mercoledì 25 novembre 2015

Un pensierino sull’attizzatoio di Wittgenstein

Popper nella sua autobiografia ricorda il litigio con Wittgenstein. S’era nell’ottobre del ’46 (il 6 di ottobre) e Popper, invitato da Wittgenstein, parlava al King's college di Cambridge. Finì come sappiamo: Wittgenstein agitò l’attizzatoio del camino dinanzi a Popper, poi lo scaglio da qualche parte e se ne andò. Ma ciò che più m’importa nell’aneddoto è quest’altra osservazione di Popper: Wittgenstein utilizzava l’attizzatoio come un direttore utilizza la sua bacchetta per sottolineare le sue affermazioni. Sappiamo che un direttore fa molto di più, che non si limita a sottolineare le ‘affermazioni musicali’, ma l’immagine suggerita da Popper è interessantissima. Proviamo ad avanzare una qualche ‘illazione’. Anzitutto dobbiamo immaginare il nostro filosofo/direttore impegnato in qualcosa come una lezione o una conferenza e cioè immaginarlo in una fase successiva all’elaborazione/creazione del concetto, dell’idea, in una fase successiva alla scrittura/composizione, in una fase in cui, mandata a mente la sua partitura concettuale, si predispone a interpretarla, a dirigerla. D’accordo, forse tollererà che un ascoltatore ignaro del tetro velo dell’etichetta vigente nelle sale da concerto lo interrompa per improvvisare un assolo, come avviene nel jazz, ma la sua ambizione sarà sicuramente quella di ‘dirigere’ finanche i pensieri altrui.

martedì 24 novembre 2015

Tra guerrieri, poffar Bacco!

Non so a voi, ma a me tutti questi appelli alla virilità, alla virtù guerriera, tutta questa réclame bellica, guerresca ecc... non so a voi, ma a me tutto questo fa un po’ l’effetto di una carnevalata. Intanto, da dove provengono queste trombette di cartone? Dagli ambienti conservatori e cattolici. Per questi ultimi è un richiamo al bellum iustum che, per il tramite di Agostino, giunge ai cristiani dai romani. Ma certo c’è anche il gancio profferto dal combattimento spirituale di quella sagoma di Paolo: qualcosa da paragonarsi al pugilato e alla corsa (cfr. 1 Cor., 9,26). Soprattutto quest’ultimo – l’accenno al combattimento paolino – m’induce al sorriso. Mi domando in effetti: perché questi tizi, giornalisti e intellettuali, filosofi come il mio amico Hadjadj, parlano così? Fourier parla di corna: tripartisce i cornuti in cornuti tout court, in cornetta, in cornardi (cfr. Teoria dei quattro movimenti ecc., Torino, Einaudi, 1971, p. 82) e nel Trattato dell’associazione domestica agricola predispone una tavola tassonomica dei cornuti in classi, generi e specie (cfr. ivi, p. 280). Hadjadj dice che Fourier era ossessionato dalla minaccia delle corna (cfr. Mistica della carne’ Milano, Medusa, 2009, p. 73) e io sono d’accordo con lui. Bene, ma da cosa sono ossessionati i tizi di cui sopra per parlare di rammollimento, di svirilimento? E torno al mio buon umore, perché mi sento un po’ come Figaro con Cherubino e immagino questi individui delicati, sensibili, nervosi, fuori forma, in sovrappeso o sottopeso, – questi «culi infiniti prima smorti poi morti» (Manganelli), – e li vedo

Tra guerrieri, poffar Bacco!
Gran mustacchi, stretto sacco.
Schioppo in spalla, sciabla al fianco,
collo dritto, muso franco,
un gran casco, o un gran turbante,
molto onor, poco contante!
Ed invece del fandango,
una marcia per il fango.
Per montagne, per valloni,
con le nevi ed i sollioni.
Al concerto di tromboni,
di bombarde, di cannoni,
che le palle in tutti i tuoni
all’orecchio fan fischiar.
Cherubino alla vittoria:

alla gloria militar!

