lunedì 19 dicembre 2016

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La maestra, alle elementari, ce lo diceva sempre: «Bambini, verificate le vostre citazioni, altrimenti sembrerete accidiosi». Talvolta aggiungeva, chiudendo il sussidiario o il libro di lettura (forse La bambina col falcone, forse Il barone rampante): «E non manipolatele o sembrerete dei cazzari». Crescendo, attorno ai dodici anni, uno impara che, in soprappiù, le citazioni possono essere fraintese e, insomma, che si possono prendere fischi per fiaschi, in barba alle buone intenzioni: e cioè alla restitutio textus. Tant’è. Chi incorra in questi incidenti propongo di chiamarlo stupidino (rischiamo di esserlo un po’ tutti). Bene, non so bene come presentar(ve)lo Edoardo Rialti che mi cita un aforisma (lo chiamo così) della Gaia scienza nietzscheana: il numero 125 sulla cosiddetta morte di Dio. Infatti, che ci dice R. dopo aver citato una grave (quanto sbagliata) riflessione dello psichiatra britannico Tim Willock cucinata dopo la strage del Bataclan? Be’, menziona Nietzsche e, pur non citandolo testualmente, non ne verifica il testo (la lettera). Trattasi cioè di una reminiscenza e di un commento. Dice dunque R. che fu «quest’ultimo [Nietzsche, venendo dopo Dostoevskij] ad ammonirci che le risate del mercato alla notizia della morte di Dio attestavano un infantilismo fatuo e inconsapevole, che non ci saremmo liberati del vecchio ordine cosmico per danzare liberi e ringiovaniti come sperava, ma che saremmo potuti cadere ai piedi di nuovi idoli sanguinari, nuove menzogne e mutilazioni». Ora, non c’è lettore di quel famoso aforisma nietzschiano che non sappia che dopo quell’annuncio dell’uomo folle i mercanti tacciono, anzi, ammutoliscono: essi «tacevano e lo guardavano stupiti» (Gaia scienza, Milano, Adelphi, 1977, p. 163). Questa afasia e questo stupore hanno il loro peso: «Vengo troppo presto» (ibid.), dice l’uomo folle, «Questo enorme evento è ancora per strada e sta facendo il suo cammino – non è ancora arrivato fino alle orecchie degli uomini» (pp. 163-164). Le risate semmai, e le battute, il sarcasmo, stanno all’inizio, nel momento dell’irruzione dell’uomo, allorché esclama ripetutamente: «Cerco Dio! Cerco Dio!» (p. 162). Parrebbe dunque, per tornare al nostro commentatore, che egli fraintenda Nietzsche, che non lo capisca, che prenda un fischio per un fiasco. E tuttavia… e tuttavia Tim Willock, citato all’inizio, racconta la favola brutta dell’opulenza degli occidentali pieni di cose e, conseguentemente, di nevrosi; racconta delle vite vuote. Che c’entra con Nietzsche e con l’annuncio dell’uomo folle? Niente. Niente a meno che non si faccia finta di credere che i mercanti siano davvero i mercanti, che il mercato sia davvero il mercato e che, insomma, ci troviamo a Wall Street o in un grande magazzino pieno di consumer(s). Se è bensì vero che – lo dice Nietzsche – è al mercato che si trovano «raccolti molti di coloro che non [credono] in Dio» (ibid.), è vero anche che con quella scenetta egli stigmatizzava un ateismo volgare (nessuna allusione a Lubac), poco meditato: l’ateismo di certa filosofia. A R. – questo è il punto – interessa tramutare Nietzsche in un profeta e in un moralista (e cioè non gliene importa affatto di quello che dice Nietzsche): le risate vengono dopo perché stanno per la scempiata serendipity del consumatore nel centro commerciale o per la meschina frivolezza della sua esistenza; e (interessa) insinuare che fra gli idoli-merce c’è sempre un posticino, magari in campagna, per il buon vecchio Dio. (Volete ritrovarlo? Leggete, afferma R., La memoria di Old Jack di Wendell Berry o Le cure domestiche di Marilynne Robinson). Bene, tornando agli incidenti con le citazioni, non trarrò io le conclusioni…

Donare

Scrive Antonio Pascale: «Ho un ricordo netto: sono nell’androne dell’asilo, aspetto che mi vengano a prendere e un bambino vicino a me piange disperato. Io gli dono una caramella. Chi me l’ha detto di fare così? Il dono quindi potrebbe inserirsi in un processo più ampio, una sorta di gioco relazionale collettivo. Se l’atto del donare piace è perché il donare per noi ha una funzione, quindi, in contrasto con la retorica della gratuità del dono, il donare serve prima di tutto agli interessi di chi dona».
All’asilo Antonio Pascale non aveva quell’aria sciupata che ha oggi; era paffuto e roseo, e non si domandava chi glielo avesse detto di (insegnato a) chetare il compagnuccio piagnucoloso con uno zuccherino: sapeva bene che a insegnarglielo era stata la mamma. Era, questo insegnamento, una preparazione al gioco relazionale collettivo? E, soprattutto, cos’è un gioco relazionale collettivo? Si avvicina Natale e penso alla tombola. Dare i numeri ma anche donare i numeri: nei lunghi pomeriggi festivi natalizi, tutto molto ovvio.
Se donare piace… Piace? Questo non era chiaro (edonismo del dono?) ma d’accordo: se donare piace è perché ha una funzione, adempie a un compito: serve gli interessi del donatore. Do ut des? In certo senso, se introduciamo la psicologia: i compensi fatti di gratificazioni, piaceri, appagamenti. La psicologia confuta la retorica (pseudo-teologica?) della gratuità del dono.
Né il do ut des né la gratuità, riguardo al dono, mi convincono. Donare è mettere nelle mani altrui, è dare. Le ragioni vengon prima (o dopo se si tratta di analizzarne la nozione). In ogni caso c’è anche il dono assolutamente gratuito: per esempio se do i numeri… 
(Non mi piace la lettura che Pascale fa del Simposio di Platone; non mi piace per niente; né mi piace la moquerie con cui si congeda dal testo ciarlando di peli).

lunedì 5 dicembre 2016

Scanzi vs Murgia

Nella polemica innescata dalla stroncatura televisiva di Michela Murgia al romanzo di Andrea Scanzi (I migliori di noi, Milano, Rizzoli, 2016) è intervenuta ieri Loredana Lipperini ponendo un quesito. Il quesito è: «Come mai non si tollera più la stroncatura?»: ciò che implica che un tempo la si tollerasse. È così? Per restare alla scena italiana anche solo di qualche decennio fa (ricordo però alcune pagine di Virginia Woolf sull’argomento, pagine molto significative), un gruppo di articoli manganelliani, risalenti al 1989, e apparsi su «Panorama», dà prova di certa turbolenza dell’ambiente letterario anche allora. (Ma è pensabile un ambiente letterario senza queste turbolenze?). Anzi, fu forse allora – ed è quanto ricavo dagli articoli di Manganelli raccolti nella sezione ‘Recensire’ di Il rumore sottile della prosa (Milano, Adelphi, 1994) – che furono nuovamente dibattute talune annose questioni ‘teoriche’ sull’ufficio del recensore (Eco, Placido, Almansi, Cherchi sono alcuni dei nomi che ricorrono), con le ovvie e auspicabili divergenze di vedute. Ci torno brevemente più sotto. Manganelli (con Eco) raccomanda al recensito il fair play o, più semplicemente, la buona educazione; e si spinge a dissuadere il recensito dai ringraziamenti nel caso di recensioni ‘favorevoli’; ma ‘censura’ anche gli interventi polemici degli scrittori nel caso di recensioni ‘sbagliate’: e cioè di recensioni in cui l’estensore è incorso in errori di fatto, dando prova di letture in diagonale (cfr. p. 129).
Dietro le polemiche ci stanno idee dissonanti sulla letteratura, sulla critica e sull’arte del recensire; ci stanno i temperamenti personali. Per limitarci alla recensione: ci sono criteri oggettivi che ci guidino nella stesura della recensione onesta o seria? E sono sufficienti i due requisiti indicati da Grazia Cherchi: un riassunto della trama e una citazione testuale? Sono alcune delle domande che si pone Manganelli. Al quale bisogna riconoscere di aver individuato il limite di questi argomenti. Infatti, dice, «leggere è un atto squisitamente passionale» (p. 128). Ovviamente per chi nutre una simile passione. E allora il lettore ‘autentico’ amerà o desterà, sempre e in un modo o nell’altro, ciò che legge; oppure ciò che legge gli risulterà affatto indifferente. Nemmeno in quest’ultimo caso, va da sé, avremo una recensione ‘onesta’. Ma io pongo un’altra domanda: l’obiettività ci salva? E cioè (riformulo): da cosa ci salverebbe l’outillage (applicato) del critico? Dalla contaminazione del gusto personale? Dalle querele degli scrittori? Insomma, sappiamo bene che un sapere impermeabile alla ‘autobiografia’ (e a faccende umane ed anche troppo umane) è una chimera forse nemmeno troppo auspicabile. Tanto più chimerica è questa idea di obiettività in un campo – quello della critica letteraria, della letteratura, dell’estetica – tanto eterogeneo e creativo.
Ritorno un momento all’opportunità – mi verrebbe da dire alla bellezza – del galateo nel ménage letterario, per notare che ci si salvaguarda (si salvaguarda il proprio benessere) dalla stroncatura fuori dalla letteratura. Ciò che non è assolutamente scontato.

giovedì 1 dicembre 2016

«Cassola… lei va al cinema?»

