustoso passaggio di Cards of Identity sui Co-wardens of the Badgeries. Due tapini vengono istruiti su una bizzarra cerimonia legata all’ufficio di guardiano dei tassi e uno dei due conclude: «What is not symbolic is emblematic». Ebbene, emblematica, nella discendenza simbolica su cui andavo riflettendo, m’è apparsa la Thérèse/Tirésias del dramma surrealista in due atti di Guillaume Apollinaire (Poulenc ne trasse un’opera buffa che vi invito ad ascoltare).
Perché mi appaia emblematica è presto detto. Thérèse si ribella al marito inceppando il dispositivo generativo del matrimonio patriarcale. Ecco il suo proclama bellicoso: «Non Monsieur mon mari / Vous ne me ferez pas faire ce que vous voulez / Je suis féministe et je ne reconnaissais pas l’autorité de l’homme […] Je veux faire la guerre […] et non pas faire des enfants» (Les mamelles de Tirésias. Drame surréaliste en deux actes et un prologue, Paris, Sic, 1918, p. 45). Una volta resecato il fittone del matrimonio, Thérèse insegue gli sviluppi rizomatici del suo desiderio, o della sua volontà, e diventa (o dice di voler diventare) soldato, artista, avvocato, deputato, medico ecc. ecc. La sua ribellione comincia perciò con una metamorfosi: Thérèse si ritrova priva di mammelle, diviene un beau gars. E il marito, l’altro ramo della simmetrica pianta matrimoniale? Che ne è di lui? E soprattutto, dilemma bruciante: chi gli darà una progenitura? Significativamente, privato della femme, della moglie, della domestica, il marito viene scambiato per una donna. Questo scambio, poco più di un qui pro quo, affranca però il suo desiderio di ‘paternità’ dai limiti naturali. Ma non è una τέχνη – una provetta vivipara, un utero in affitto – a soddisfare quel desiderio e a consentirgli di generare 40049 poppanti in un solo giorno. Ecco il suo di proclama: «Revenez dès ce soir voir comment la nature / Me donnera sans femme une progéniture» (p. 71). Il ‘come’ non ha alcuna importanza dal momento che è sufficiente una volontà delirante – una volontà che è pur sempre, in una maniera o nell’altra, natura: «La volonté Monsieur elle nous mène à tout» (p. 86).
I trambasciati cattolici che in questi mesi schizzano scenari distopici, e ce n’è molti, quanto debbono ai frammenti di questo discorso letterario? Non sorge il dubbio che il demone della letteralità li abbia indotti a fidarsi un po’ troppo di Apollinaire, di Queneau, di Savinio, di Klossowski, di Dennis e di tutti gli altri? (Vi invito a integrare il mio elenco, magari con i nomi dei pittori. Moreau può andar bene?). Non voglio essere preso troppo sul serio. Si dirà piuttosto che con lunghe tenaglie d’artista questi ingegni antivedenti raccolsero gli strobili seminiferi della malapianta futura; tuttavia credo poco agl’ingegni antivedenti che mi paiono tali, invariabilmente, solo col senno di poi. Certo in maniera arbitraria preferisco vedere in quella letteratura – non me la si faccia passare per una Landeskunde! – la satira, la farsa, e una specie di reductio ad absurdum di quelle distopie.

martedì 20 ottobre 2015

Hadjadj il tessitore

Il buon Hadjadj (Fabrice), su Avvenire del 4 di ottobre – ma io preferisco leggerlo nella sua bella lingua, il francese –, ci parla dell’arte del tappeto e il pensiero – almeno il mio pensiero – corre a Cristina Campo. La conosce Hadjadj? Lo ignoro. Nel 1971, nell’anno di nascita di Hadjadj, nel mio anno di nascita, Cristina Campo faceva uscire un libricino, un opuscoletto, intitolato Il flauto e il tappeto. Oggi quel piccolo gioiello lo pubblica Adelphi nel volume di saggi intitolato Gli imperdonabili (cfr. Cristina Campo, Gli imperdonabili, Milano, Adelphi, 1987, pp. 9-139). Il tappeto a rovescio, ricorda Cristina Campo in quel testo, fu da molti poeti paragonato al destino. A rovescio, infatti, la complicazione incantevole e complicatissima dei nodi non ci lascia scorgere per intero il disegno. In quel medesimo testo, e solo un momento prima, l’autrice cita un salmo, il salmo 57 (58). In questo salmo, all’arte del tessitore si somma una similitudine musicale. Leggiamone prima un passaggio tradotto da Ceronetti: «Hanno un veleno come il serpente/Come la vipera che si fa sorda/Che si tura l’orecchio per non sentire/La voce che l’incanta le suadenti/Nenie che fa il fachiro» (Salmi, a cura di Guido Ceronetti, Torino, Einaudi, 1994, p. 130). Nessun tessitore, ma aspettate: «Secondo i commentatori il testo dice letteralmente: di colui che annoda i magici nodi» (C. Campo, Op. cit. p. 114). Il rashà – il peccatore, l’empio, l’eretico – è dunque, di fronte al proprio destino, come un aspide sordo alla voce e cieco ai segni. Il salmo prosegue invocando il giusto (?) castigo: «Rompigli i denti in bocca Signore Iddio!/Sgretola le mascelle dei leoni!». Hadjadj – e così torno a Hadjadj – è infinitamente più indulgente, più morbido, più mondano: non si tratta di rompere i denti al rashà ma di comprendere che, con le parole del poeta, «le temps d’apprendre à vivre il est déjà trop tard [il tempo di imparare a vivere ed è già troppo tardi]». Il poeta citato da Hadjadj – Hadjadj non lo dice – è Louis Aragon. Non stupisce che anche in questa lirica aragoniana intitolata ‘Il n’y a pas d’amour heureux’ si parli di destino: «Sa vie [dell’uomo] Elle ressemble à ces soldats sans armes/Qu’on avait habillés pour un autre destin [La sua vita assomiglia a quei soldati/equipaggiati per un altro destino]». Questa mestizia accompagnata da accordi di chitarra o dalle note di una canzone non è poi così ‘colpevole’ – e non è nemmeno così mesta – e Hadjadj può celiare sulle sue aspirazioni e sulle sue predilezioni addomesticate. Le prime, se solo le circostanze lo avessero favorito, avrebbero potuto restituircelo oggi nei panni del tessitore, del fabbricante di tappeti soprammentovato. E, invero, ci vuole una buona dose di ambizione per ammaestrarsi in quell’arte: Hadjadj non lo ignora punto e spera di essere almeno un buon tessitore sul piano del pensiero. Quanto alle seconde, come William Morris, egli fa mostra di preferire il decorativismo alla pittura e, forse, la Muzak alla nona beethoveniana – insomma, le arti minori piuttosto che le arti maggiori. Volete mettere quei mobili di famiglia intarsiati in cui vostra moglie ripone le calze e le mutande? Ma torno a quel suo desiderio, di Hadjadj, d’essere tessitore di tappeti. Non ignora Hadjadj, non lo ignora perché lo dice chiaramente, che quel ‘mestiere’, pantograficamente ingrandito, spetta al Creatore. Bene, Hadjadj parla di sé ed io mi sento autorizzato ad additare la sua ὕβϱις.

