giovedì 28 gennaio 2016

‘Passaggio in Sardegna’ di Massimo Onofri


Troppe volte ho già citato quelle benedette guide nautiche di Somerset Maugham: guide che non ho mai letto, sicché non resta che fidarci – ciò che non richiede troppa fatica – del giudizio dello stesso Maugham. Quelle guide, dice, sono succose. Ad ogni modo: ciò che volevo dire è che Passaggio in Sardegna di Massimo Onofri (Firenze, Giunti, 2015) assomiglia, e c’è da scommetterci, a una di quelle guide. Oppure non ci somiglia per niente. In effetti, questo libro di Onofri – progettato, dice, assieme a Benedetta Centovalli, critico letterario ed editore – questo libro è non dirò un unicum, ché Savinio o Soldati si aggettano qua e là, e nondimeno è singolare. Onofri affolla il suo itinerario – o passaggio* o canale di comunicazione, ma anche cartografia… – di soste, di tappe, di luoghi: e ogni sosta, ogni tappa, ogni luogo è subito un momento – o un’occasione – colloquiale. Come tale spurio, ché non si tratta mai di una pura – si legga cattedratica – enunciazione di idee. Onofri si prende una grande confidenza con il suo lettore e fa bene. La sorpresa – emozionante, va da sé – è che può parlargli di moltissime cose: dei suoi allievi, del ristorante Pomodoro in Sassari, di Mario soldati e del suo sigaro, dell’eloquente reticenza di Mannuzzu, dei fritti d’anemone, dell’editoria sarda, della lingua di Ledda, del sardismo di Gramsci e di Berlinguer, di una dechirichiana Fertilia, degli asinelli leopardiani dell’Asinara, del pitzudu (il raviolone di Ovada), della Caprera extraterritoriale di Garibaldi, della canzone eloquente e non propriamente alata dei Collage di Olbia, della balentìa delle donne deleddiane ecc. ecc.; suscitando, nel lettore gentile, due generosi e chiari appetiti: quello per i libri e quello per i cibi. Bene, bene: questo è quanto. Aggiungo solo che questa sera mi sono dilettato nella preparazione di un primo piatto (campanellini con spada, pesto di rucola, pachino e bottarga) seguendo il ‘ricettario’ di Onofri.


* Richiama, il titolo di questo lavoro di Onofri, e non è nemmeno il caso di farlo notare, uno stranoto titolo di Forster che Forster traeva da Whitman. O forse sì, forse è il caso di farlo notare, ché un’idea di comunicazione, di trasmissione, di connessione, un’idea soprattutto whitmaniana di tutto questo, c’è nel libro di Onofri, appena ironica e mondana, docile alle occorrenze di una Slow Life.

martedì 12 gennaio 2016

Michaux barbaro in Asia

Plus tu auras réussi à écrire (si tu écris), plus éloigné tu seras de l’accomplissement du pur, fort, originel désir, celui, fondamental, de ne pas laisser de trace.
Michaux, Poteaux d’angle