La ‘definizione’ di Carlo Cassola proposta da un giornale svizzero all’inizio del 1977 e in cui Carlo Cassola si riconobbe solo a metà, come dichiarò al «Corriere» il 30 agosto del medesimo anno, diede agio a Giovanni Antonazzi di chiosare il mese successivo su «L’osservatore della domenica» e di chiudere with a bang (scrivo così solo per irritare quelli della Crusca): «Un cristianesimo autentico e autenticamente vissuto, la sola e la vera ‘rivoluzione culturale’ capace di salvare gli individui e un mondo che si lascia andare alla deriva» (Fogli sparsi raccolti per il sabato sera, Roma, Storia e letteratura, 2000, vol. 2, p. 159). (Non è curioso che fogli della domenica siano confluiti in una raccolta per il sabato?). Credo si sappia che da quel lontano 1977 la fonda deriva geologica non s’è – Deo gratias – compiuta; e che l’equipaggio mobile lassù, sopra la crosta, si salva e si danna ogni cinque minuti inalberando vele o bandiere ideologiche ‘autentiche’. (Il nihilismo è forse oggi nozione inutilizzabile: mero insulto, diffamazione).
Non perdiamo tempo. Di Cassola, la «Libera stampa», giornale socialista di Lugano – e, forse per questo, un non meglio precisato «giornale svizzero» per Antonazzi – disse che era un «illuminista cristiano». Se vogliamo è un ossimoro, o come tale varrebbe la pena di valutarlo, ma Cassola lo respinse riconoscendosi solo nell’‘illuminista’. Pedante(sca)mente, Antonazzi rimarcava che l’illuminismo ha «un senso preciso»: e cioè «l’esaltazione dell’uomo raggiunta attraverso la cultura e solo attraverso la cultura, in piena autonomia dalla metafisica e dalla fede» (ibid.); tuttavia ci azzeccava su certo candore cassoliano, vagamente insopportabile. Che la ‘salvezza’ stia nella cultura è opinabilissimo; ed è vero che chi voglia sostenerlo (ci) appare assai candido. Ma eziandio non è tale (candido), giacché è esattamente il contrario, chi voglia sostenere che «due secoli di ‘rivoluzioni culturali’, che hanno la loro matrice nell’illuminismo», ci hanno condotto «al punto che sappiamo» (ibid.): e cioè a un mezzo (o completo) disastro. E questo è Antonazzi.
«Cassola… lei va al cinema?» domandava Beniamino Placido a un Cassola che pare seduto sui chiodi, in una vecchia trasmissione Tv. Rispondeva lui, candidamente: «Io vivo attualmente a Marina di Castagneto in provincia di Livorno, che è un posto assolutamente solitario, fuori stagione». La vexata quæstio è oggi una cosa – mi si perdonerà questa parola rozza – che fa ridere: è il cinema catastrofista di quegli anni. «È un fenomeno che non mi va affatto – chiosa Cassola – perché io penso che in questo modo la gente esorcizza i propri terrori… E cioè di una cosa seria, che dovrebbe essere una cosa seria, la cosa più seria che ci sia, ne fa invece un motivo di esorcismo, di tranquillità e di divertimento». Ora, la cosa seria di cui parla Cassola è senz’altro «la fine del mondo». L’illuminismo catastrofico di Cassola, nei decenni della paura atomica, della guerra atomica, incrociava così la visione escatologica di Antonazzi. «La fine del mondo è sicura», chiude Cassola: ma così chiuderebbe pure Antonazzi. (Con quel tale, Richard Pells: «Our world may end with a bang, not with a whimper»). 
Con ciò, sia chiaro, non ho minimamente parlato del Cassola narratore. Ma mi pare evidente.

mercoledì 30 novembre 2016

Spigolature (quasi una rubrica)

Un libro, intendo la copia di un libro, attende il suo lettore; talvolta lo attende per anni; talvolta la sua, del libro, è un’attesa vana. Oggetto di dono, può forse illudersi – forse, o forse non si fa illusioni – di trovare occhi attenti, ma è quello il caso, vorrei dire, mi vien da dire, paradigmatico, in cui la sua attesa sarà delusa: i libri regalati sono come le cravatte regalate.
Leggo in un vecchio dizionario di storia naturale: «Fu una volta regalata una cravatta di merletto di lagetto a Carlo II re d’Inghilterra». Chissà se se la mise… Dal libro del lagetto, che pare una mussolina o un merletto finissimo, le donne di condizione delle Filippine o delle Manille, recita il mio dizionario, ricavano i loro veli. Dai libri non letti e finiti al macero – libri che non possono più spedirti nemmeno «una cartolina di saluti», diceva Anna Maria Ortese (Corpo celeste, Milano, Adelphi, 1197, p. 81) – si ricavano stracci da cucina.
Questo di Foster Wallace sul tennis pubblicato da Einaudi (2012) col titolo Il tennis come esperienza religiosa, al 100% regalato, non letto, finito sul tavolaccio del solito mercatino dell’usato, ha trovato il suo lettore: il suo lettore più inverosimile. Voglio dire che di tennis non ci capisco nulla, che, meglio, non mi sconfinifera, che lo detesto abbastanza; e che lo detesto perché legato al trauma di una partitella in cui mi figuravo di non dover giocare, o di giocare per finta, e che i miei compagni trasformarono in una competizione sportiva costringendomi così a proiettare di soppiatto, nel cassonetto lì vicino, una racchetta nemmeno mia. E a una parallela coonestazione. Bene, il libretto di Wallace, che ho letto in un paro d’ore avant’ieri (avantieri) notte, m’è piaciuto.

Due notizie da oltreoceano mi paiono notevoli. La prima (da «The Washington Post»): Starbucks coi suoi barattolini suscita sempre polemiche. Religione, politica (Trump), diritti ecc.: i disegni, le scritte, i ghirigori scarabocchiati dal personale – ‘personalizzati’ e ‘personalizzanti’ – sono occasione di discussione, di scontri, di prediche, di appelli. La seconda (da «The Daily Beast») non è nemmeno una notizia – ma non ho voglia di correggermi –; è invece un parere (mio). Eccolo. A mio avviso è con sicuro senso dell’umorismo che M.L. Nestel, l’articolista, giustappone le dichiarazioni di Lapo dopo gli avvenimenti incresciosi che dieci anni orsono e ieri l’altro lo hanno visto protagonista: «‘I’ve been an idiot’, he told Vanity Fair at the time. A decade later he told the magazine’s reporter ‘I try to think about the constructive path’».