domenica 18 ottobre 2015

Il diavolo non si perita di impartire la propria benedizione

Alla fine di aprile dell’anno 1815, la salma di Teresa Gelmi, vedova del defunto Giambattista Gelmi, veniva riesumata avanti le autorità competenti. Era stata inumata la settimana precedente, il giorno 15, piuttosto frettolosamente, o come recita la cronaca dell’epoca, con straordinaria sollecitudine, premessa la consueta cerimonia funebre officiata da Francesco Tomaz parroco di Ospo. Questo Francesco Tomaz, parroco di Ospo, lo vedrà presto il lettore, ha parte fondamentale in tutta quanta la vicenda che mi accingo a raccontare. Gli accertamenti di rito sul corpo di Teresa Gelmi palesarono ciò che già si era dato per palese – e cioè che Teresa Gelmi era stata assassinata. Palesarono in più il modo, la tecnica, dell’as­sassinio. Sul collo della donna vennero rinvenuti infatti i segni dello strozzamento e sulla nuca quelli di un colpo inferto, presumibilmente, con un bastone.
Pronunciando la parola assassinio e accennando alla tecnica di esecuzione del medesimo, avrò forse stuzzicato la curiosità del lettore – o forse la curiosità di quei lettori che amano i racconti di delitti, di crimini. E così avrò pure distratto quell’altro tipo di lettore – quello che detesta i racconti di delitti ecc. Forse, infine, i delitti, i crimini, le stragi ecc. interessano tutti quanti, come immagino credesse Thomas de Quincey (autore di un libello, di un noto libello intitolato Murder Considered as one of the Fine Arts) e come dava per certo Giorgio Manganelli presentando per l’appunto la traduzione italiana del libello di de Quincey. Che l’assassinio incuriosisca l’uomo (o gli uomini) è una ragione sufficiente perché io rispolveri questa vicenda remota – ma freschissima per la Gazzetta di Milano del giorno 11 marzo 1816 che la riporta. Il che implica che il mio interesse per l’argomento sia perlomeno pari a quello di tutti gli altri uomini – un interesse che, accantonando per un istante le istanze puramente morali, accanto alla curiosità per l’anomalia ponga un sano disagio, diciamo pure, una sana inquietudine. Ma è meglio che tronchi qui le mie considerazioni... Concedimi però, lettore, un’ul­tima chiosa. Ancora de Quincey afferma che al buon gusto – dato per ovvio che questa bella facoltà abbia qui diritto emettere un suo giudizio – ripugnerebbe che la vittima di un assassinio fosse men che onesta. Ebbene la nostra vittima, si può esserne certi, era persona irreprensibile e, ciò che aggiunge sale alla pietanza, sprovveduta.
Il 25 giugno dell’anno precedente gli avvenimenti or ora riportati, dunque qualche mese prima che il Congresso di Vienna restituisse all’Au­stria i territori del Regno di Illiria voluto da Napoleone imperatore dei francesi, Teresa Gelmi, originaria di Gratz (Graz) e residente a Trieste, siglava presso un notaio un atto di donazione della sua cospicua facoltà in favore di Francesco Tomaz, parroco di Ospo. In cambio ne riceveva la promessa del mantenimento vitalizio e, immaginiamo, di sollecite e benevole cure domestiche. Immaginiamo anche, per quanto ciò possa essere utile, che a spingere la donna a una simile decisione fosse il recente lutto e quel sentimento di fragilità che una perdita poteva averle instillato a cinquant’anni quasi suonati.
L’infelice Teresa traslocò dunque nella casa del parroco a Ospo, l’ameno villaggio non distante dal mare dalle cui massicce rocce nasce l’omonimo fiume. Ma non dovette trascorrere molto tempo (non andò guari recita la cronaca con amabile espressione pedantesca) prima che essa avesse a pentirsi della decisione presa e della propria generosità. Ancora la cronaca menziona, laconicamente, sofferte contumelie domestiche – queste ricevette in luogo delle sollecite e benevole cure testé supposte – e soprattutto l’attitu­dine del beneficiato e del di lui fratello, tale Giacopo Tomaz, a dilapidare la sostanza ricevuta.
Ora, possiamo immaginare il dispetto della donna che aveva concepito tutt’altri progetti per il suo proprio futuro. E dispetto e pentimento per il passo compiuto dovettero davvero essere tutt’uno se il parroco, allarmato da una possibile revoca del­l’atto di donazione, progettava quel che progettava già nel novembre di quello stesso anno, ossia del 1814.
Ma che cosa progettava il parroco? Né più né meno che di togliere di mezzo la povera Teresa; e per questa ragione andava in cerca di complici. I quali, credeva – crediamo – non è difficile trovare quando si hanno interessi illeciti in comune e quando si dispone di denari. Il primo che conquistò al suo progetto fu dunque il fratello Giacopo e questi si procurò tosto un aiutante. S’era oramai alla fine dell’anno, i tempi stringevano viepiù man mano che gonfiavano le lagnanze della donna. C’era anche il pericolo che la gente venisse a conoscenza del suo disagio e si mettesse a consigliarla per l’una o l’altra soluzione sfavorevole al parroco. Ma l’aiutante di Giacopo ricusò la promessa e l’anno 1814 finì e principiò l’anno 1815.
