venerdì 26 febbraio 2016

Messori e Ferrara su Eco

Così Messori sul ‘Corriere’: «Per una mia Inchiesta sul cristianesimo (il titolo del libro che uscì da molti dialoghi, soprattutto con ex credenti, per capire le loro ragioni) passammo insieme [con Umberto Eco] un pomeriggio milanese di cui approfittai non per parlare genericamente di cultura, ma di fede, di vita, di morte. A lui che conduceva il discorso verso la filosofia, replicai di lasciare le schermaglie verbali e di venire al concreto. La scommessa per Dio o contro Dio nasce più dal vissuto esistenziale che dall’argomentare teorico». Ecco un argomento che andrebbe ribaltato, esattamente ribaltato. Che cosa c’è di meno ‘concreto’ di meno ‘pratico’, anche ai fini di una scommessa – al gioco o per Dio –, del mero vissuto esistenziale? Qualcosa su cui non puoi fare alcun affidamento, qualcosa che non si è ancora chiarito a se stesso, qualcosa che è tutto intriso di sentire comune, di luogo comune, di schermaglie verbali, di chiacchiere…

Nell’Eco irriverente, nell’Eco che sfotte Mike, Ferrara ci scorge il cattolicesimo goliardico parapadano e il barzellettaro: insomma, un Berlusconi. E questo gli piace. Nell’autore di Il nome della rosa, un Dumas mezzo mancato ed è da notarsi che Dumas gli piace: quindi quello a Eco è pure un mezzo complimento. Nello studioso di semiologia un niente ché la semiologia, per Ferrara, è debole di costituzione. (Ma che cosa ne può sapere Ferrara di semiologia?). In tutti questi casi è la frivolezza di Ferrara piuttosto che quella di Eco a emergere, perché il frivolo scorge frivolezza quasi ovunque. Non dimentichiamoci che Ferrara è riuscito a rendere frivolo anche Leo Strauss. Eppure dietro – o sotto – la frivolezza di Ferrara c’è tutta la pesantezza della ‘scienza stalinista’: la pesantezza di un giudizio dato sempre in anticipo, di un giudizio che è già sempre condanna. A temperarla e a revocarla, la frivolezza, appunto: ciò che rende il giornalismo di Ferrara sempre canzonatorio innanzitutto per chi ne condivide le idee espresse.

domenica 21 febbraio 2016

Mariarosa Mancuso sulla dipartita di Eco

Muore Umberto Eco e Mariarosa Mancuso ci rammenta subito che Eco è l’autore di un best-seller in grado di rivaleggiare, quanto a volumi di vendita, con quello di Dan Brown. A chi non sarebbe venuto in mente? A chi non sarebbe venuto in mente di menzionare le performances di Sean Connery e di Tom Hanks? E quella invidia dell’accademia italiana per il successo di Eco, e quel rosicare dell’accademia italiana per il suo successo clamoroso, a chi non sarebbe venuto in mente di ricordarli? Poi il calo, l’indebolimento, l’esaurimento, fino a quel «faccio tardi la sera per rileggere Immanuel Kant», in compagnia di Zagrebelsky, che suscita tanta, tanta tristezza: dies amara valde. L’Umberto Eco migliore, quello dell’elogio a Franti, si sarebbe sfottuto da solo se solo avesse saputo di finire… di finire antiberlusconiano. Già, perché il problema fondamentale, assolutamente fondamentale, è un po’ sempre lo stesso: il politically correct (e a che pensavate? alla guerra? alla miseria?). E allora bisogna disporre qui e là indicazioni segnaletiche che ci riconducano dove casca l’asino, e cioè al problema fondamentale, assolutamente fondamentale, disporle anche a vanvera, alla carlona, a muzzo; anche in un articolo intitolato ‘Che cosa abbiamo imparato da Umberto Eco’. A proposito: che cosa pensate che ci abbia insegnato Umberto Eco? Il politicamente scorretto! A chi non sarebbe venuto in mente?