venerdì 20 novembre 2015

Sentirti riciclare le battute mi invecchia

Dichiarava Eric Zemmour martedì scorso, nella sua cronaca su RTL: «Invece di bombardare Raqqa, la Francia dovrebbe bombardare Molenbeek, il luogo da cui sono venuti i commando di venerdì 13 [Au lieu de bombarder Raqqa la France devrait bombarder Molenbeek d’où sont venus les commandos du vendredi 13]». È, questa di Zemmour, una boutade. Fa persino ridere e qualcuno, Yves Calvi, a Zemmour ha riso in faccia, ma con bonomia. Oggi il nostro Meotti scrive: «La Francia, prima che a Raqqa in Siria, dovrebbe lanciare un raid a Mollenbeek [sic!] in Belgio». Mi rallegro di aver letto poco fa una mezza paginetta di Walter Siti; vi ricavo infatti il seguente motto: «Sentirti riciclare le battute mi invecchia».

giovedì 19 novembre 2015

Il futuro breve dell’uomo verghiano

L’umanitarismo di Verga

Più di cinquant’anni fa, Gaetano Trombatore, critico sensibile allo storicismo di ispirazione marxista, osservava che la critica letteraria non aveva mai considerato con attenzione «il significato sociale» dell’opera di Verga e che, al più, vi aveva prestato un’attenzione distratta. Eppure, rilevava il critico, il fatto che Verga non ignorasse questo significato, che ne fosse anzi particolarmente consapevole, emergeva chiaramente nella prefazione a Dal tuo al mio. Vi scriveva, infatti, Verga: «Se il teatro e la novella, col descrivere la vita qual è, compiono una missione umanitaria, io ho fatto la mia parte in favore degli umili e dei diseredati da un pezzo».
Ora, è sufficiente questo umanitarismo per fare dell’arte di Verga un’arte sociale? Trombatore, che pure nel suo saggio cerca di spiegarci che cosa si debba intendere e che cosa non si debba intendere per arte sociale, sul punto non è chiaro. Ci dice invece che la visione dei contrasti sociali, nel verismo verghiano, finì con l’identificarsi «col mondo morale stesso dello scrittore» (G. Trombatore, Riflessi del Risorgimento in Sicilia, Manfredi, 1960); divenne cioè, col tempo, una Weltanschauung, una visione del mondo. Fu, in altre parole, un’autentica conversione, parallela a quella di Manzoni, ma una conversione tutta morale.
E ciò significa anche che fu largamente insufficiente. A inficiarla, a inficiare questa visione del mondo, sarebbe, infatti, il cupo pessimismo dello scrittore siciliano. Prosegue Trombatore: «Il pessimismo del Verga [...] appare minato da una maligna forza dissolvente e disgregatrice, il pessimismo; da cui pur deriva la sua particolare emotività poetica, ma che prima aduggiò e poi finì con l’essiccare del tutto la fonte dell’ispirazione». Se tralasciamo per un istante le ragioni che Trombatore adduce a giustificazione di questo corto respiro, ragioni psicologiche e sociologiche non diverse da quelle indicate da Baldi nel suo saggio verghiano (cfr. G. Baldi, L’artificio della regressione. Tecnica narrativa e ideologia di Verga verista, Napoli, Liguori, 2006), il profondo pessimismo di Verga corre il rischio di apparire per quello che è: un respiro corto, appunto, una visione ristretta e insufficiente, un paradigma acritico e dogmatico. Il che getta un’ombra sull’umanitarismo verghiano, perché non è sufficiente che splenda una lacrima nell’occhio dello scrittore per i suoi vinti; e nemmeno che a piangere siano le cose stesse (cfr. la novella intitolata, significativamente, Lacrymae rerum). Trombatore, con un pizzico di ironia, ci dice che «coloro che, ignari delle opinioni personali dello scrittore, o pensavano o sospettavano che egli fosse un simpatizzante del socialismo, non avevano in fondo tutti i torti». E tuttavia costoro avevano torto. In effetti, non bisogna lasciarsi sviare dall’umanitarismo, perché l’umanitarismo, lo spirito umanitario, lo psicologismo e la serietà non disturbano affatto il pubblico dei lettori borghesi che vi ritrova anzi la propria ‘buona coscienza’. Lo scrittore, scriveva Jean Paul Sartre, deve invece «scrivere contro tutti i suoi lettori» (Sartre, Che cos’è la letteratura, Milano, Il Saggiatore, 2009, p. 86).
Stigmatizzando il fenomeno appena descritto, Sarte parlava di «letteratura assassinata» (Op. cit., p. 86). Nel caso di Verga si potrebbe forse parlare di una lenta eutanasia. Certo, queste affermazioni suonano esagerate. Eppure, di là dalle vicende biografiche, le difficoltà che Verga incontrò nella stesura del suo celebre Ciclo dei vinti e la faticosa revisione della raccolta di novelle intitolata Vita dei campi (1897) la dicono lunga. E «così avvenne – prosegue Trombatore – che l’arte veristica del Verga, privatasi della possibilità di un suo fecondo e coerente sviluppo, poté realizzarsi solo nell’ambito del suo dispersivo e fatale processo di autodissoluzione».