Già tutti questi augurî contrarî – si fa per dire, ché non era una donnola a traversargli la via ma erano avvisaglie concrete a metterglisi tra i piedi –, tutti questi cattivi auspici, intendo dire, avrebbero dovuto mettere il curato sull’avviso. Se non lo fecero ci sarà stata una ragione. Io sono propenso a credere a certa sua dabbenaggine.
Sta di fatto che, fermo nel suo proposito di eliminare Teresa Gelmi, egli convocò in chiesa alcuni aspiranti sicarî. Abboccamenti li definisce la più volte citata Gazzetta milanese. V’è appunto qualcosa di più sciocco che tenere secrete conversazioni con più di un mascalzone nella parrocchia del paese? Intendo dire che questo criminale mediocre mi pare lapalissianamente sprovvisto della lucida intelligenza del criminale eccezionale – geniale direbbe T. de Q. E forse non è un caso che alla fin fine riuscisse a riunire allo scopo suo due manigoldi dappoco, dietro promessa di una ricompensa di 300 fiorini. La banda alla fine così costituita risultava composta da quattro persone: 1. dal parroco, 2. dal fratello del parroco, Giacopo, 3. da un primo prezzolato, tale Matteo Zerbo, 4. da un secondo prezzolato, tale Michele Zuppin d’Antignano.
Chissà perché, recita la solita Gazzetta, la combinazione di varie circostanze procrastinarono alquanto la consumazione del reato. Che fosse prudenza da parte di gente tanto avventata? Ma le circostanze consigliavano prudenza anche prima, quando il parroco agiva avventatamente. E poi quale prudenza in quel primo maldestro tentativo perpetrato il 3 di aprile?
La sera del 3, infatti, Matteo Zerbo, ben noto a Teresa Gelmi a cagione della di lui frequentazione con il parroco, Matteo Zerbo dunque si introdusse nelle stanze della vedova e menò un colpo di bastone alla testa della medesima ferendola non gravemente. È uno dei fatti registrati dal Coroner – il lettore lo ricorderà – allorquando fu riesumata la salma della donna. Forse Matteo Zerbo ignorava la resistenza di un cranio al colpo di un bastone. Ce n’era comunque perché lo smarrimento nascesse negli animi delle canaglie. Ma qui Federico Tomaz dà prova di spirito. La vedova, sicura di dover denunziare l’ag­gressione, ne è impedita dal prete parato in gran pompa, vestito cioè dei sacri paramenti, e brandente il crocifisso. E la vedova con la testa rotta giura di perdonare il suo aggressore.
Abbiamo forse qui la ragione per la quale tanto pazientò le contumelie e le angherie Teresa Gelmi fino al giorno del suo ammazzamento. Detta ragione è la fede o – il che è quasi lo stesso – la deferenza di fronte alle cose e agli uomini della Chiesa. A questa ragione ne aggiungo una seconda: la non proprio brillante intelligenza della donna. Vittima e assassino anche in questo si incontravano.
Passano dei giorni e non sapremmo indovinare lo stato d’animo dell’invalida. Possiamo tuttavia dare per certo che la combriccola capeggiata dal prevosto fosse a quel punto ben determinata a concludere l’intra­presa. Undici giorni trascorsero prima che fosse posto in essere il secondo tentativo – quello riuscito –; undici giorni di attesa e di incertezza; undici giorni durante i quali la vedova si sarà posta chissà quali domande sul proprio stato di donna sola, di Eva peccatrice, senza peraltro temere troppo per la propria incolumità; undici giorni durante i quali si sarà fregata la testa.
La sera del 14 aprile, nell’alloggio del parroco, Teresa Gelmi si assopiva serenamente nel suo letto. Questo stato di incoscienza della vittima, questa sua resa e offerta, così ‘canonici’ fanno regolarmente venire i brividi. Corrisponde, questo contegno della vittima, a quell’altra incoscienza, quella dell’a­lienato che uccide. C’è in entrambe le forme di incoscienza, per così dire, un gioco severo del fato che esclude la volontà. Non appena questa interviene ecco che l’azione appare fortemente perturbata ed è necessaria la maestria o la freddezza del criminale incallito, del genio criminale, per giungere prestamente alla conclusione. Neppure l’oscuro e a suo modo impeccabile Williams, l’uomo dal soprabito azzurro foderato di seta, dalle scarpe scricchiolanti, dai capelli tinti di giallo, dagli occhi vitrei e dal pallore mortale, a palesare la sua prossimità di prossimo alla morte – nel senso di intimo della medesima –; nemmeno questo esemplare ammirato da T. de Q. presentava tutti i crismi della perfezione. Un passo in più e avrebbe potuto far perdere le sue tracce, espatriare, farsi eleggere presidente di un qualche paese d’oltreoceano e immortalare nei tratti di una statua o nelle pagine di una biografia per le sue effettive buone azioni, spegnersi serenamente nel suo letto... Quel passo, nota T. de Q., Williams non lo fece.