«Croste sottili e piane… lisce o con tubercoli o proiezioni verticali. Superficie con vene distintamente rilevate, gonfie, in vita, leggermente ispide o coniche … Colore arancio-rosso». È Rob W.M. Van Soest (in Systema Porifera: A Guide to the Classification of Sponges, Springer Science & Business Media, 2004, vol. I, p.  548), che con la sua tipica e stravagante saggezza descrive la spugna dello spondilo (Crambe crambe) tipica del nostro Mediterraneo. Alla sua descrizione aggiunge le megasclere, spicole atte alla difesa ecc. Ce n’è per dare ragione a Manganelli (cfr., Il rumore sottile della prosa, Milano, Adelphi, 1994, p. 105) che a chi intenda dedicarsi alla scrittura – divenire scrittore – consiglia le materie scientifiche – e sconsiglia quelle umanistiche (letterarie).

lunedì 28 novembre 2016

Letteratura, impegno e politicamente corretto

Immagine: Peter Sís
Qualcuno ha letto La repubblica dell’immaginazione di Azar Nafisi nella traduzione Adelphi? Sembra un bel libro; l’argomento è interessante: letteratura nordamericana, critica letteraria ecc. Il volume è arricchito dalle illustrazioni di Peter Sís che Adelphi, ovviamente, conserva. Insomma, dovrebbe piacermi, e se non avessi un sacco di libri in attesa… Lasciamo perdere. Sul «Washington Post» (https://goo.gl/OHpaol), Azar Nafisi, della quale bisogna dire ineluttabilmente che è l’autrice di Leggere Lolita a Teheran… (Domandiamocelo: è davvero ‘celebre’ una scrittrice di cui si scrive così nel catenaccio: Azar Nafisi, the celebrated Iranian author of Reading Lolita in Tehran…? Non che la celebrità abbia qui una qualche rilevanza...). Dunque, sul «WP», Azar Nafisi, parla di letteratura, di politica e di critica negli USA, paese in cui vive da quasi vent’anni (parla di The Republic of Imagination, il suo ultimo libro). E ci conferma un po’ nei nostri pregiudizi di europei scafati: fanno una gran fatica a leggere Omero o Tolstoj, o chi volete, semplificano tutto quanto (e cioè respingono la complessità), abbreviano tutto quanto, come al fast food, tarpano le ali all’immaginazione, che è vertigine, turbamento, e si appiattiscono sul politicamente corretto (politically correct). Ecco, tutto edibile, tutto digeribile: acqua fresca… 
E tutto già sentito, da un pezzo. Gli è che – la butto lì – per incocciare nella ‘complessità’ della letteratura, e cioè nel fatto che non ci conferma sempre nelle nostre abitudini e idee, nel fatto che ci smuove, che ci fa fare qualcosa (ecco il tema politico), è necessaria una congiunzione astrale, come diceva Manganelli, e cioè un tempo di calamità; diversamente essa resta ciò che le è possibile essere: amusement, artificio, burla. Questo coté della letteratura non va assolutamente trascurato. Intanto, che letteratura vogliamo? Ne vogliamo una impegnata o una disimpegnata? E qualunque sia la nostra scelta, avrà modo di armonizzarsi con l’afferente ‘società’ dei lettori? Se non teniamo presente tutto questo restiamo alle petizioni di principio e a una forma di rigorismo che un giorno ci fa parlare del filisteismo inoffensivo di Celati e un altro… Escluderei Celati dai danni del pol corr., e prima di domandarvi se la letteratura sia dove si fa o dove si legge, o magari dove si critica, vorrei aggiungere ancora questo: che la letteratura c’entra col pol. corr. – come col pol. scorr. – come i cavoli con la merenda (per dirla con Tofano). Ed è esattamente quello che dice Azar Nafisi.

Immagino che Matteo Righetto (vedi qui: https://goo.gl/EtTiW0) abbia letto l’articolo sopracitato (e intitolato Anna Karenina vs. Google Glass: A Conversation with Azar Nafisi) e ne abbia fatto un po’ quel che voleva e, innanzitutto, l’occasione per scarabocchiare espressioni come ‘politically correct’, ‘pensiero unico’… espressioni che, qui da noi, in special modo, non significano assolutamente nulla. (Alla stessa maniera si sono trapiantate qui polemiche piuttosto asmatiche su Darwin, il creazionismo)… La morale è che la censura del pol. corr. la vogliono, la praticano, oggi, i millennial(s), i quali, come tutti i ‘tesserati’ di qualsivoglia generazione, hanno il difetto di non corrispondere in nessun caso alla descrizione che ne fanno i giornalisti. E dunque? E dunque «bye bye occidente». Sì, d’accordo, sono questioncelle yankee(s) ma basta una parentesi per insinuare che siano anche europee, oramai. Raggiunta al telefono, Azar Nafisi ha fatto uno sbadiglio grande così.

giovedì 24 novembre 2016

Sulla scrittura letteraria ecc.

Thomas Bossard
«Perché scrivo libri così buoni» titolava quel tale un capitolo del libro suo che precedeva il silenzio definitivo. Fra le altre cose vi diceva, in quel capitolo, che è buono lo stile – e cioè la scrittura – che non si sbaglia sui segni: bisogna saper scrivere. Qualcosa di simile deve averlo pensato anche Umberto Eco – ma non sono più certo che fosse lui – quando ebbe a dichiarare che unicamente gli riusciva bene di scrivere dei libri; e che scrivere dei libri lo divertiva moltissimo. Per questo motivo, credo, ci insegnò perfino a scrivere una tesi di laurea. Proprio a quel libretto di Eco replicarono, ciascuno a suo modo, Cesare Cases e Giorgio Manganelli: entrambi dubbiosi, comunque sia, sull’utilità del lavoretto dei laureandi (che talvolta è un libro e talvolta – più spesso, quasi sempre – uno pseudo-libro). Benché Cases fosse meno scettico sulla sua utilità, concludeva menzionando Omar, l’incendiario che bruciò la biblioteca di Alessandria (cfr. G. Manganelli, ‘Mammifero italiano’, Milano, Adelphi, 2007 e C. Cases, ‘Il boom di Roscellino’, Torino, Einaudi, 1990, p. 194).
Tra l’abilità di Eco o di quel tale nel concepire libri – Cases proponeva che fosse proprio Eco a incaricarsi di compilarle tutte quante, le tesi – e la regale insofferenza del califfo Omar, qualcosa come una ‘produzione fordista’ di libri in brossura. Quello che Eco si dimentica di dirci, e d’altra parte parlava di sé, della propria attività di scrittore, e che a Omar non interessava menomamente, è che il libro – oggi più di ieri a causa dei ritmi fordisti – è opera collettiva. Dietro il libro – dietro il nome dell’autore che campeggia sul frontespizio – c’è il paziente, umile lavoro di tante figure professionali: editor, correttori di bozze, redattori editoriali…
In effetti, e da questo punto di vista, lo scrittore è un poltrone: se non altro perché in poltrona passa gran parte del suo tempo, intento alla ideazione, composizione… del testo. Rifaccio qui Manganelli, che in un breve e gustoso pezzo intitolato ‘La recita di esistere’ (in ‘Salons’, Milano, Franco Maria Ricci, 1987, poi in ‘Il rumore sottile della prosa’, Milano, Adelphi, 1994, con il titolo ‘Luogo di lavoro’) celia sulla messa in scena dello scrivere e dello scrittore all’opera. Parrebbe dunque che la parte maggiore del lavoro – diciamo la più difficile – se l’accolli l’editor.
Certo l’editor è ‘ambiguo’: quando immagini che sia in poltrona (be’, anche lui in poltrona!) a fare editing, e cioè a riscrivere daccapo ciò che un altro ha scritto (male?), eccolo in giro per le strade, alla mescita, in biblioteca, a fare scouting. Ma è ambiguo anche per un’altra ragione. L’editor è a tutti gli effetti un critico che si tiene le ‘critiche’ quasi per sé: che non le divulga e che le confida soltanto all’interessato (in tutti i sensi): all’autore. Gentilezza dell’editor. Ma c’è di più, è un critico finalmente realizzato, perché non critica non sapendo scrivere, come il critico – che infatti si merita il ritornello del pappagallo Laverdure –, ma critica (se non altro) riscrivendo. E questo è il massimo.
Se ora immaginiamo che lo scrittore in questione abbia ripigliato la sua storiella da un altro scrittore, o scrittorello, cominciamo a capirci qualcosa di più: e cioè a capire come e perché l’attività dello scrittore, la scrittura, il libro siano sempre opera collettiva e individuale nello stesso tempo. E poi, sia chiaro, si scrive sempre ciò che è già stato scritto: e cioè si riscrive. La scrittura è un furto di Prometeo e imitazione, parodia…
Jack London – cade giusto in questi giorni il centenario della morte –, seguendo le abitudini dell’epoca sua, acquistava talvolta gli intrecci delle sue storie da altri scrittori. Per esempio da tale Sinclair Lewis, premio Nobel per la letteratura nel 1930. Così London il 4 ottobre 1910 a Lewis: «I suoi nuovi intrecci sono arrivati ieri pomeriggio, e ne ho subito scelti nove, per i quali, come da ricevuta allegata, le invio un assegno per dollari 52.50». Nacquero così ‘The Abysmal Brute’ (1910) e ‘A piece of Steak’ (1909) (in ‘Storie di boxe, Milano, Sugarco, 1985). Questi racconti non sono meno di London per il fatto che li ha acquistati (che ne ha acquistato il plot) da Lewis e li ha, in un certo senso, editati. (Con l’editor, peraltro, London condivide qui, in questo caso, certa sterilità. La sterilità: sarà per questa certa sterilità che un ottimo editor come Vanni Santoni, peraltro autore prolifico, ama presentarsi come una specie di Socrate?).
C’è tuttavia un rischio, un rischio che spiega certe mie uscite acide qui sopra: il rischio che, per ragioni di mercato, prevalga il paradigma di una leggibilità universale, fatto di frasi brevi e di paroline facili. Sappiamo tutti che lo scrivere oscuro scogliona la gente e che esistono ‘valide’ ragioni morali e di buona educazione per rinunciarvi, in certa misura; ma sappiamo anche che la scrittura è la scrittura. E forse, come avviene per la rosa di Gertrude Stein, bisognerebbe ripeterlo una terza volta. «Wir wollen auf die Sachen selbst zurückgehen», diceva Husserl. Non è una tragica tautologia bensì uno spostare lo sguardo sulla scrittura-oggetto: sulle sue qualità ‘materiali’ o – per dirla diversamente, meglio… per tornare al tale dell’inizio – sulla qualità dei suoi segni, sul loro ritmo, respiro… Fatte salve le competenze dell’editor nella sfera della letteratura di consumo, resta da recuperare, contro il rischio paventato sopra, quell’incompetenza dello scrittore nella letteratura che ancora Manganelli, polemizzando con Primo Levi (cfr. ‘Elogio dello scrivere oscuro, in ‘Il rumore sottile della prosa’, cit., p. 39), riconosceva volentieri allo scrittore, fino a sbozzare una bella similitudine: lo scrittore come l’amante e la letteratura come l’amata. (E non ha questo scrittore qualcosa in comune con il filosofo che non sa ma che ama la sapienza?).
E forse – forse – sarebbe il caso che questa incompetenza fosse anche degli editor, che verrebbero così finalmente ridotti a competitori incompetenti: a scrittori. Gli editor e gli scrittori come pugilatori nella competizione (gara) letteraria.
Ah, la famosa scie del pappagallo Laverdure… eccola: «Tu causes, tu causes, c’est tout ce que tu sais faire».