Il pessimismo di Verga

Non si può forse imputare a disdoro di un autore il suo profondo pessimismo; e tuttavia, se esso fu un limite, bisogna comprenderne le ragioni altrettanto profonde. Ragioni che sono senz’altro sociologiche e psicologiche, che chiamano in causa l’arretratezza della cultura e della società italiane e «il legame con le strutture particolarmente statiche e conservatrici della proprietà agraria meridionale» (Baldi, Op. cit.), ma che non si esauriscono nella sociologia o nella psicologia; e nemmeno nello «spirito reazionario che ormai governava le sue [di Verga] opinioni politiche» (Trombatore, Op. cit.).
Si è detto che Verga derivò dall’evoluzionismo darwiniano l’idea che la vita, anche nel contesto sociale, anche nella civiltà umana, sia ‘lotta per la sopravvivenza’. Il suo pessimismo albergherebbe qui. Facendo sua la tesi fondamentale del darwinismo, finì per vedere gli uomini come formiche, e cioè soggetti a implacabili e immutabili leggi ‘naturali’. A ciò concorreva anche l’influenza del naturalismo francese che lo chiamò a «descrivere la vita qual è», la vita nei suoi bisogni essenziali, e dunque la vita degli umili, dei reietti, dei bruti.
Significativo, a questo proposito, che in una celebre novella, Fantasticheria, egli concepisca una metafora naturalistica e biologica. È quell’ideale dell’ostrica, che «non abbiamo altro motivo di [trovare] ridicolo che quello di non essere nati ostriche», cui i poveri diavoli di Aci-Trezza, uomini ancorati ai bisogni, corrispondono religiosamente, per un cieco atto di fede. Quando invece subentra, per così dire, l’elemento umano, e cioè la cultura e la civilizzazione, ecco rompersi una specie di armonia. La «fiumana del progresso», scriveva Verga nella prefazione ai Malavoglia, è bensì «conquista» e un «grandioso risultato», ma visto «nell’insieme, da lontano»; anzi, anche da lontano appare «fatale, incessante, spesso faticoso e febbrile». Il progresso, il «lavorìo universale» e la ricerca del «benessere materiale» legittimano una specie di darwinismo sociale: «Il risultato umanitario copre quanto c’è di meschino negli interessi particolari [...] li giustifica quasi come mezzi necessari a stimolare l’attività dell’individuo cooperante inconscio a beneficio di tutti». Insomma, il darwinismo sociale è il pervertimento del darwinismo biologico.