Serenamente nel suo proprio letto s’è dunque assopita Teresa Gelmi la sera del 14. Il parroco e i suoi complici – immagini il lettore – si sono appostati dietro la porta della camera. Hanno tutto il tempo. Il parroco tende l’orecchio per assicurarsi che il sonno della vedova sia, come si dice, profondo e quando valuta che tale esso sia introduce Zerbo e Zuppin (già questa zeta in posizione acrocratica nei due nomi non fa dei due figuri una perfetta coppia di... sicarî?) nella stanza. I due, anche questo denunzia la loro grossezza, piombano sulla poveretta e le tappano la bocca; quindi le cingono il collo con una corda e mentre uno si applica a strangolarla, l’altro le assesta colpi sul petto per abbreviarle l’agonia. Il tutto, sottolinea la cronaca, mentre il prete testimonio regge con sollecitudine la lampada a coadiuvare l’operazione.
L’empietà dell’uomo non si discute e nemmeno, si fa per dire, la sua prontezza di spirito come abbiamo già avuto modo di rilevare. I due disgraziati assistiti dal lume soccorrevole del diavolo hanno una qualche difficoltà a ultimare l’omicidio; la durata dell’agonia fa insorgere i rimorsi. E il diavolo non si perita di impartire la propria benedizione, di assolverli in nomine Patris ecc. L’incalzare degli avvenimenti ha reso il soggetto efficiente. Ancora incerto sul decesso imminente della sua vittima, egli s’adopra ora in due opposte direzioni, e mentre azzimato e parato con la mano destra impartisce la benedizione dei defunti alla moribonda, con la sinistra incita i due dubbiosi ad assestarle il colpo di grazia; ciò che, dopo lunga pena, avviene.
La donna, prosegue la cronaca, restò ignuda nel suo letto, avvolta dalle coperte. Il prete dovette sogguardarla con ribrezzo e con soddisfazione; o forse la guatò con lo zelo dello zelante che non ha ancora ultimato il proprio dovere. Le infilò una camicia e le annodò un fazzoletto al collo – il medesimo che, scostato, rivelerà i segni dello strangolamento allorché verrà riesumata la salma.
Ad accrescere l’orrore e l’indignazione del lettore, la cronaca riporta ora alcuni particolari repellenti. I tre avrebbero messo a soqquadro la stanza alla ricerca di soldi che non avrebbero trovato. Dabbasso, in cucina, avrebbero gozzovigliato e brindato fino a notte fonda. Infine si sarebbero addormentati in quella stessa casa e don Francesco avrebbe scelto quale stanza da letto per la notte proprio quella attigua a quella dove si trovava la morta ammazzata... Che avrebbe dovuto fare d’altra parte il parroco che aveva ammazzato in casa propria? Che avrebbe dovuto fare il giorno seguente, il 15, se non officiare il rito funebre che spediva Teresa Gelmi sotterra a gran velocità? Quelle mani lordate di sangue contaminavano gli immacolati altari, decreta la cronaca. Poteva esimersi dal farlo? Poteva a questo punto un qualche scrupolo morale trattenerlo dal farlo?
Con quelle mani il prete officiò, Teresa Gelmi venne inumata, il muto sospetto serpeggiò. Ma tanto bastò perché la corte criminale di Istria comandasse alcune indagini e perquisizioni ufficiali. Informato del fatto don Federico tentò, senza riuscire, quel che al sig. Williams riuscì – il suicidio... In questo il nostro uomo si mostra finalmente all’altezza della propria tragedia. Non è il rimorso della coscienza o il riconoscimento di una qualche autorità morale a spezzare il criminale; a spezzarlo è il nitido riconoscimento del proprio fallimento. Se Lucifero fosse stato mortale si sarebbe tolto la vita dopo aver attentato, si fa per dire, a quella di Dio – dopo aver cercato di prenderne il posto. E se la sarebbe tolta per le medesime ragioni che spingevano don Federico Tomaz a togliersela. Lucifero, dice Byron, non è un dio perché fallì in quell’impresa di sostituire il dio unico; e poiché fallì divenne quel nulla che è il male – al di fuori di quel che è: And having fail’d to be one, would be nought Save what I am. Anche a don Federico Tomaz andò male; anche a lui, sopravvivendo alla lacerazione che s’era procurato alla gola, avvenne di essere privato di tutti i crismi e di essere ridotto a un nulla, allo stato di criminale comune, secolare... Andò male ma non troppo: altri s’incaricò di completare l’opera sua – Let him? He is great.
È a questo punto che il cadavere della vedova Gelmi venne riesumato e l’intera vicenda ricostruita. I quattro, dice la cronaca, confessarono e tornarono a confessare. Il 22 di aprile del 1815 ebbe inizio la procedura. Essa ebbe termine il 14 di giugno. La sentenza pronunziata dalla corte dell’Istria, confermata dalla corte di appello dell’Au­stria inferiore, condannava i quattro alle seguenti pene per l’assassinio premeditato e consumato: Matteo Zerbo per primo, Michele Zoppin per secondo e Federico Tomaz già parroco di Ospo per terzo alla forca e Giacopo Tomaz, che non aveva avuto parte all’omi­cidio, ad anni venti di reclusione. La condanna venne eseguita il 20 dicembre, non appena tolta la consacrazione al prevosto, per mano del boia nel cosiddetto campo di Marte.