martedì 15 novembre 2016

«In quanto donna»

«Bastano tre parole per farmi venire l’orticaria» scrive Mariarosa Mancuso. Queste tre parole sono molto semplici: costituiscono un complemento predicativo del soggetto; eccole: «[…] in quanto donna […]». Dunque non sono esattamente queste tre parole ma la loro successione e il concetto che esprimono a spazientire la traduttrice di The Subjection of Women di Mill (La servitù delle donne, Milano, Rizzoli, 2010): e cioè una specie di clausola. (Non è un’idea accessoria, secondaria…). In secondo luogo, credo, se e solo se provengono da una donna. Potrebbe mai dire un uomo: «In quanto donna»? Certo che potrebbe, ma si porrebbero delle questioni che forse impedirebbero a Mariarosa Mancuso di spazientirsi. O forse no…  Che significa dunque «in quanto donna» in bocca a una donna? Significa quote rosa e «dibattiti sul potere femminile», fortemente voluto, ma dolce; significa il tailleur con il tacco alto; significa «la stanza tutta per sé rivendicata da Virginia Woolf»: e allora è meglio il salottino di Jane Austen.
Un antidoto, oltre al salottino, Mariarosa Mancuso ce l’ha. È Madame de Merteuil che, nelle Liasisons dangereuses, ammannisce a una giovinetta i suoi personalissimi consigli… Dai salottini ai salotti, anzi, ai salons rallegrati da Madame du Deffand, a Madame du Deffand senza salotto e che «liquidò Jean-Jacques Rousseau, ostinato cultore dell’autenticità, con poche e precise parole». Quali parole? Più di tre (le riporto dall’originale francese): «Jean-Jacques m’est antipathique, il remettroit [sic] tout dans le chaos, je n’ai rien vu de plus contraire au bon sens que son Emile, rien de plus contraire aux bonnes mœurs que son Héloïse, et rien de plus ennuyeux, et de plus obscur que son Contrat Social» (Lettres de la marquise du Deffand à Horace Walpole, depuis comte d’Orford, écrites dans les années 1766 à 1780: auxquelles sont jointes des lettres de Madame du Deffand à Voltaire, écrites dans les annees 1759 à 1775, Paris, Treuttel et Würtz, 1812, p. 250).
Due postille: attiro innanzitutto la tua attenzione, lettore, su quell’ennuyeux che nelle lettere di Madame du Deffand non manca mai e che Madame du Deffand saprebbe affibbiare a chiunque e a qualunque cosa; di poi su quest’altra circostanza che Mariarosa Mancuso non mette bene in evidenza: Madame du Deffand non liquidò Rousseau in un salotto ma in una lettera indirizzata a Voltaire…
Ma perché Rousseau? Rousseau in quanto donna non ha mai scritto nulla… O forse sì, se pensiamo all’Héloïse. Ecco, ci sono un sacco di danni che Rousseau procurò – lui e il Romanticismo – trionfando in Europa: «danni che scontiamo ancora oggi». Per esempio parole (ancora parole!) come originalità, ispirazione, autenticità, sentimento… se applicate ai libri, ai film ecc. quanto sono sconvenienti – e quanto discendono da uno «che affidò i suoi figli alla carità pubblica»!
Quel che è certo è che Mariarosa Mancuso amerebbe stroncare Rousseau in quanto donna (e in quanto uomo), magari in uno di quei salons… e che non smette di stroncarlo assieme a tutto quello che ne sarebbe derivato: da… a Loach: «Nei film di Loach plana la retorica. È un tributo che certi registi di sinistra non pagano serenamente, una servitù volontaria»… A Kiarostami: «Il suo ‘Copia conforme’ è un inno a Morfeo. Si sbadiglia fino a slogarsi la mascella». Si celia ma che significa che autenticità, sentimento ecc. son brutte parole? 
Quello qui di seguito, invece, è il resoconto di Malcom Pagani. Lo riporto qui per chiudere il mio ragionamento e per lasciare che sia tu, lettore, a concludere, in certo modo... «In bilico su una scomoda poltrona di plastica, in un sonnolento sabato romano, Mariarosa Mancuso […] fuma a ritmi fordisti. Laurea in Filosofia con tesi sulla Logica, camera con vista su Milano, cappotto rosso, risata aperta e occhi azzurri che prima ancora di osservare, stroncano. Gli addetti stampa non la amano. ‘Ognuno dovrebbe fare il proprio mestiere, ma la confusione di ruoli e la pretesa di un giudizio costantemente benevolo è uno dei problemi del cinema italiano […] Alcuni miei colleghi sono refrattari alla durezza. Esiste un’infernale mescolanza tra case di produzione che passano le notizie ai giornali e critici compiacenti. Se ci si incontra in terrazza, giudicare è più complicato» (Malcom Pagani, «Il fatto», 31/10/2010)… Ma in un salon no…

venerdì 11 novembre 2016

La Calcarea nummulitica di Comabbio

Stamani, su Comabbio, piova sottile e minuta (come leggo in un pessimo libro). Sono mattine in cui, per l’igiene, si preferisce l’itinerario più breve: quello della montagna: l’altro è quello della pista ciclabile sul lago. Oddio, montagna lo si dice con enfasi, che la Pelada, 471 metri sul livello del mare, distante 1,12 km dalla mia porta di casa, implica una Wanderung modesta. Fa ridere che ad attestare l’esistenza di questo monte siano le guide tedesche: «Von dichtem Mischwald bewachsen haben sie im Monte Pelada, 471 m, ihre höchste Erhebung». Ma neppure si raggiunge, in questo itinerario, la sommità, per evitare di inzaccherarsi fino alle ginocchia. Lungo il tragitto ragazze infagottate, col cane o senza cane, ti sorridono e ti salutano, soprattutto se hai una piuma colorata sul cappello. Non so se qui o nei pressi del lago, il dottor De Filippi fece alcune osservazioni sulla Calcarea nummulitica di Comabbio attribuendola al terziario medio. Nummulus significa monetina, soldino, spicciolo: i gusci calcarei delle nummuliti somigliano alle monetine. Vale anche il contrario: quelle monetine spicciole con cui non ci compri nulla, o gli oggetti inapprezzabili di cui parlava Cecchi (un bastoncino di menta, una pasticca di liquorizia, una bambolina di carta) somigliano ai nummuliti, giganti unicellulari, mattoni della vita…  