Il futuro breve dell’uomo verghiano

Ciò che Verga non spiegò mai è come fosse possibile un simile transito, che è pur sempre un transito dalla ‘natura’ alla ‘cultura’. Qui sta il nocciolo filosofico impensato della poetica verghiana e la cifra del suo pessimismo. I personaggi di Verga – che se ne stiano come ostriche abbarbicate al loro scoglio o che nuotino come pesci nella fiumana del progresso (il caso emblematico di Gesualdo Motta) – non hanno un futuro o, per meglio dire, ne hanno uno ‘breve’. In compenso hanno un passato che è sempre, in una qualche maniera, sapienza e vecchiezza del mondo. Affiora qui una concezione ciclica e uniforme del tempo, una concezione astorica del tempo legata alla ripetizione dell’identico. Sullo sfondo di questa figura temporale, gli uomini che agiscono e si propongono degli scopi debbono imparare, nella lotta per la sopravvivenza, dall’esperienza, dal loro passato, dalla tradizione, a cogliere il momento propizio, il cosiddetto kairós. Nessuno scopo o progetto può impegnare un futuro troppo lontano, realizzarsi cioè storicamente, e dal futuro non può giungere alcun sapere. Nel capitolo X dei Malavoglia, Verga descrive felicemente questa condizione che è, insieme, saggezza popolare e sordo pregiudizio: «Per tutto il paese non si vedeva altro che della gente colle reti in collo, e donne sedute sulla soglia a pestare i mattoni; e davanti a ogni porta c’era una fila di barilotti, che un cristiano si ricreava il naso a passare per la strada, e un miglio prima di arrivare in paese si sentiva che San Francesco ci aveva mandata la provvidenza; non si parlava d’altro che di sardelle e di salamoia, perfino nella spezieria dove aggiustavano il mondo a modo loro; e don Franco voleva insegnare una maniera nuova di salare le acciughe, che l’aveva letta nei libri. Come gli ridevano in faccia, si metteva a gridare: – Bestie che siete! e volete il progresso! e volete la repubblica! – La gente gli voltava le spalle, e lo piantava lì a strepitare come un pazzo. Da che il mondo è mondo le acciughe si son fatte col sale e coi mattoni pesti».
Che nei componimenti narrativi di Verga, e nei Malavoglia massimamente, siano i poveretti a parlare – ovviamente per bocca dell’autore – è forse opinione unanime. A ciò concorrono le tecniche espressive verghiane: l’uso dell’indiretto libero, dell’erlebte Rede (discorso vissuto) e dei proverbi. Ma che dietro questa parola faccia capolino l’idea che del mondo s’era fatta Verga è innegabile. Il fatalismo dei reietti è anche il suo, il loro breve futuro è anche quello del narratore travolto come gli altri – ammette Verga nella prefazione ai Malavoglia – dalla fiumana. Nemmeno all’intellettuale, che pure ha compiuto la sua ascesa sociale, e che almeno per «un istante» è in grado di trarsi «fuori del campo della lotta per studiarla senza passione», nemmeno a lui è concesso il privilegio di fuggire il télos, di fuggire l’esperienza ripetuta del ciclo. E non è necessario rimarcare che, per Verga, i vincitori di oggi saranno i vinti di domani.
Questa impossibilità di fuggire il ciclo – il tempo uniforme della ripetizione – non consente a Verga di immaginare un’altra idea di processo (o progresso) storico, di immaginare un tempo lungo di acquisizioni, un futuro patrimonio di conoscenze e di tecniche, azioni volte a liberare gli uomini (si pensi alla novella intitolata Libertà); men che meno gli consente di immaginare il futuro lunghissimo dell’Utopia.

lunedì 16 novembre 2015

Una lezioncina...