lunedì 12 ottobre 2015

Liberté, Egalité, Homosexualité

Giorgio Salzano – non so chi sia – scrive a Claudio Cerasa – il giovane direttore del Foglio – per dire che tutta quanta la questione gli è venuta a noia. La questione è quella delle unioni civili e a renderla noiosa ci hanno pensato proprio i Cerasa, i Salzano ecc. Sul ‘noiosa’, quindi, non si discute; tuttavia, aggiunge Salzano, è pure filosofico-politica. Come incenerire due aggettivi pregni di significato! E perché sarebbe filosofico-politica? Perché, conciona, «la democrazia è intrinsecamente omosessuale, perché intrinsecamente omosessuale è la filosofia dell’io su cui si basa: l’io (checché esso sia) infatti non ha sesso». Chi ci sta dietro questo pensierino? Quasi nessuno o forse quella testolina bricconcella che risponde al nome di Fabrice Hadjadj. È simpatico Hadjadj e anche molto urbano. Occupandosi principalmente dell’Uomo, de l’Homme, Hadjadj ci propone una lectio tutta sua e naïve, naïve per finta, della parola omosessualità (homosexualité). Che sia un neologismo lo sanno (quasi) tutti; ebbene, questa unione di un suffisso latino con un prefisso greco è indiscutibilmente, dice Hadjadj, contre-nature (da notare la finezza della sua ironia); perché allora non concedere a questa costruzione la purezza latina? «Homosexualité significherà allora letteralmente sessualità dell’uomo, sexualité de l’homme, in generale». (Vi invito sempre alla lettura di La profondeur des sexes. Pour une mystique de la chair, Seuil, 2008, dell’impareggiabile Hadjadj). Naturalmente Salzano da queste premesse, che è merito nostro aver esplicitato, trae le sue conseguenze. Eccole: «Poiché gli uomini sono naturalmente portati a tener conto della differenza sessuale (con tutto ciò che essa implica per la riproduzione umana attraverso la quale la società si preserva), allora è lo stato democratico a dover intervenire per proibire le discriminazioni. Ciò significa (per un sillogismo che non sto a esplicitare) che lo stato democratico è intrinsecamente totalitario». Nella confusione di concetti emerge la consueta tautologia, caratteristica, diceva qualcuno (Barthes), del pensiero borghese: la natura è la natura. E, come nel caso dei poujadisti, i temi dei genderisti (e cioè dei detrattori del cosiddetto ‘Gender’), anche qui Barthes ci è utilissimo, sono temi romantici degradati. Il più romantico e degradato ce lo ha illustrato ancora recentemente Scurati in Il rumore sordo della battaglia: «Il barcaiolo […] afferrò per i capelli la sua nuova serva, ora ammutolita, e la trascinò via, reggendo in una mano la clava e nell’altra i capelli corvini della femmina». 