giovedì 10 novembre 2016

Parla Tom Wolfe

Pare che Tom Wolfe, ottantacinque anni compiuti, un appartamento sul Central Park e uno Steinway parcheggiato nel salotto, soffra di una artrite crudele che lo imbullona al divano déco (così leggo su «Repubblica» che lo fa intervistare da Riccardo Staglianò: http://bit.ly/2fUgfQB). Tom Wolfe – va detto… bisogna ripeterlo, almeno qui da noi, se si vuole palesarlo senza cenni supplementari – è quello del Falò delle vanità (‘falò’, non ‘fiera’) e il creatore dell’espressione ‘radical-chic’ (una bella espressione che a furia di essere ripetuta dai cani e dai porci è divenuta orripilante). Ultimamente, e senza capirci un’acca, si è dedicato a Darwin e a Chomsky: senza leggere una riga di questi due vecchi ‘tromboni’ ma, lo scopriamo subito aprendo il suo libro (ora tradotto da Giunti con il titolo Il regno della parola, pp. 192, € 18,00), navigando in rete. Fu navigando in rete che scoprì che i linguisti e gli antropologi e i biologi… non sanno spiegare l’origine del linguaggio e che il football e l’hockey sono pericolosi per i cranî dei giocatori. Forse è questo riferimento allo sport – che c’entra come i cavoli a merenda – la cosa più interessante di questo libro di Wolfe. E più ‘commovente’. Wolfe dice che nemmeno la testata di un giocatore di hockey sarebbe riuscita a levargli dalla testa questa roba dello gnaulio primevo. Commovente che un uomo di ottantacinque anni pensi di poter sopravvivere a una commozione cerebrale… Questo è, di Wolfe, lo stile, tutto retorico, tutto recitato. Gratta gratta non c’è nient’altro in questo libretto.
Di cui avevo già parlato (più seriamente, filosoficamente…) qui http://bit.ly/2fV0w3F allorché uscì un paio di mesi fa col titolo: The Kingdom of Speech, e uscirono pure un paio di recensioni sul «Foglio»: in cui i recensori, per dare ragione a Wolfe, dimostravano che non è necessario avere cognizione di ciò di cui si scrive. Ciò che Emilio Cecchi (Pesci rossi, Vallecchi, Firenze, 1973, p. 62) riepilogava così da un futuro lontanissimo: «Parla anche un giornalista. (Eran persone condannate a scrivere tutti i giorni, sui giornali, attorno a cose che non conoscevano, per divertire i dissipati)». Quanto idioti, allora, questi richiami alla ricerca sul campo, agli ‘empirici’, ai Daniel Everett che prendono l’aereo per l’Amazzonia: quanto idioti da parte di… di artritici linguaioli. A Wolfe, e chiudo, domanderei di cedermi lo Steinway…

Dormire, dolce dormire...

Talvolta mi immagino, specie d’autunno, gentiluomo di campagna: un hoberau non troppo scemo. Che dire? Il Cecchi ci immaginava nientemeno che il Padreterno in quei panni. Ma non è forse per questa ragione che io mi ci immagino: a tanto non perviene la mia ὕβϱις. Sarà invece la natura, che da queste parti, sulle rive del Verbano, e tra Besozzo e Vergiate, ti insegna un po’ di storia, va da sé, naturale. Saranno i laghi e gli acquitrini, coi cigni (che sono dei gran rompiballe); saranno i sentierini fangosi e le pietraie; saranno le cataste di legna da ardere, i boschi, i prati... Di che si occupa un gentiluomo di campagna? Di allevare maiali da portare ai concorsi. Io sono assediato dai gatti. Non è proprio la stessa cosa. E adesso che il freddo è arrivato, adesso che al mattino, sulla collina che cinge Comabbio, dalla nebbia fumante emergono gli alberi rossi e gialli, accesi dal sole, me ne sto rinchiuso in casa, accanto alla stufa come... come il gentiluomo di cui sopra (o come Cartesio)... E i gatti? Quelli grattano alle finestre e alle porte per entrare o per uscire, secondo il ghiribizzo del momento.
(attizzando il fuoco nella stufa)

Thomas Bossard
«Dormire, dolce dormire»… Un po’ il contrario di «Canta che ti passa» al quale lo accosto senza un motivo apparente: forse perché, appunto, il primo non dipende esattamente dalla nostra volontà e il secondo sì. A Comabbio, sulle rive del Verbano (o quasi), il dormire è più dolce: a tutte l’ore, o quasi. Non un automobile che rombi, non un aeroplano che plani, non un maglio che percuota, né vetri che si infrangano... Non fosse per la vicina qui sopra che, in certe ore, appiccia la tivì per ascoltare/vedere (?) il rosario: cose, manie di certi vecchi… Di botto però, almeno finché un palinsesto (come si dice con una parola rubata) non la provvedeva, ecco la sigla di Murder, She Wrote: e, con gli occhi chiusi, ti figuri Angela Lansbury che, inforcando gli occhiali, comincia, e nel medesimo tempo, a pedalare e a battere a macchina... Certo, c’è anche quella scuola, la scuola del paese, la scuola primaria, fino a poco tempo fa detta elementare, e quei bambini chiassosi che in certe ore, altre ore, schiamazzano e urlano come se li stessero scannando... Per il resto il silenzio degli uomini e dei gatti e dei cani è così completo, perfetto (che significa la stessa cosa), da permetterti di udire il croscio di quella roggia che precipita a valle, o la famosa pianta che schiantandosi nel bosco non fa romore (e, per taluni, spiritosoni o filosofi, nemmeno esiste). Inquinamento acustico lo chiamano, quello delle nostre città... Credo che abbia ragione Michel Serres a vedervi una occupazione dolce (ma qui non è nulla di gradevole questo ‘dolce’) dello spazio: le trombe, i clacson, gli altoparlanti, gli scappamenti come tanti ani che espellono, evacuano: e segnano il territorio con i loro escrementi acustici: scoppi, note impossibili, strepiti, jingle. Hai voglia, costì, a cantare per fartela passare!
(cantando sotto la doccia)

mercoledì 9 novembre 2016

The Used Car Salesman

Su The New York Times (di oggi), senza troppi fronzoli:

«Donald John Trump was elected the 45th president of the United States on Tuesday in a stunning culmination of an explosive, populist and polarizing campaign that took relentless aim at the institutions and long-held ideals of American democracy.
The surprise outcome, defying late polls that showed Hillary Clinton with a modest but persistent edge, threatened convulsions throughout the country and the world, where skeptics had watched with alarm as Mr. Trump’s unvarnished overtures to disillusioned voters took hold.
The triumph for Mr. Trump, 70, a real estate developer-turned-reality television star with no government experience, was a powerful rejection of the establishment forces that had assembled against him, from the world of business to government, and the consensus they had forged on everything from trade to immigration».

Used car salesman, in America (USA), è sinonimo di sleazy (squallido), imbonitore, imbroglione. Lo scrive Neil Pattel che è di Seattle, o che ci vive, e che è cofondatore di Crazy Egg e Hello Bar. Neil Pattel – lo dice lui stesso – aiuta le compagnie come Amazon, NBC, GM, HP e Viacom a far crescere il fatturato. Insomma, è uno Used car salesman di proporzioni spaziali, dove lo spazio è quello della rete: il World Wide Web. Però Neil Pattel è un(o) used car salesman – un piazzista – molto diverso: consapevole intanto di quegli stereotipi lì e… critico. Quando dunque lo definisco, appunto, un(o) used ecc. non intendo assolutamente appioppargli quegli epiteti ingiuriosi. Io sto con Neil e con le sue regole… auree.
Quali regole? Ecco la prima: Don’t ‘sell’. Help people to buy. Mi sembra, se non proprio aurea, ragionevole: vendi passamaneria (per abbigliamento femminile, per uniformi militari, per paramenti ecclesiastici)? Ti chiedono un nastrino blu oltremare e non ce l’hai? Accompagni il customer dal tuo diretto concorrente. Niente male! Ti chiedono l’impossibile? Li accompagni in chiesa.
Sarò breve: le altre regole auree ripetono la prima. Per esempio: non cercare di vendere subito il tuo prodotto: fornisci prima informazioni preziose sulle sue qualità, caratteristiche ecc. Perché that would be fine if I were ready to purchase: but perhaps I’m simply trying to learn (sarebbe bello che fossi pronto per l’acquisto: ma forse sto semplicemente cercando di imparare). To learn, imparare, apprendere, mi pare piuttosto neutro. Quindi mi risparmio l’ironia…
C’è, a dire il vero, un’altra regola: la ricaviamo dal seguente adagio: The truth is that appearances matter. Già, l’apparenza conta e dunque conterebbe divenire inapparenti. Nell’immaginario collettivo (USA) il piazzista d’auto usate indossa una giacca a quadri, anelli e catene d’oro, cravatte-bavaglio ecc. E si pettina come Donald Trump…
Insomma un tuffo, quello dell’immaginazione e quello dell’Election Day, negli anni Settanta/Ottanta, quando sociologia, economia, teorie monetare, teorie del capitale e del lavoro, politiche ambientali, dei consumi, demografiche, urbane, tv e media, movimenti sociali, realtà carcerarie… disegnavano e ritagliavano altri network: né globalizzanti, né delocalizzanti, né (troppo) specializzanti…
Connettere, connettersi, sapere, informare, informarsi, imparare, aiutare ad acquisire, ad acquistare: senza apparire troppo: inapparenti, trasparenti… Così ‘obbligatorio’ che in molti preferiscono farne a meno.
Benché in molti, oggi, rispolvereranno gli argomenti dell’Old Oligarch magari – certamente – senza saperlo. (Il che non è poi così grave. Però andare alla fonte abbrevia il percorso).