mercoledì 17 febbraio 2016

Francesco Agnoli su Giordano Bruno

Chi fu Giordano Bruno? Parecchi anni fa il cattolico Francesco Agnoli, su un giornaletto qualunque, pretendeva di ricordarci che Giordano Bruno non fu mai uno scienziato ma, semmai, un mago. E per rasserenarci aggiungeva che, in qualunque modo, né la scienza né la magia avrebbero condotto Bruno sul rogo: se la Chiesa cattolica alla fine lo bruciò ciò avvenne perché era una spia, un doppiogiochista ecc. ecc. Agnoli suscitò all’epoca, dieci anni fa, l’indignazione di un paio di persone e l’ilarità dei lettori di Bruno – di quelli che lessero il suo articolo ovviamente. I lettori di Bruno, infatti, conoscono bene il libro di Francis Yates intitolato Giordano Bruno e la tradizione ermetica uscito nel 1964 e pubblicato in Italia da Laterza (1985). (Ai lettori di Bruno, Francis Yates sta molto simpatica – anche a quelli che non condividono la sua tesi). Puntare, come faceva Agnoli, sulla magia e poi sulle sue ambizioni – del nolano – e sul suo caratteraccio, per screditarlo: non era senz’altro puerile e… malvagio tutto ciò? Non doveva suscitare l’ilarità (o il sarcasmo o l'indignazione) di cui sopra?... (Questa malvagità del bambino è forse una sciocchezza o forse no. Dei bambini si accentua più volentieri la follia – o l’intensa attività immaginativa; i bambini fanno girare la testa o forse è la loro testa a girare. Mi viene in mente ciò che l’anticopernicano George Abbot disse del copernicano Bruno: «Era piuttosto la sua testa che girava, e il suo cervello che non stava fermo» <cit. in F. Yates, Op. cit. p. 277>. Ancora: l’età adulta vorrebbe che si seguisse tutti quanti l’adagio erasmiano: Anticyram navigat…) Bene, bene, perché dico tutto questo? Beh, innanzitutto perché il 17 febbraio di 416 anni fa Bruno veniva bruciato vivo in Campo dei Fiori al termine di un pro-cesso settennale; e poi perché qualche anno prima che Agnoli ci ricordasse che Bruno fu un mago mi capito di recensire, su ‘Magazzino di Filosofia’ (6/2001), un libro di Hilary Gatti intitolato Giordano Bruno e la scienza del rinascimento (Milano, Cortina, 2001) e costruito tutto in opposizione all’interpretazione yatesiana. Chi fu dunque Giordano Bruno se non fu nemmeno il mago ermetico immaginato da Francis Yates? Giordano Bruno fu – forse – un filosofo della scienza ante litteram.

Chi fu Giordano Bruno?