martedì 6 ottobre 2015

Lo scrittore è un impostore? Su Alain Robbe-Grillet

Dopo gli interventi raccolti sotto il titolo Pour un nouveau roman, Lo specchio che ritorna[i] è forse il testo in cui Robbe-Grillet definisce meglio le specificità della sua tecnica narrativa.
Tale testo appare tanto più interessante in quanto si colloca tra gli eccessi dogmatici di un ticket, l’antiumanismo, che lo scrittore aveva fortissimamente incoraggiato, e la revanche di un (auto)biografismo frivolo («ergastolo famelico dell’io» secondo Guido Ceronetti) aderente, in soprappiù, alle logiche conformistiche del consumo. E tanto più interessante ché, nella ‘sfavorevole congiuntura’, Robbe-Grillet veniva adottando un complesso gioco narrativo che alle testuali confessioni autobiografiche intercalava una costante denuncia (mise en abyme) tesa alla loro ‘derealizzazione’.[ii] Benché Lo specchio che ritorna presenti dunque assai spunti di interesse per le originali soluzioni narrative, con queste pagine ci proponiamo unicamente l’obiettivo di ricucire assieme le riflessioni teoriche per trarne daccapo, per così dire, la ‘lezione’ o il ‘sistema’ del nouveau roman
Ma proprio qui emerge il problema. Trattasi di lezione aggiornata? Renato Barilli mette in guardia critici e lettori dal ridurre le confessioni autobiografiche del Nostro a mere simulazioni. Non si può «far finta di niente»; esse confessioni assieme agli altri interventi di natura diversissima ed eterogenea costituiscono, infatti, il nuovo «livello di complessità» cui perviene la narrativa robbe-grilletiana: il livello o piano dell’ete­rologia.[iii] Resta il fatto che gli elementi autobiografici e documentarî sono suscettibili di essere accolti, persino ideologicamente, dal ‘sistema’ del nouveau roman.[iv] Non è un caso che, immodificato dall’introduzione dell’ete­rologia, esso ritrovi il puro registro della finzione in un romanzo come la Reprise (il titolo è quanto mai indicativo). In altre parole, nella trilogia dei Romanesques non avviene – almeno così ci pare – alcuno spostamento ‘ideologico’.[v]Ma con ciò non avremo operato una diminutio del nouveau roman? No, perché il nouveau roman non è una tecnica narrativa tout court, né un insieme di norme, bensì un susseguirsi di misure, di tecniche (la trappola, lo slittamento ecc.) escogitate allo scopo di cortocircuitare il pensiero globalizzante, normativo, il buon senso; è una precisa presa di posizione critica e ‘ideologica’.
Primo: «il lavoro di chi scrive è [...] anonimo: semplice gioco combinatorio» (pp. 10-11); infatti – punto secondo – «io non credo alla verità» e il narratore è, alla lettera, «irresponsabile». Infine, «la via della finzione è in fin dei conti molto più personale della presunta sincerità della confessione»; e quand’anche dovesse utilizzare la tradizione «adeguandosi ai canoni del compianto ‘Figaro Littéraire’ logico, commosso, plastificato» (p. 17), nessuna pretesa di verità o nessuna pretesa di totalità vi si affaccerebbe, nessuna causalità «conforme [...] alla pesantezza ideologica» (p. 18) vi s’imporrebbe. Ossia: quando si rinunci a simili presunzioni diviene possibile utilizzare i canoni tradizionali della narrazione con leggerezza e senza arroganza: «La legge ideologica che governa la coscienza comune non sarà più un intralcio, un principio di fallimento, perché ormai l’avrò ridotta allo stato di materiale» (ibidem).
Nella ribadita posizione estetica, il vulnus aperto tra il romanzo tradizionale e quello moderno resta insanabile.
Il primo obbedisce a una ferrea volontà d’ordine: si tratta di giustificare i vissuti frammentari, i gesti, le parole secondo una logica, una causalità che li motivi, li organizzi secondo una cronologia, ne riduca la gratuità. Balzac è la «coerenza del mondo» attuata dalla «competenza del narratore» (cfr. p. 218).
Una simile operazione, dice Robbe-Grillet, equivale a «lottare contro la morte» (p. 28):
Tutto il sistema del romanzo del secolo scorso, con il suo pesante apparato di continuità, di cronologia lineare, di causalità, di non contraddizione, era quasi un estremo tentativo di dimenticare lo stato disintegrato in cui ci ha lasciati Dio ritiratosi dalla nostra anima, e di salvare almeno le apparenze sostituendo l’incomprensibile esplosione di centri dispersi, dei buchi neri e dei passaggi ciechi con una costellazione rassicurante, chiara, univoca e intessuta a maglie così strette che non si possa indovinare lì dentro la morte che urla tra i punti, in mezzo ai fili spezzati e frettolosamente riannodati (p. 28).
Questo sistema fallisce nella misura in cui riesce. Esso opera una glaciazione del vissuto: assegnandogli una legge burocratica che non gli appartiene, lo perde nella sua natura di avvenimento – di evento. Questo sistema ha una riuscita puramente ideologica.[vi] Bisogna, dunque, diffidare della scrittura, come già insegnava Rousseau. La scrittura è fissazione convenzionale dei significati e perdita delle accezioni connotative: «Si esprimono i propri sentimenti quando si parla e le proprie idee quando si scrive».[vii] La lingua a causa della scrittura diviene servile, burocratica e inutile, ai fini della comunicazione, tanto quanto l’eloquenza corrotta dei nostri giorni.[viii] Infine, la scrittura è (ancora una volta) mortifera: essa, un po’ come la pittura da cui proviene, è morta e inanimata; solo il suono annuncia la presenza di «un altro essere sensibile».[ix] Ma soprattutto, tornando finalmente a Robbe-Grillet, occorre diffidare di questo racconto, eminentemente scritto, per il fatto che esso si istituisce, nella inconsapevolezza e pigrizia dei più, come naturale. Per il vero, e riassumendo i capi di accusa, esso è menzognero perché parla in nome della verità eterna; totalitario perché nulla gli sfugge; vampiresco perché «pur nella pretesa di salvarmi dalla morte prossima, subito mi persuade che già ho cessato di vivere da sempre» (p. 29).
Il nouveau roman, o romanzo moderno, di contro – e per paradosso – è ancora un racconto alla ricerca della «propria coerenza». Ma privato della verità o della legge ‘autorale’, esso non nasconde, nella sua compattezza e solidità bronzea, l’asperità dei suoi bordi, la frammentarietà tagliente delle sue parti costitutive; esso è anzi la «precisa messinscena delle molteplici impossibilità in cui si dibatte e che pure lo costituiscono» (p. 31).
Per ciò stesso, chiosa Robbe-Grillet, questa esperienza o «lotta interiore» diviene, negli anni Sessanta e Settanta, il soggetto del libro. Di qui, nella diegesi, la frequenza dei tagli, dei refrains, delle aporie ecc. (cfr. p. 31). Ma che cosa significa dire che questa ‘lotta’ diviene il soggetto della narrazione? Teniamo in sospeso l’interrogativo.
In un dibattito sul romanzo diretto da Foucault e apparso su ‘Tel Quel’ negli anni Sessanta, Thibaudeau afferma che per Robbe-Grillet la gelosia – l’ovvio riferimento è al romanzo omonimo – «è un modo di scrivere»; e che, insomma, Robbe-Grillet «non scrive per la gelosia». Ciò troverebbe conferma in alcune dichiarazioni dello stesso Robbe-Grillet: per esempio in quella in cui rivelava che detto tema era affiorato solo molto tempo dopo le prime descrizioni.