[1, 1] A: A me non piace che gli Ateniesi abbiano scelto un sistema politico, che consenta alla canaglia di star meglio della gente per bene. Poiché però l’hanno scelto, voglio mostrare che lo difendono bene il loro sistema, e che a ragion veduta fanno tutto quello che gli altri Greci disapprovano. [2] Dirò subito che è giusto che lì i poveri e il popolo contino più dei nobili e dei ricchi: giacché è il popolo che fa andare le navi e ha reso forte la città. […] Stando così le cose, sembra giusto che le magistrature siano accessibili a tutti – sia quelle sorteggiate che quelle elettive – [3] e che sia lecito, a chiunque lo voglia, di parlare all’assemblea. Ancora. Il popolo non ama rivestire quelle magistrature dalla cui buona gestione dipende la sicurezza di tutti e che invece, se rette male, comportano rischi: perciò esclude dal sorteggio il comando dell’esercito e il comando della cavalleria. Queste cariche preferisce lasciarle ai più capaci. Invece [4] cerca di rivestire tutte quelle che comportano uno stipendio ed un profitto immediato. C’è chi si meraviglia che gli Ateniesi diano, in tutti i campi, più spazio alla canaglia, ai poveri, alla gente del popolo, anziché alla gente per bene: ma è proprio così che tutelano – come vedremo – la democrazia […].
[6] B: Uno però potrebbe dire che non li si doveva lasciar parlare tutti indiscriminatamente all’assemblea, o accedere al Consiglio, ma consentire ciò solo ai più bravi e ai migliori.
A: No. Proprio perché all’assemblea lasciano parlare anche la canaglia, si regolano nel modo migliore. Se all’assemblea parlasse la gente per bene, o partecipasse ai dibattiti del Consiglio, gioverebbe ai propri simili, non al popolo. […]
B: Il popolo non vuol essere schiavo in una città retta dal buongoverno, ma essere libero e comandare: del malgoverno non gliene importa nulla.
A: Ma proprio da quello che tu chiami “malgoverno” [9] il popolo trae la sua forza e la sua libertà. Certo, se è il buongoverno che tu cerchi, allora lo scenario è tutt’altro: vedrai i più capaci imporre le leggi, e la gente per bene la farà pagare alla canaglia, e sarà la gente per bene a prendere le decisioni politiche, e non consentirà che dei pazzi siedano in Consiglio o prendano la parola in assemblea. Così in poco tempo, con saggi provvedimenti del genere, finalmente il popolo cadrebbe in schiavitù […]. Nei tribunali poi non si danno pensiero della giustizia ma del proprio utile. [14] E quando si tratta degli alleati, senza neanche mettersi in mare, intentano processi a chi vogliono loro, con cavilli, e perseguitano la gente per bene, ben sapendo che fatalmente chi comanda è odiato da chi è soggetto, e che se nelle città alleate si rafforzassero i ricchi e la gente per bene, l’impero del “Popolo di Atene” durerebbe pochissimo […].
[16] B: Però c’è anche un altro aspetto che viene malvisto: che cioè “il Popolo di Atene” costringa gli alleati a venire ad Atene per celebrare i processi.
A: E quelli replicano elencando i vantaggi, per “il Popolo di Atene”, di una tale procedura: il salario di giudice assicurato per tutto l’anno grazie ai depositi delle parti contendenti; poter regolare la vita delle città alleate standosene comodi a casa, senza doversi mettere in mare, e proteggere gli elementi popolari mandando a morte i nemici del popolo. Se invece i processi venissero celebrati, per ciascuno, nella sua città, in odio agli Ateniesi sarebbero mandati a morte [17] tutti quelli che sono favorevoli al “Popolo di Atene”. E poi ecco i guadagni in senso proprio che “il Popolo di Atene” ricava dalla celebrazione in città dei processi degli alleati: [18] aumenta l’importo della centesima che si paga al Pireo; se poi uno ha una casa da affittare o una pariglia o uno schiavo da noleggiare, se la passa meglio; e anche i banditori pubblici se la passano meglio per la presenza in città degli alleati. C’è poi un’altra considerazione: se gli alleati non venissero in città per i processi, verrebbero rispettati unicamente quegli Ateniesi che si recano usualmente presso di loro, e cioè i comandanti dell’esercito, i trierarchi, gli ambasciatori. Col sistema attuale invece ogni singolo alleato è costretto ad adulare “il Popolo di Atene”, ben sapendo che è ad Atene che bisogna andare per dare e avere giustizia, e, appunto, al cospetto del popolo, che in Atene è esso stesso la legge. Così ciascuno è costretto a supplicare e a prendere per la mano i giudici mentre entrano in tribunale. Ecco perché gli alleati sono diventati, per così dire, gli schiavi del “Popolo di Atene”.
(Pseudo-Senofonte, Costituzione degli ateniesi 1, 1-18, traduzione di L. Canfora, Palermo [Sellerio] 1998).

lunedì 7 novembre 2016

Relazioni...

Temo che Fabrice Hadjadj abbia interrotto la sua collaborazione con «Avvenire»: temo che sia passato al «Foglio».
Già, ma che ci farà Hadadj – l’ennesimo cattolico – al «Foglio»? Parlerà, e con maggiore libertà, di porcaccionate. Mi pare di sentirlo sdottoreggiare sul suo proprio pene e sul suo proprio ombelico… E citare Lévinas, quello di Le Temps et l’autre (pubblicato qui da noi dal Melangolo nel 1993), quello di un passaggio che nel ’93 sottolineai a matita: «Il carattere patetico dell’amore – diceva e dice… non smette di dire – consiste nella dualità insuperabile degli esseri. È una relazione con ciò che si sottrae per sempre. La relazione non neutralizza ipso facto l’alterità, ma la conserva. L’altro in quanto altro non è qui un oggetto che diventa nostro o che finisce per identificarsi con noi; esso, al contrario si ritrae nel suo mistero».
Che anche Hadjadj, che ha esattamente la mia età, lo abbia letto nel ’93 o giù di lì? Però a lui dovette (e deve tuttora) apparire ragionevole, mentre a me non troppo se considero i punti interrogativi scarabocchiati qua e là. Uno era (è) qui (p. 57): «[…] nella relazione assolutamente originale dell’eros, relazione che è impossibile tradurre in termini di potere […]». Questa alterità-essenza, va detto qui papale papale, è la femminilità. Ora, se la femminilità è l’alterità tout court, che sarà mai la… maschilità? Un non-essere-altri, certamente; un essere-irrimediabilmente-se-stessi.
Questo linguaggio, nella sua struttura non troppo – troppo poco – metaforica, mi pareva (mi pare) inutilizzabile. Per esempio: può essere utilizzato senza disagio da una donna? Levinas rivide questa sua posizione indubbiamente fragile: non in occasione della ripubblicazione del testo del 1948, nel 1979, ma in un’intervista del 1985: «Oggi penso che bisogna risalire più a monte […]». E meno male! E Hadjadj, quando scriverà l’articolo, se scriverà l’articolo, in quale ‘tempo’ si collocherà?
Ovviamente Hadjadj ha scritto quell’articolo.