È capace di concentrare la Cina in un elenco borgesiano, Michaux – l’amore del cinese per il suo Umwelt: la giada, le pietre levigate, il fior di loto, la pioggerella sottile, la pinna del pescecane, un figlio che assolve i propri obblighi filiali in maniera scrupolosa e cerimoniosa, certe crudeltà ecc. ecc. Ma anzitutto Un barbaro in Asia (Torino, Einaudi, 1974) mima sornionamente una succosa guida turistica (forse una di quelle guide nautiche di cui ciarla Maugham, una di quelle guide in cui la praticità non offusca per niente la poesia): la fauna (con una predilezione per quella ittica e ornitica), la flora, la lingua, le arti figurative, il teatro, la musica, concedendosi ‘esuberanze’ antropologiche, etnografiche, sociologiche. Certo è anche un diario, un diario di viaggio, ma a ricordarcelo nessuna data e accenni a un passaggio, a un itinerario, una qualche nota sentimentale che suona affettata. Il viaggio, ovviamente, ci fu per davvero, e che viaggio!, tra il ’31 e il ’32: dall’India alla Cina, a Ceylon, al Giappone, alla Malesia. La storia (o cronaca) di quel viaggio, ma entrambi i vocaboli sono sbagliati, appare nel ’33, Michaux trentaquattrenne. Scritto velocemente – lo confessa l’autore – e con entusiasmo e stupore, Un barbaro in Asia non è tuttavia un libro ‘frettoloso’; Michaux, che ha già viaggiato in Sud America scoprendovi l’Ecuador, è un viaggiatore istruito e ‘letterario’, se così si può dire. In Cina vi arriva leggendo e rileggendo – se ne può sorridere, soprattutto oggi* – il Tao Tê Ching ma, dichiara, per trovare l’occasione «di non arrabbiarsi, meglio, di provare gusto nel Tao» (B. Ouvry-Vial, Henri Michaux, qui êtes-vous?, Lyon, Manifacture, 1989, p. 94). Al suo ritorno a Parigi cerca di perpetuare l’euritmia di un viaggio in cui le osservazioni, le riflessioni, le letture non lo hanno mai affaticato. Un barbaro in Asia è forse – c’è da scommetterci – un prolungamento del viaggio e, nel medesimo tempo, la sua cartografia; la sua ‘forma’, che allude molto alla lontana a quella di una guida, come si è detto incautamente, è forse solo l’esito di questo sforzo. La scrittura come viaggio? Come sempre non mette conto separare il viaggio dal suo resoconto. È tanto vero che non appena subentra un’interruzione – è sufficiente il passare del tempo – nessun intervento sincero è più possibile. Michaux lo dice chiaramente nella sua prefazione stesa dodici anni dopo: «Il viaggio è là. Io sono qui. Non posiamo più fare gran che l’uno per l’altro […] e non è nemmeno possibile correggerlo. Ha vissuto la propria vita». Il fossato si approfondisce con la nuova prefazione del 1967. Ora quell’Asia nemmeno esiste più, ma ciò avrebbe importanza soltanto se il viaggiatore volesse rifare il suo viaggio per ricalcare la topografia tracciata un tempo e che forse già allora era quasi immaginaria. Ma il viaggiatore sa che non ne proverebbe gusto.


* Non del Tao Tê Ching, ovviamente, ma del fatto che uno si appresti a un viaggio in Cina leggendo il Tao Tê Ching. Già negli anni in cui ci andò Henri Michaux, giovane letterato proveniente da studi medici, la letteratura taoista e il patrimonio religioso del taoismo apparivano insufficienti per comprendere i sommovimenti di una realtà in rapido mutamento. Michaux guarda al giovanotto che fu senza indulgenza, si definisce ingenuo e ignorante, ammette la sua cecità di fronte al fatto politico ineludibile eppure eluso nel suo carnet.

giovedì 7 gennaio 2016

Claude Hastaire

Claude Hastaire, classe 1946, è un pittore, uno scrittore e chissà cos’altro. Forse è davvero uno di quei soldati romani provvisti di giavellotto. La scelta dello pseudonimo – hastaire dal latino hastarius, da hasta, lancia – significherà pure qualcosa, ma questo qualcosa Claude Hastaire non me lo ha ancora rivelato. Hastaire ha seguito i corsi dell’Ecole nationale superieure des Beaux-Arts di Parigi; ha viaggiato un po’ dappertutto. La sua pittura s’ispira a Jean Fautrier ma non solo; è affinata e ruvida; e non sembra conoscere dubbi. Posso sbagliare – mi perdonerà la facezia – ma mi pare che vi prevalgano i colori dell’ecchimosi o il nero del tartufo (sono i colori che Michaux assegna all’Ecuador degli altipiani). Hastaire – l’ho già detto – è anche uno scrittore, un critico e – aggiungo – un uomo intelligentissimo. Adora Flaubert, ha conosciuto e frequentato Marcel Jouhandeau e molti altri. Qualche giorno fa Hastaire ci ha raccontato uno dei suoi preziosissimi aneddoti. Era a Palermo, su una terrazza di un palazzo della periferia. Con lui André Green, lo psicanalista scomparso recentemente. Sorseggiavano Champagne. Hastaire si rivolge a Green e gli dice: «Ho amato molto il suo libro sul ‘Cartone di Londra’, è davvero rimarchevole». Il terribile Green sorride e lo squadra dall’alto della sua statura e dietro il suo papillon ribatte: «H., è molto gentile da parte sua e le credo. Ma è sorprendente […] I pittori sono d’abitudine così gelosi fra loro». Un bell’esempio di humour degli psicanalisti conclude Hastaire.