Ora, se è soprattutto un modo di scrivere, questo sog­getto – che, per altro, emergerebbe in corso d’opera, prendendo, per così dire, coscienza di sé – starà meno nei significati che in una certa organizzazione dei significanti; comparirà innanzitutto nello spessore del racconto o récit o linguaggio. Non si tratterà di dire la verità della gelosia, ma di ostenderla nella narrazione, di farla funzionare al suo interno o sulla sua superficie
La narratività di Robbe-Grillet, come quella di Raymond Roussel, è tutta nelle parole. La gelosia come gradiente funziona esattamente come le due proposizioni ‘omonime’ (e quasi identiche) di Roussel che, poste all’inizio e alla fine di un racconto, costituiscono il pretesto e il materiale di una peripezia che le connette.[x] Ecco perché, dice Edoardo Sanguineti, la gelosia di Robbe-Grillet «è una cosa misurabile in centimetri»:
[...] non sentirete mai Robbe-Grillet dire: ‘quando faccio un libro sulla gelosia, voglio mettere in evidenza il lato patologico della gelosia, cerco qualcosa che si possa avvicinare, in qualche modo, all’emozione che ha tutto un aspetto patologico, ecc...’. Al contrario, Robbe-Grillet [...] dice: ‘la gelosia è una cosa misurabile in centimetri: sono in una camera, una donna è sul balcone, un amico sta accanto a questa donna, se si trova a 50 centimetri, non provo nessuna gelosia, a 30 centimetri, comincio già a provarne e a 2 centimetri, impazzisco’.
Misurabile e manipolabile, la gelosia, che, non dimentichiamolo, nel romanzo di Robbe-Grillet è anche il serramento a stecche inclinate che consente di vedere senza essere visti, è materiale da costruzione, anche, e soprattutto, nel senso in cui questa parola – ‘materiale’ – viene impiegata in musica: materiale adottato, anche nelle ambiguità semantiche, per i suoi tratti fisionomici e le possibilità di sviluppo.
La gelosia, nel romanzo omonimo, è dunque meno un tema che un operatore di finzione; ed è tema in quanto operatore di finzione. La jalousie è, in certa misura, il racconto di un uomo geloso o un racconto ‘geloso’. Raccontare di un uomo accecato dalla gelosia, si ammetterà, non significa produrre un discorso ‘geloso’. La prima cosa rientra nel sistema tradizionale dell’espres­sione-rappresen­tazione, la seconda no. (Non che in un discorso ‘geloso’ non si esprima la propria condizione; nondimeno la si esprime in maniera più obliqua, più ambigua e anche più pregnante).
Restituire, costruire questo discorso: ecco l’obiet­tivo di Robbe-Grillet (quantunque emerso in corso d’opera). Anzitutto bisognava cancellare l’autore, la sua coscienza morale, la sua volontà d’ordine. Di qui l’oggettività – o il ‘realismo’ o ‘iperrealismo’ (Barthes) – già largamente sperimentata dal Nostro. Ma poi bisognava in certa misura eclissare anche il narratore, l’uomo che ‘in prima persona’, produceva questo racconto della propria condizione di geloso, farne un assente o un «punto cieco».[xi] Anche questa seconda necessità risponde forse ad un’esigenza di ‘realismo’. Nota, infatti, Sanguineti:
Quando [...] egli [Robbe-Grillet] deve giustificare nella Gelosia il fatto del ritorno, la ripetizione dello stesso episodio, prende come giustificazione teorica il fatto sorprendente che quando si racconta una storia, nella vita quotidiana, non si comincia mai esattamente dall’inizio e non si conclude mai esattamente con la fine, ma si va sempre avanti e indietro, esiste cioè, in Robbe-Grillet, un riferimento molto deciso all’esperienza comune, al realismo nel senso naturalistico della parola.
A questo punto – e per riepilogare – la faccenda o avventura del nouveau roman si è complicata parecchio: in primo luogo abbiamo l’impos­sibilità di rendere il vissuto così com’è e una profonda inadeguatezza della narrazione tradizionale: non vivo al passato remoto, né sotto quella presa aggettivale; la morale dell’autore travalica quella dei suoi personaggi, la coerenza delle azioni degli attanti è un’impostura ecc. In secondo luogo abbiamo il tentativo del nouveau roman di rendere il vissuto (per esempio la gelosia) così com’è attraverso la sua ‘trascrizione’ o ‘registrazione’ al tempo presente o al passato prossimo, attraverso le ambiguità, i buchi, i tagli e le riprese ecc. Sennonché, in terzo luogo, il linguaggio di questa trascrizione, «il linguaggio ‘articolato’ [...] è strutturato come la nostra coscienza chiara [cartesiana?], che è come dire secondo le leggi del senso» (p. 42). Insomma, il nouveau romancier è «preso tra il sospetto di illustrare significati prefabbricati e l’inutile gratuità di un puntinismo del puro caso per lo più illusorio»; procede «a tentoni» (pp. 58-59).
Tuttavia – già lo sappiamo – il romanzo moderno ha preso questa contraddizione (o impossibilità o mancanza) come soggetto della narrazione e come «organizzatrice di finzione». Questa «messa in gioco» chiarisce Robbe-Grillet, opera «nella trasparente estraneità di una trappola a scatto multiplo, trappola alla lettura umanistica, alla lettura politico-marxista o alla lettura freudiana, ecc. e, per concludere, trappola agli amatori di strutture prive di senso» (p. 43).
La trappola non si spiega solo con la diffidenza per le superinterpretazioni; essa è diretta contro ogni tentazione totalizzante del pensiero: intenzione detotalizzante tout court che, per il vero, anima tutto il romanzo moderno (di cui il nouveau roman è un caso particolare):
L’avvento del romanzo moderno è precisamente legato a questa scoperta: il reale è discontinuo, costituito di elementi giustapposti senza ragione, ciascuno dei quali è unico, tanto più difficili a cogliersi in quanto emergono in modo continuamente imprevisto, a sproposito, aleatorio (p. 216).
Via libera a Sterne, a Diderot, a Flaubert. Nel concreto, si tratta di adottare un linguaggio che sappia certamente rendere, per dirla con Paul Ricoeur, «la dimensione aspettuale, l’inciden­za, l’incoattività, l’incipit verbale, l’incompiuto» ecc.,[xii] ma soprattutto si tratta di una tecnica (quella della trappola) in grado di produrre il fallimento del senso, giacché è solo nel fallimento del senso «per eccesso di arroganza e per difetto di cattura»[xiii] che l’evento può prosperare.[xiv] E questa è la risposta all’interrogativo che abbiamo lasciato in sospeso.
Pare dunque – col che rendiamo giustizia al percorso fin qui fatto – che il nouveau roman di Robbe-Grillet sia affetto da un eccesso di diffidenza. Esso si assume il duplice compito i) di formulare un discorso che sia capace di registrare l’evento; ii) e di sabotarlo non appena vi compaia un tentativo di sursignificazione del medesimo.[xv] Lo scrittore tradizionale è «uomo di verità» e dunque di menzogna.[xvi] Il nuovo impostore inganna con l’uni­co obiettivo di sbaragliare il senso inglobante e repressivo e additare, di là da esso, l’evento.