Da un piccolo Melangolo a un altro piccolo Melangolo: Il mal sano, di Michel Serres. Serres ha 86 anni e ne aveva 78 quando fece uscire «Le Mal propre», nel 2008, per Le Pommier. Cinquant’anni separano Le temps et l’autre di Lévinas dal Mal propre di Serres. Ma questi intervalli temporali non significano quasi nulla. Serres è evoluto, progredito, Hadjadj (che cita Lévinas) antiquato, fané. Serres invita le donne e gli uomini all’adulterio (p. 44), condanna la misoginia Kant (p. 42), afferma di rispettare la pratica del piercing (p. 35) (ma Karen Blixen rispettava quella del tatuaggio e incoraggiava il nipote, se non ricordo male, a farne un mestiere). Su tutte queste cose il quarantacinquenne Hadjadj è fortemente imbarazzato. E assolutamente contrario. Serres (p. 43) va più in là: dice: «Evviva gli esperimenti di procreazione artificiale assistita». Hadjadj, che è spesso in Chiesa, vi vede crollare l’altra casa in cui ama alloggiare: rifugio-giaciglio del suo organo amatissimo. E, di conseguenza (vi vede crollare) il matrimonio (col suo buffo munus), la proprietà (della donna). Ferro rovente che marchia, logo automobilistico (chissà perché Basquiat aggiunse al nativo americano di quello della Pontiac dei pinguini!), anello d’oro della sposa: sempre di marchiare-suggellare la proprietà si tratta. Per Serres. Il quale suggerisce invece la colocation, la locazione, l’affitto (anche dell’utero…).
I figli appunto: proprietà anch’essi, soggetti allo ius vitae necisque, spettacolo, nelle guerre, per i padri crudeli che ve li spediscono a morire. I figli: anch’essi da disassoggettare. E in un’epoca e nelle regioni del mondo un po’ più miti, a Serres, che raccomanderebbe la diserzione universale, non resta che frustrare le ambizioni pedagogiche autoritarie: «Disobbedite spavaldamente!» (p. 45) (ma anche: Smettete di considerarvi asserviti alle nevrosi dei vostri genitori»). Ora, la fine della pedagogia autoritaria, il cui fine è la proprietà della figliolanza, rende superfluo il ‘membro’ della famiglia, come lo chiama Hadjadj: rende superfluo il sesso (la differenza sessuale) nell’allevamento/educazione dei figli. Matte risate davanti ai padri autoritari che la mia generazione, che è quella di Hadjadj, non ha avuto!
Torniamo al primo Melangolo, a Lévinas. C’è un’altra maniera di guardare alla paternità, a dire il vero assai problematica, ed è quella che vi legge la fecondità. Che roba strana! Ho sempre legato la fecondità, etimologicamente parlando, alla femmina (fœmina) e al feto (fœtus) nel suo grembo. Eppure Lévinas la tira in ballo parlando della paternità. «Comment le moi peut-il rester moi dans un toi […]? Comment le moi peut-il devenir autre à soi? Cela ne se peut que d’une manière: par la paternité». È una relazione, insiste Lévinas, che non può essere concepita in termini di potere e di proprietà (cfr. p. 60): io non ho un figlio ma, in certa misura, sono mio figlio ecc. È un po’ un errore madornale: e un ‘eufemizzare’ l’idea della proprietà. La paternità, aggiunge, introduce «nell’esistenza una dualità che interessa l’esistere stesso di ciascun soggetto» (p. 61). (Anche qui: la paternità, non la maternità. Semmai la morte e la sessualità, che menziona). Hadjadj direbbe che sono in tre: il maschio, la femmina e un terzo seccatore; come effettivamente dice con tipico humour da catechista (cfr. Mistica della carne, Milano, Medusa, 2009, p. 110): una trinità, se vogliamo arieggiare un linguaggio mistico. E d’altra parte Jean-Paul Deux distingueva una comunione sessuale, aperta alla vita, da una unione sessuale, aperta a… Che razza di banalità!

sabato 5 novembre 2016

Spigolature (quasi una rubrica)

Tucidide (Storie, II, 71) ricorda «che ogni soldato, [in battaglia] temendo per se stesso, si avvicina quanto più è possibile allo scudo dell’uomo che si trova alla sua destra, per proteggere il proprio fianco scoperto, e pensa che quanto più la linea è serrata, tanto più lui stesso è al sicuro». Ovviamente ciò avviene perché lo scudo lo si regge con la sinistra: e cioè con l’arto che non maneggia l’arma; perché la destra ha un primato.
Tutto questo è solo apparentemente scontato: per esempio spiega certi andamenti nelle avanzate degli eserciti e quell’inclinare verso destra che Epaminonda, traendo la sua falange obliquamente a sinistra, mandò all’aria assicurandosi la vittoria a Leuttra (371 a.C.) contro un plausibilmente sorpreso Cleombroto.
Anche l’onanista sorprende se stesso utilizzando la sinistra: Pierre Guyotat ragazzino l’adopera perché impegnato a scrivere con l’altra: e qualcosa come un rapporto tra la masturbazione e la scrittura si salda nella sua testa.
Certi ‘buchi’ – il loro andamento o progressione – di Lucio Fontana si spiegano con il fatto che maneggiava il punteruolo con la destra. Chissà che qualche volta non si sia sorpreso utilizzando l’altra mano…
(Giuseppe Panella mi invia una scelta bibliografica. Eccola: Hertz, La preminenza della destra e altri saggi, Torino, Einaudi, 1994; Sofri, Il nodo e il chiodo, Palermo, Sellerio. 2009).
(castrando le castagne)

In questi giorni, parcheggiando il mio vecchio fiorino bianco nei pressi del cimitero, sono stato assalito da drappelli di anziane vedove in cerca di crisantemi in vaso o recisi. Ho fatto parecchi affari vendendo loro i marroni raccolti nei boschi (d’accordo, erano castagne) dentro involti di carta da giornale. Da queste parti, sulle rive del Verbano (come nel resto d’Europa) i marroni (le castagne) si accompagnano alla selvaggina di pelo o di penna. Non amo la doppietta: sono ambidestro e non saprei come sparare. Ma le vecchie Babilane mangiano qualunque cosa con l’indifferente golosità della vecchiaia e s’accontentano. («Quant à la vieille Babilana, elle mangeait avec l’insoucieuse gourmandise de la vieillesse, ne s’inquiétant pas plus de la tempête que si la tempête n’existait pas»).
(raccogliendo castagne)

A Comabbio, Lucio Fontana ci venne a vivere e a morire.
Mi piacerebbe recuperare un volumetto curato da Paolo Campiglio che raccoglie un certo numero di lettere di Fontana (Lucio Fontana. Lettere, 1919-1968, Skira Editore, Milano, 1999) perché testimoniano degli ultimi anni dell’artista qui a Comabbio. Ne ho recuperato, in rete, un breve stralcio. Da una lettera del 1967: «Qui sta diventando ‘intellettualcasino’ di alta classe, riunioni al Centro Euratom nucleare di Ispra, pranzi intellettuali con Guttuso, Tavernari, Baj, San Gregorio, ecc. (...) con finale di grosse vendite ai frigoriferi Ignis».
Di Fontana, a Comabbio, resta, in via Lucio Fontana, la sua casa-atelier. Qualche anno fa ne cedettero una parte, la più vecchia, che vedo dalla mia finestra. Al piano terreno di questo edificio c’è una sala quadrata con un soffitto di legno. Su una parete, un camino di pietra, su un’altra, un trifoglio verdolino su fondo bianco, enorme. Mi dicono che l’ha pitturato Fontana in persona e nessuno si sogna di imbiancarci sopra. (Non so se i limoni nella serra siano i ‘figli’ di quelli coltivati da Fontana. Credo che il giardino, il frutteto e la serra abbiano mantenuto l’impostazione originale. Il complesso è piuttosto eterogeneo).
Al cimitero torreggia un parallelepipedo e questa è un’altra cosa che resta del soggiorno di Fontana qui. Poi qualcuno avrà vecchie foto nei cassetti e ‘opere d’arte’ nei garage…
(nei pressi del cimitero)

Insudiciamo il mondo, dice Michel Serres, ma se ci interroghiamo sopra una simile questione la mettiamo sempre in termini ‘quantitativi’ (nei termini delle cosiddette scienze dure). Invece non ci domandiamo il perché lo facciamo. La risposta, peraltro, Serres ce l’avrebbe: lo facciamo per appropriarcene. Scrive (Le Mal propre, Paris, Le Pommier, 2008, pp. 47-48): «Cela touche, certes, aux questions issues des sciences dures, physique ou énergétique, ou plus douces, comme l’économie; mais moins, je le répète, que, par défense ou attaque, de l’appropriation, décidée ou voulue en amont». La traduzione italiana di Emanuela Schiano di Pepe non mi pare per nulla perspicua; dice (Il mal sano, il Melangolo, 2009, pp. 60-61): «Tutto ciò è legato sicuramente alle problematiche che derivate dalle scienze dure, fisiche o energetiche, o da quelle più moderate come l’economia; ma, lo ribadisco, l’appropriazione lo è in misura minore, poiché, che sia difensiva o d’attacco, è decisa a freddo». Propongo la seguente traduzione: «Tutto ciò tocca, per certo, le questioni generate dalle scienze dure, fisiche o energetiche, o più docili, come l’economia; ma meno che, lo ribadisco, l’appropriazione, attraverso la difesa o l’attacco, la quale è decisa o voluta a monte».