La tragica fine di Giordano Bruno, arso vivo in Campo dei Fiori il 17 febbraio 1600, al termine di un processo settennale, mentre cominciava, in certo senso, l’Europa moderna, annunciava foscamente la lotta tra quella che avremmo chiamato in seguito l’intolleranza religiosa e il progresso scientifico. Bruno, in conseguenza di ciò, è il martire della nuova scienza astronomica. Bisogna tuttavia chiedersi se quest’immagine canonica della vicenda di Giordano Bruno sia rispondente alla realtà dei fatti, o faccia parte di un’agiografia in cui si crogiola una certa ideologia scientifica e illuminista. Questo perché, verosimilmente, Bruno non muore per una scienza “positiva” e “democratica” che si oppone all’oscurantismo di un Medioevo che non vuole finire; Bruno muore in nome di un sapere quasi segreto e quasi iniziatico (forte è l’idea di una prisca theologica), un sapere che non è ancora la scienza galileiana, impastoiato di Ermetismo e di Neoplatonismo e capace, soprattutto, di un fertile sincretismo: Ficino e Cusano, alti rappresentanti del platonismo rinascimentale; Epicuro e Lucrezio a rinforzare l’istanza naturalistica; ma anche elementi aristotelici, stoici, ebraici, talora con accenti anticristiani; e infine Pitagora. Il pensiero di Bruno non si offre facilmente all’analisi. L’interpretazione che ne dà Fances Yates, nel 1964, costituisce, a giudizio di molti studiosi, un traguardo importante. Il libro della Yates, che si colloca nel clima di un crescente interesse per l’ermetismo di marca rinascimentale (gli studi di Garin), mette, infatti, per la prima volta Bruno in rapporto con la tradizione ermetica, dando luce così ai molteplici e oscuri riferimenti alla magia, alla cabala, all’astrologia delle opere bruniane.
Il ponderoso libro della Gatti è costruito tutto in opposizione all’interpretazione yatesiana. Giordano Bruno, sostiene la Gatti, lungi dall’identificarsi con la figura del mago ermetico rinascimentale, è un filosofo della scienza ante litteram. A sostegno di questa ipotesi la Gatti indica tre ragioni: 1) Bruno non s’impegna in personali osservazioni astronomiche (non è quindi un Galileo, un Keplero, un Gilbert e nemmeno un Bacone); 2) il metodo di Bruno è logico-filosofico, con una forte tendenza alla visualizzazione per immagini e simboli; 3) Bruno è scettico nei confronti della nuova matematica (non accetta le tavole di approssimazione trigonometrica).
I primi due capitoli del libro della Gatti intendono restituire al pensiero di Bruno l’originalità che gli compete. Bruno, secondo la studiosa, sceglie Pitagora e non Ermete Trismegisto (il fantomatico autore del Corpus Hermeticum) quale fondatore e modello della propria scuola. Di questo neopitagorismo bruniano, ostile al dogmatismo sterile della tarda scolastica, l’immanentismo del numero (il numero inteso come causa immanente), l’esistenza di un intelletto universale immanente (contro Platone) e il ciclo delle metempsicosi sono i tre capisaldi. L’identificazione della scuola pitagorica con una forma d’eliocentrismo, ricostruiti i balbettamenti di quella dottrina, che passando per il Timeo, Cicerone e Plutarco, sarà approfondita da Copernico col De revolutionibus orbium caelestium, autorizza Bruno ad avanzare la sua proposta intenzionalmente meno matematica e più filosofica, un’integrazione che vada decisamente oltre Copernico. Così l’abolizione degli orbi celesti aristotelico-tolemaici, la pluralità dei mondi e, da ultimo, l’infinità dell’universo costituiscono i tre capitoli di una riforma concettuale e ontologica che Bruno intende attuare, ma che in un senso differente, indubbiamente più moderno attueranno Keplero e poi Galileo.
Il terzo capitolo del libro della Gatti è interamente dedicato all’analisi testuale della Cena delle ceneri (il dialogo cosmologico di Bruno che con il De la causa, principio e uno e il De l’infinito universo e mondi forma la prima trilogia italiana). La difesa bruniana di Copernico non lesina efficacissime argomentazioni che rivelano l’attenzione di Bruno per l’animato dibattito coevo; tuttavia, l’ultimo dei cinque dialoghi di cui è composta la Cena, con l’esposizione del concetto di infinito e di una cosmologia biologica e animistica (i corpi celesti sono grossi animali), naviga decisamente oltre il Capo di Buona Speranza rappresentato dal De revolutionibus.
Il quarto capitolo prende in esame il De Immenso, la terza opera che compone la cosiddetta trilogia di Francoforte. Ancora una volta Bruno avverte, secondo la studiosa, l’insufficienza del modello copernicano centrato sull’aspetto matematico.
Il capitolo quinto affronta invece i rapporti di Bruno con il circolo di Gilbert; il che offre alla Gatti la possibilità di sondare i legami tra Bruno e l’Inghilterra elisabettiana.
Il settimo e l’ottavo capitolo (con l’analisi del De infinito universo e mondi e del De triplici minimo et mensura) sono dedicati al problema dell’universo infinito e della pluralità dei mondi. Sempre in aperta polemica con la Yates, la Gatti rivendica la specificità dell’universo infinito bruniano. Contro i testi ermetici e le versioni di compromesso degli autori più recenti (Digges, Patrizi e Palingenio) l’universo di Bruno non ha confini, né eterogeneità ontologiche (in virtù della teoria atomistica della materia), e nondimeno contiene ordine e intelligenza divini. Ora, poiché non c’è dualismo tra mondano e oltremondano, in Bruno non c’è “gnosi” come voleva la Yates. Proprio la teoria atomistica della materia (la materia è composta di atomi in cui il principio formante, l’intelligenza divina, consente l’aggregazione di corpi caldi, i soli, e di corpi freddi, i pianeti) costituisce il naturale compendio del modello cosmologico bruniano e apre la strada al problema epistemologico.
Il nono e il decimo capitolo, infatti, sono dedicati all’epistemologia bruniana. Non è possibile qui approfondire l’analisi che la studiosa effettua della matematica, discutendo ampiamente ancora il De triplici minimo et mensura, della mnemotecnica e dell’arte combinatoria bruniane; cioè delle metodiche che, a parere della studiosa, darebbero vita al tentativo, in parte contraddittorio, in parte fallimentare, di costruire un’epistemologia per la nuova scienza. Tutta l’incertezza del filosofo di Nola nel trattare le matematiche, tutta l’oscurità delle applicazioni dell’arte della memoria (soprattutto in campo cosmologico) che, a giudizio della Yates, consegnano Giordano Bruno all’epoca “prescientifica”, per la Gatti, all'opposto, sono il sintomo di un atteggiamento critico e razionale. Nel passaggio dalla prescienza magica e animistica alla scienza matematica e meccanicistica (tra il XVI e XVII secolo) Giordano Bruno non è il mago ermetico alle prese con un sapere sempre meno formulabile in termini ermetico-eruditi; è la coscienza intellettuale e critica, inquieta e passionale, che enuncia un’epistemologia di crisi, consapevole da un lato che la magia è consegnata al passato e dall’altro che la matematica e la logica (che saranno di Galileo) non bastano, perché la natura non si lascia imprigionare in leggi astratte se non a prezzo di una “scissione psichica” o “dissociazione della sensibilità” (secondo le parole di Eliot), che separa il pensiero dall’immagine, la mente dal corpo. Tutto ciò consente alla Gatti di avvicinare Giordano Bruno al paradigma post-einsteiniano sorto con la relatività e con la meccanica quantistica. Bruno tra Popper e Feyerabend? Piuttosto i problemi dell’epistemologia contemporanea trovano nel Rinascimento di Bruno un’eco secondo il meccanismo di un virtuoso feedback.
La postilla finale propone un’originale interpretazione dei tre dialoghi morali di Bruno: lo Spaccio della bestia trionfante, la Cabala del cavallo pegaseo e gli Heroici furori.