Note

[i] Alain Robbe-Grillet, Lo specchio che ritorna, Spirali, Milano, 1985.
[ii] Allo Specchio fanno seguito Angélique ou l’enchantement e Les derniers jours de Chorinte. Essi compongono la cosiddetta trilogia dei Romanesques.
[iii] Renato Barilli, Robbe-Grillet e il romanzo postmoderno, Mursia, Milano 1998, p. 150.
[iv] Non possiamo ignorare ciò che lo stesso Robbe-Grillet dice dello Specchio: «Avrò solo complicato un po’ di più la distribuzione delle carte e proposto come nuovi operatori nuove carte truccate, introducendo [...] un altro effetto di personaggio che si chiama ‘io’» (Alain Robbe-Grillet, Angelica o l’incanto, Spirali, Milano 1989, p. 50).
[v] E così, quando Robbe-Grillet reinterpreta e rilegge i suoi romanzi (come Les gommes, Le Voyeur, La Jalousie ecc.) ci accorgiamo che egli non ha affatto cambiato idea – un’idea che resta improntata a una fondamentale diffidenza – sulla letteratura.
[vi] Scriveva Michel Foucault, L’archeologia del sapere, Rizzoli, Milano, 1980, p. 275: «Il discorso non è la vita: il suo tempo non è il vostro; in lui non vi riconcilierete con la morte; è possibile che abbiate ucciso Dio sotto il peso di tutto quello che avete detto; ma non illudetevi di costruire, con tutto quello che dite, un uomo che vivrà di più di lui».
[vii] Jean-Jacques Rousseau, Saggio sull’origine delle lingue, Einaudi, Torino, 1989, p. 35.
[viii] Ibid., p. 104-105.
[ix] Ibid., p. 94.
[x] Il riferimento è a Raymond Roussel, Come ho scritto alcuni miei libri, in Id., Locus Solus, Einaudi, Torino, 1982.
[xi] Scrive Robbe-Grillet (p. 41): «Quanto al narratore assente di La gelosia, è come il punto cieco in un testo basato sulle cose che il suo sguardo tenta disperatamente di riordinare, di tenere in mano, contro la cospirazione che in ogni momento minaccia di far crollare le fragili impalcature de suo ‘colonialismo’».
[xii] Paul Ricoeur, ‘Evento e senso’, in Segno ed evento nel pensiero contemporaneo, Jaca Book, Milano, 1990, pp. 28-29.
[xiii] Ibid., p. 30.
[xiv] Scrive Robbe-Grillet: «Queste idee trasmesse (che attualmente chiamiamo ideologia) costituiscono l’unico materiale possibile per elaborare l’opera d’arte – romanzo, poesia, saggio – architettura vuota che sta in piedi solo per la forma. La solidità del testo e anche la sua originalità deriveranno unicamente dal lavoro di organizzazione degli elementi che di per sé non hanno interesse alcuno» (p. 229). Tutto ciò ci ricorda, almeno in parte, l’operazione di Pierre Klossowski con i simulacri della comunicazione.
[xv] Abbiamo detto diffidenza, ma potremmo definirla, una volta per tutte, ‘gelosia’: il nouveau roman è travagliato dal timore che altri possa infine conquidere l’evento che intende ‘salvare’.
[xvi] «[...] per quanto sino a poco tempo fa poteva ancora «credere in buona fede che il regno del vero avanzasse di pari passo [...] con ogni progresso della libertà umana» (p. 67).


lunedì 5 ottobre 2015

La lagna sul bel tempo andato

C’è sempre qualcosa che avremmo perso irrimediabilmente... perduto, scialacquato, dissipato… e la mancanza di questo qualcosa manderebbe in vacca tutto il resto (sacrum profanum, publicum privatum…). La lagna sul bel tempo andato è vecchia quanto l’uomo; e l’uomo, sotto sotto, ma delle volte nemmeno poi così tanto, se ne stropiccia le mani dal contento. Perciò i creazionisti (che non appartengono solo al folclore yankee come si è indotti talvolta a credere) vedono l’evoluzione come il fumo negli occhi: dietro luomo, la scimmia, il babbuino dell’alba: possiamo ancora lamentarci?

Situation de la France...

«La Francia però resta la patria dell’universalismo filosofico moderno, come si fa a rinunciare alle idee astratte?». È la domanda che Marina Valensise (oggi sul ‘Foglio’) rivolge a Pierre Manent, autore di un libro intitolato Situation de la France che esce in questi giorni (in Francia). Ed è una domanda che viene dopo la risposta e, dunque, una domanda affatto inutile. La risposta è, grosso modo, questa: la Francia è la patria dei diritti dell’uomo – generalissimi, genericissimi, astrattissimi, ovviamente – ma la Francia è anche un paese cristiano – concretissimo, radicatissimo… –: «Bisogna [dunque] tenere conto della realtà e pretendere che il governo ne tenga conto perché, prima di essere l’amministratore dei diritti dell’uomo, è il responsabile di un paese che ha una forma di vita, una società, una sociabilità nelle quali il cristianesimo e il cattolicesimo hanno esercitato un ruolo preponderante». Valensise: «Diritto naturale e storia, dunque, ritorno a Leo Strauss?». Per chi non lo sapesse: Leo Strauss è uno degli idoli di Giuliano Ferrara. Infine, sempre la Valensise: «[…] le misteriose parole di Cristo nel Vangelo di Matteo, ‘date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio’». È poi questa l’unica laicità concepibile da chi si è limitato al manualetto di diritto ecclesiastico di una Ombretta Fumagalli Carulli. Che tedio! Manent va molto più in là… Senza considerare che il principio di Böckenförde, già frainteso da Ratzinger, appare sempre di più, nelle parole dei foglianti, una supercazzola.