Chi è Peter Smith? Nessuno. O quasi. Su «Quadrant», una rivista australiana, scrive un articolo intitolato ‘The Age of Godless Credulity’ Ed è così che Peter Smith, almeno per me, comincia a esistere. Ma pure per un quotidiano chic che vanta una vocazione ‘internazionale’, qualunque cosa significhi, e che lo traduce. Scrive Peter Smith: «Gli uomini e le donne, nel complesso, non sono quelle creature secolarizzate e profane che gli atei militanti vorrebbero che fossero. Sono sempre in cerca di un significato più profondo. Ed è a questo punto che la scienza entra in gioco. La fede in Dio che indietreggia, specialmente quella nel Dio cristiano, ha portato al crollo di vocazioni nelle varie chiese e al corrispondente aumento di scienziati in cerca di pubblicità, pieni di immaginazione e senza un minimo di senso del limite». Averlo saputo prima che procedere così, portando il logos a pisciare nel giardinetto dietro all’edicola, significa essere internazionali!
(ripensando al gallo di Asclepio)

mercoledì 26 ottobre 2016

After all, it’s personal

«Our barista promise.
«Love your beverage or let us know.
«We’ll always make it right».

È un motto di Starbucks. Potremmo renderlo e spiegarlo così, alla libera e tirando un po’ per le lunghe: «La nostra promessa, la nostra parola d’onore. Amate la vostra bevanda o fateci sapere se non vi aggrada. La faremo sempre giusta, come la gradite».
Non è nauseante quanto basta? Queste carezze ammannite, questi vizî solleticati, questo fingere arrectis auribus agli sfizî – non si tratta qui di una scemenza bella e buona, di un richiamo di sirena a buon mercato e, in fin dei conti, di un messaggio profondamente… diseducativo?
Scriveva Marco Aurelio: «Quanto sono grandi i piaceri di cui godono gli assassini, gli scostumati, i parricidi, i tiranni» (VI, 34). Se ne deduce che quelli dei coglionazzi saranno in proporzione più modesti. Sono, in effetti, bevande personalizzate, col nome sul contenitore, ordinate sull’App Store e preparate coordinando i tempi in grazia della localizzazione GPS del customer; sono sconti e offerte promozionali, gift card; sono gadget (cappellini, felpe, T-shirt, spille, bottiglie, tazze, termos, dispenser, penne, portachiavi… col logo). After all, it’s personal.

martedì 25 ottobre 2016

Todo es relativo

«Come si spiega che Heidegger, senza muovere un dito, abbia realizzato la singolare operazione di traghettare nella sinistra postmoderna parole d’ordine, termini e concetti che appartenevano alla visione del mondo nazista? Come si spiega che il massimo successo della sua filosofia abbia avuto luogo a sinistra e non a destra? Il primo ad esserne stupito è stato forse proprio Heidegger».
Così Ferraris nel suo L’imbecillità è una cosa seria. Purtroppo leggo questo passaggio di straforo, perché non fa parte delle anteprime disponibili in rete. (Dovrei aggiungere che non ho mai denari per acquistare i libri di Ferraris ma lasciamo perdere…). Dunque, come sedusse Heidegger la sinistra? con quali concetti, parole d’ordine della visione del mondo nazista? C’è un articolo, disponibile in rete dove a questa domanda Ferraris dà la seguente risposta: «L’arcano – dice – si svela abbastanza facilmente. Da una parte, parlare nel dopoguerra, a destra e in Germania, di autori nazisti come Heidegger, Jünger, Schmitt (e di un loro riferimento comune, Nietzsche) sembrava implausibile, nel momento in cui la cultura tedesca era, comprensibilmente, interessata a voltar pagina. Diversamente andavano le cose in Francia e in Italia, ed è così che si spiega l’edizione di Nietzsche di Colli e Montinari, come pure il rilancio di Heidegger prima in Francia (spesso in funzione anti-sartriana, a partire dalla Lettera sull’umanismo), poi in Italia.
Prima ragione (da non trascurare): le cose andavano diversamente in Francia e in Italia.
«Tuttavia [prosegue Ferraris] c’è un secondo motivo più determinante. Nel dopoguerra, è come se la sinistra avesse avocato a sé il monopolio del politico. Politica e sinistra erano coestensive, dunque ogni pensatore del politico, fosse pure il giurista di Hitler, come Schmitt, diventava fruibile a sinistra».
Seconda ragione (determinante): a sinistra si parlava di politica.
Con la seguente precisazione: «Faye ha il merito di illustrare con chiarezza e profondità è l’intima struttura politica del pensiero di Heidegger, che lo rendeva particolarmente riciclabile in un’epoca iper-politica come il Sessantotto. La storia e la decisione sono l’unica realtà (cosa che era in sintonia con quel funesto antirealista che è stato Hitler, ma anche con quegli antirealisti più benintenzionati che proclamavano la necessità della immaginazione al potere), si tratta di combattere l’oggettività in nome della solidarietà, il freddo intellettualismo in nome del radicamento in una comunità di popolo».
Dunque Hitler e i sessantottini hanno in comune questa idea svagata e birbesca per la quale i sogni diventano realtà occupando la Polonia o le università.
Conclusione, definitiva: «L’insistenza sulla storicità, intesa come quel divenire che può giustificare qualunque cosa, è la chiave di volta del costruzionismo heideggeriano, che si traduce, in sostanza, in un trionfo della volontà di potenza. Quando i postmoderni hanno sostenuto che qualunque tesi e qualunque verità devono essere indicizzate alla loro epoca lo hanno fatto con intenti emancipativi, ma ripetevano l’argomento di Heidegger in difesa del Führerprinzip».
Argomento per il quale, in breve, tutto è relativo (o come diceva Pindaro: «La consuetudine è regina di tutte le cose»). «Todo es relativo» mi diceva giusto l’altro giorno una bella ragazza peruviana sorbendosi un caffè come non se lo aspettava.

lunedì 24 ottobre 2016

Pane al pane, vino al vino

Quando tempo fa (vedi qui: https://goo.gl/9GkqTR) dissi la mia sugli imbecilli di Eco buonanima, un tizio mi obiettò che Eco non aveva mai sostenuto che solo i premi Nobel hanno il diritto di parola: facendomi così sospettare che Eco avesse pienamente ragione. Ora che intendo ritornare sugli imbecilli, questa volta di Ferraris, prometto di risparmiarmi qualsivoglia pointe satirique e di dire pane al pane, vino al vino. 
Ora, quello credo di poter dire (pane al pane e vino al vino) è che l’idea di un opuscolo sull’imbecillità (sulla bêtise, direbbero Deleuze e Bloy e Flaubert ecc.) (cfr. Maurizio Ferraris, L’imbecillità è una cosa seria, Bologna, Il Mulino, 2016) deve essere venuta a Ferraris ascoltando Eco. Infatti...
Infatti, scrive Ferraris, il Golem esiste e si chiama web: e questo Eco lo sapeva bene avendo detto ciò che ha detto «pochi mesi prima della morte». Un testamento? Com’è come non è, molti nasi si arricciarono e molte code di paglia si incendiarono in quei giorni lì. E dove? Poiché trattasi di gente che si sentì tirata, in una maniera o nell’altra, in ballo… insomma, sul web. Tutta «gente – prosegue Ferraris – pronta a dire che l’umanità è perfetta e viene pervertita dalla tecnica, che la aliena, la allontana da sé [...] insomma la rimbecillisce»: un non voler fare i conti con la realtà del virtuale o della tecnica (tout court): «Lungi dall’essere alienazione, la tecnica è rivelazione di quello che siamo».
Dunque c’è stato un discorso sul web contro il web (e contro Eco): e questo discorso è stato – ancora una volta, verrebbe da dire – un voler «girare gli occhi da un’altra parte», per non vedere quella stupidità che è nostra fin dalla notte dei tempi (discendenza di Nyx erebenne) ecc. Nietzsche, per l’appunto, diceva che l’uomo – e cioè l’imbecille – è una corda tesa tra la bestia, che non è mai stupida, e il superuomo che avrà cessato di esserlo.
Verrebbe da dire, pane al pane, vino al vino, che è un peccato che abbiano perso l’occasione, magari prendendo atto di ciò di cui è così difficile prendere atto (ma che Ferraris spiattella lì, dicendo pane al…): e cioè del fatto che la stupidità è universale, e anche iscritta nella storia – è un peccato, dicevo, che abbiano perso l’occasione di difendere altrimenti le ragioni del web: per esempio dicendo che il web è abbastanza democratico e che dà spazio a tutti: belli e brutti, imbecilli e intelligenti ecc. E invece, questo tirarsi la zappa sui piedi…