Maddalena (Giovanni), sul ‘Foglio’, racconta balle… Questo è il succo, ma preferisco cominciare così: una lezioncina ci viene da Maddalena sul ‘Foglio’. Parla degli attentanti di Parigi, anzi no, parla delle parole dei presidenti seguite agli attentati di Parigi. Dico lezioncina perché una lezioncina è quella che Maddalena vorrebbe ammannire non tanto ai presidenti quanto ai lettori del ‘Foglio’ e, a pensarci bene, nemmeno a questi ultimi. Già, a chi parla Maddalena quando rimprovera ai presidenti di appellarsi ai valori che a scuola ci hanno insegnato non essere assoluti? A chi parla quando strilla la parola edonismo, quando strilla la parola consumismo – dovrei parlare qui di Flaiano e del suo frigorifero… – e con il «giornalista americano» Gareth Whittaker, ironizza sui veri/falsi valori dell’occidente? A proposito, che dice Gareth Whittaker di questi valori? Dice questo: «godere della vita terrena in mille modi: una tazza di caffè profumato con un croissant imburrato, belle donne in vestiti corti che sorridono liberamente e poi profumi, vino, il diritto di non credere a nessuno dio e di flirtare, fumare, godere del sesso fuori dal matrimonio, fare vacanze, leggere libri, andare a scuola gratis, eccetera». La fonte sarebbe il New York Time, ma Gareth Whittaker non è un giornalista del NYT, Gareth Whittaker non è neppure un giornalista; è solo uno dei tanti commentatori che hanno lasciato il loro commento in calce all’articolo di Adam Nossiter e Rick Gladstone (potete verificare qui: http://www.nytimes.com/…/europe/paris-shooting-attacks.html…). Quel che è peggio è che, del commento di Gareth Whittaker, Madalena (Giovanni) non ci ha capito – o finge di non capirci – una fava. In ogni modo Whittaker non è per nulla ironico e la sua epigrafe si chiude con una dichiarazione d’amore per Parigi. Ma ecco, prima della mia conclusione, il testo completo del suo commento: «France embodies everything religious zealots everywhere hate: enjoyment of life here on earth in a myriad little ways: a fragrant cup of coffee and buttery croissant in the morning, beautiful women in short dresses smiling freely on the street, the smell of warm bread, a bottle of wine shared with friends, a dab of perfume, children playing in the Luxembourg Gardens, the right not to believe in any god, not to worry about calories, to flirt and smoke and enjoy sex outside of marriage, to take vacations, to read any book you want, to go to school for free, to play, to laugh, to argue, to make fun of prelates and politicians alike, to leave worrying about the afterlife to the dead. No country does life on earth better than the French. Paris, we love you. We cry for you. You are mourning tonight and we with you. We know you will laugh again, and sing again, and make love, and heal, because loving life is your essence. The forces of darkness will ebb. They will lose. They always do». Ma torniamo alla lezioncina di Maddalena (Giovanni). L’argomento principe – l’assolutezza o la relatività dei cosiddetti valori – fa davvero pena. Ma io mi domandavo piuttosto: a chi rivolge la sua lezioncina Maddalena? Già, chi intende coglionare? Nel frattempo, per piacere, qualcuno gli porti via il frigorifero.

venerdì 13 novembre 2015

I rigoristi dell’orgia (secondo F.H.)

Capitò una volta, al prode Hadjadj, di dare del moralista a un piccolo borghese. Avvenne prima della sua conversione, nei giorni in cui leggeva di antropologia e ignorava il Talmud e la Bibbia – o quel monsieur Brisset da cui il suo libro sul sesso prende l’abbrivio (Brisset lo conosciamo tutti per averlo letto ne L’Anthologie de l’humour noir di Breton); nei giorni in cui pensava che le massime cristiane, le massime giudeo-cristiane fossero «repressive e arretrate»; nei giorni del suo immoralismo. Il piccolo borghese, con la sua squisita «buonafede dei cortili di scuola», gli disse qualcosa che gli fece «abbassare la cresta»; gli disse: «Chi lo dice lo è mille volte più di me!» (Mistica della carne, Milano, Medusa, 2009, p. 15). Hadjadj ci assicura che il piccolo borghese aveva ragione e lui, l’immoralista, torto. Perché? Ovviamente perché Hadajdi, Hadjadj il convertito, vuole salvare le massime giudeo cristiane repressive e arretrate; e dunque l’immoralista è un po’ come l’anarchico. E come un anarchico che si rispetti «finisce per piazzar bombe», un immoralista… Che fa un immoralista? Hadjadj non cita mai Gide e perdendo per strada il suo argomento – e il suo argomento è: si finisce per piazzar bombe –, conclude dicendo il contrario: si diventa dei moralisti, dei rigoristi dell’orgia, degli erastai coi loro eromenoi ecc. È, ripete Hadjadj, che nella pagina successiva si smentisce di nuovo, «una regressione verso un moralismo stantio, buono per il Musée de l’Homme» (p. 16). Stantio? Senza quella puzza che rende obbligatorio osservare una certa distanza, la tentazione di gettarsi nell’orgia non troverebbe ostacolo. Così deve aver pensato il buon Hadjadj.