martedì 16 febbraio 2016

Antonin Scalia, in mortem

Creare un poncif sappiamo tutti che significa perché tutti conosciamo la provocazione di Baudelaire: «Je voudrais créer un poncif», diceva, o qualcosa del genere, non ricordo più. Ma anche pronunciarlo, un poncif, pronunciarne uno «di stagione», come dice Arbasino, possiamo immaginare bene che significhi. Per esempio l’intelligencija reazionaria, quella che si immagina chic, celebrando oggi e ieri – e certamente lo celebrerà anche domani – il giudice della Corte suprema americana Antonin Scalia, morto di morte naturale durante una battuta di caccia il 13 di febbraio, quella intelligencija lì, insomma, pronuncia davvero un paio di poncif definitivi: «un gigante del pensiero giuridico conservatore» per aver ricordato agli americani che avevano voglia di ascoltarlo che la sodomia e l’aborto sono stati crimini per oltre duecento anni (negli Usa, ovviamente); un «honnête homme, il tipo di uomo di cuore e uomo di mondo» per aver ingravidato nove volte la moglie e per il gusto della freddura (o della barzelletta). Però forse Scalia, Scalia il testualista – per il quale la costituzione (americana) non è viva bensì morta, onestamente morta, onevorevolmente morta, e lettera morta da cui non è lecito discostarsi – però forse Scalia merita la parola asfissiata di quei giornalisti chic: lui, Scalia, che fece della Carta americana un ingombrante poncif.

venerdì 5 febbraio 2016

Mutamenti antropologici?

Leggo spesso – e ancora poco fa sulle colonne di un quotidiano che non ho voglia di nominare – che un disegno di legge potrebbe produrrebbe, anzi, produrrebbe senz’altro un mutamento antropologico. Dovrebbe essere... o almeno è facile indursi a pensare che questa sia un po’ l’aspirazione dei grandi dittatori – e delle grandi religioni e delle piccole, delle sette e settarelle. I cristiani, dice Tertulliano – lo dice polemicamente, stigmatizzando una classificazione che presso i pagani ha un’intenzione derisoria – sono una terza razza, un tertium genus, tra giudei e pagani. I cristiani finiranno per crederci. Insomma, anche qui una ‘legge’ – una parola – comanda al cuore e a ogni altro organo e trasfigura l’uomo, lo trasfigura completamente.
Parlo di cuore e di organi non a caso. Oggi chi parla di mutamento antropologico dietro le fantasime scopre sempre la biologia – non fosse la biologia, e intendo la reductio dell’uomo alla biologia, una delle tante opportunità che l’uomo pratica. Lo sapeva bene Boris Rybak che però eccedeva un poco: «la biologie est notre seul espoir», diceva. Un uomo programma (pro-gramma), un uomo progetto (pro-getto) – un ponte gettato, come diceva quel tale. Produrre, meglio, lasciare che si produca, per esempio, un uomo-salmone: in grado di risalire tutte le correnti; o un uomo-felce (Ah, la felce con quel suo amore per le effusioni, per le pavane, come diceva Michaux!). E però: che roba terribile! È terribile che si possa fare questo all’uomo che invece dovrebbe… Già, che cosa dovrebbe essere l’uomo se è poi quella creta manipolabile, quel vaso a cui una mano dispettosa pratica un altro foro sul fondo? Forse – forse – questa ‘antropologia’, prima di lamentare la malleabilità ‘biologica’, ‘neurofisiologica’ (le diversità in divenire) dell’uomo, dovrebbe volerlo così o cosà… Che sbadato: lo vuole così o cosà e ci dirà che a volerlo così o cosà è il buon Dio – una parola (il verbo), la legge, la norma. Ma per chi ha seppellito il buon Dio una volta per tutte perché questa parola dovrebbe avere ancora un valore?