martedì 10 novembre 2015

Mort d’André Glucksmann

Mort d’André Glucksmann, le philosophe en colère. Così titola ‘Le monde’. Ricordiamo tutti il suo cri de cœur – e cioè quel libro intitolato Les Maîtres penseurs, uscito nel 1977, e che era (anche) una radicale autocritica – e un fatto curioso: da quel momento Glucksmann, un veterano del Maggio ’68, divenne un nouveau philosophe.

domenica 8 novembre 2015

Così forse ci parla oggi quel celebre dramma surrealista di Apollinaire

Apollinaire, in quell’inizio di secolo, prendeva sul serio il problema del ripopolamento della Francia. Per ‘incoraggiarlo’ scrisse Les mamelles de Tirésias, che è perciò opera, parlo con ilarità di cuore, legata all’incoercibile contingenza del momento. Non è senz’altro questa la ragione per la quale Apollinaire insiste nel rimarcare, sul manoscritto della pièce, tre date, il 1903, il 1916 e il 1917, anteponendo questa indicazione a quella di drame surréaliste che appare più interessante. Tuttavia il seguente ‘avvertimento’ contenuto nella prefazione autorizza, per così dire, una congettura. Scrive Apollinaire: «Il tema è così commovente, a mio avviso, che consente che si dia alla parola dramma il suo senso più tragico, ma spetta ai francesi, se si rimetteranno a fare figli, far sì che l’opera possa chiamarsi d’ora innanzi farsa [Le sujet est si émouvant à mon avis, qu’il permet même que l’on donne au mot drame son sens le plus tragique, mais il tient aux Français que, s’ils se remettent à faire des enfants l’ouvrage puisse être appelé, désormais, une farce]». La congettura è questa: Apollinaire indovinava che, di lì a poco, il problema del ripopolamento, così sentito nella Francia tra i due secoli e nel 1903 e nel primo dopoguerra, sarebbe apparso stravagante e che il suo dramma surrealista sarebbe divenuto, appunto, una farsa. Il che forse gli suggerì una qualche messa a punto del testo drammaturgico. Apollinaire riunisce i suoi intendimenti nel seguente passaggio della sua prefazione: «Ho preferito dare libero corso a questa fantasia che è la mia maniera d’interpretare la natura, fantasia che secondo i giorni si manifesta con più o meno melanconia, satira e lirismo, ma sempre, e finché mi è possibile, con buon senso, dove c’è talvolta abbastanza novità per urtare e indignare, ma che apparirà, alle persone, in buona fede [J’ai mieux aimé donner un libre cours à cette fantaisie qui est ma façon d’interpréter la nature, fantaisie, qui selon les jours, se manifeste avec plus ou moins de mélancolie, de satire et de lyrisme, mais toujours, et autant qu’il m’est possible, avec un bon sens où il y a parfois assez de nouveauté pour qu’il puisse choquer et indigner, mais qui apparaîtra aux gens de bonne foi]». Si tratta, qui, anche di sciocchezze e a prevalere su tutto è la fantasia – a prevalere su tutto è l’ironia. Ma il componimento, che Apollinaire lo indovinasse o no, non avrebbe solamente superato il suo ‘stadio’ di dramma per mutarsi in farsa – per confermare la propria longevità s’è imbozzolato per rinascere satira e parodia degli scenari distopici schizzati dai catastrofisti d’oggi. Così forse ci parla oggi il dramma surrealista Les mamelles de Tirésias di Apollinaire; ed è gran cosa. Pensate, una donna che si smammella per divenire un fusto e poi un soldato, un senatore, un chimico, un filosofo e così via! Pensate, un uomo che genera 40050 figli in un solo giorno e che li colloca sul mercato del lavoro e che diventa ricco! – Ecco il gender e il transgender e quella Sodoma che, ci ricorda Hadjadj, è indistinguibile dall’Eden; ecco il futuro liquido, il paradiso dei consumatori ecc. ecc. Diciamocelo, in questi scenari, poca realtà e tanta letteratura – la realtà minacciata dalla letteratura. E il non capire che la realtà è invece minacciata dalla surrealtà. «Quando l’uomo ha voluto imitare la marcia – avverte Apollinaire – ha creato la ruota che non somiglia a una gamba [Quand l’homme a voulu imiter la marche, il a créé la roue qui ne ressemble pas à une jambe]». Al limite nuovi impieghi per vecchie funzioni e questo, con buona pace di Hadjadj, non significa affatto rifiutare il dramma, né la falsa pretesa di mettere il sesso dove uno vuole e senza danno. 

venerdì 6 novembre 2015

Spécialement dans nos culottes, bien sûr

Il bravo Hadjadj (Fabrice) non manca nemmeno uno dei suoi appuntamenti settimanali con Avvenire (il quotidiano). Anche domenica scorsa ha compilato la sua rubrichetta intitolata ‘Ultime notizie dall’uomo’. Che cosa dobbiamo intendere con questo titolo Hadjadj lo ha spiegato nel suo primo contributo e credo di poter compendiare così il suo pensiero: le ultime notizie dell’uomo sono le notizie dell’ultimo uomo, ché l’uomo va sparendo, sostituito da qualcosa che non è più l’uomo ma un’altra cosa: un cyborg, un ibrido, un dissociato «sazio nel suo ristretto ambito» (come afferma nel suo Mistica della carne. La profondità dei sessi Milano, Medusa, 2009, p. 97, di cui caldeggio la lettura). Il titolo del suo ultimo intervento (di domenica scorsa) è non a caso ‘La société de la dissociation’, ma quelli di Avvenire, forse suggestionati dalle ultime notizie provenienti dall’OMS, hanno preferito qualcosa di più prolisso e di meno icastico: ‘Dal fitness al fast-food, siamo sempre più dissociati dalla carne’. Hadjadj, effettivamente, parla del fitness e del fast-food. Bene, dove sta la dissociazione, p. e., nel fitness? Beh, sta nel fatto che montiamo sopra una scala mobile per raggiungere la palestra dove pedaleremo inforcando una bicicletta che non si sposta di un centimetro. Che lo scopo del tapis roulant non sia una passeggiata nel bosco, il tragitto del flâneur, che non sia né un procedere verso est «per comprendere la storia» né un procedere verso ovest e cioè «verso il futuro, con spirito intraprendente e avventuroso» – ho citato tante volte Walser e il suo di spirito ‘avventuroso’; qui cito Thoreau, quel suo piccolo scritto intitolato Walking (Camminare, Milano, Se, 1989, p. 27) – che non sia dunque quel che ho detto bensì una maniera per mandare giù la pancia, Hadjadj lo sa benissimo. Ma non sono le obiezioni a interessarlo e saprebbe replicarci che gli uomini ingrassano proprio perché sono dissociati ecc. In effetti, Hadjadj è soprattutto interessato a ripeterci che la dissociazione di cui cadiamo vittima è soprattutto nelle mutande, spécialement dans nos culottes, bien sûr. È un tema a cui appare assai affezionato e forse bisognerebbe cominciare a domandarsi il perché: tra le nozze (sue) e il funerale (suo, che mi auguro remotissimo) pare non occuparsi d’altro. Comunque qui la dissociazione è tra la copula e la procreazione e, come ogni dissociazione che si rispetti, non va bene. Mette da un lato il piacere e il divertimento e dall’altro la serietà dell’ingegneria dell’umano. E invece questi lati, questi frammenti, questi cocci, questi brandelli… andrebbero (ri)congiunti, (ri)cuciti. Come se questa loro ‘dissociazione’ non fosse un po’ la cifra dell’umano, ché è la medesima che presiede alla scrittura e, anzitutto, alla scrittura del corpo. Ma mi interrompo qui.