domenica 26 giugno 2016

«Bitte Ruhe! Silenzio preco! Crazie!»


Ieri sera, nell’amenissimo scenario costituito da Piazza Motta, da cui si gode la veduta dell’isola di San Giulio, a Orta San Giulio, precisamente, s’è aperto il primo Festival Orta Jazz. Questo primo appuntamento, immancabile e gratuito, ha visto l’esibizione di Barbara Casini, la più ‘brasiliana’ delle voci italiane, e di due valentissimi musicisti: il chitarrista Roberto Taufic e il pianista Seby Burgio. Frevo, baião, forró e maracatu, samba, bossa nova, jazz – un buon miscuglio di tutto questo s’è ascoltato con piacere – non pìcciolo, va detto – in un’ora e mezza scarsa, sotto l’ex palazzotto comunale.
Ora, siccome è difficile parlare di musica – lo si sente ripetere fino alla nausea –, siccome non sareste dovuti mancare… insomma, qualche nota di colore.
Bello che, poco prima che l’esibizione avesse inizio, una sposa serafica, bianco vestita – ovviamente – e con lo strascico e un vezzo di perle, accompagnata da un giovanotto scapolo e in abbigliamento casual, scendesse silenziosa lungo il periglioso pendio di via Caire Albertoletti, provenendo presumibilmente dalla chiesa soprastante. La solitudine della coppia non richiamava gli sguardi della piccola folla vociante ammassata davanti alle gelaterie. Ecco, lasciamo la sposa e occupiamoci della piccola folla vociante…
Purtroppo la piccola folla non cessava di vociare nemmeno durante il concerto, suscitando l’irritazione degli ascoltatori zitti e seduti. Tre stupende ragazze occhialute e bercianti alle loro spalle – «Devi sapere che *** s’è addottorata giusto avantieri discutendo…» – ricevevano le occhiatacce di un attempato alemanno – «Bitte Ruhe! Silenzio preco! Crazie!» –. A metà del concerto, lo sposo, sbucato anche lui dalla scoscesa e pericolosa via Caire Albertoletti, correndo come un matto si lanciava all’inseguimento della sposa scomparsa quarantacinque minuti prima. Il trio di stupende si accaniva con l’alemanno sottraendogli la sedia non appena questi si levava per procacciarsi il gustoso gelato italiano; tuttavia non faceva i conti, il trio, con la consorte del suddetto, seduta una fila dietro. La quale consorte afferrava la sedia al volo e a una velocità davvero straordinaria, lasciando il trio senza voce per una manciata di secondi. Infine, un niño frignante ma mutolo terrorizzava la brava Sonia Spinello – con Lorenzo Cominoli direttore artistico dell’Orta Jazz Festival – forzandola a un appello alla madre desaparecida dal palco… Amabilissimi i musicisti che, sinceramente colpiti da quest’ultimo evento, ne approfittavano per chiudere a tempo.

lunedì 20 giugno 2016

La discoteca del silenzio

Dalle mie parti, a poco più di cinque minuti di strada dal centro di Comabbio – che è il paese di Lucio Fontana –, a Barza, frazione di Ispra – che ha pure una frazione chiamata Barzola –, sorge Casa Don Guanella. Casa però è poco: casa sa di umile, di domestico, di… casalingo. Casa Don Guanella, recita la brochure online, è «situata in un edificio del XVII secolo», sulle vestigia di un vecchio castello medievale, «a cinque minuti di auto dal lago Maggiore» – dal che si deduce che a bordo della mia spider, e senza premere troppo l’acceleratore, lo raggiungo, il soprammentovato lago, in suppergiù dieci minuti. Casa Don Guanella, prosegue la brochure, «offre camere con aria condizionata e connessione WiFi gratuita, oltre a un ampio giardino [di oltre venti ettari] e un parcheggio in loco incluso nella tariffa». «Alloggerete in sistemazioni dotate di vista sul giardino e bagno privato completo di doccia, asciugacapelli e pantofole». Sì, lo so fa ridere assai… Casa Don Guanella appartiene alla Congregazione dei Servi della Carità, meglio conosciuti come Sacerdoti Guanelliani. Ma perché racconto tutto questo? Perché tutte le volte che, a bordo della mia spider, impegno la curva per irmene a casa – curva a gomito che qualcuno ha voluto chiamare, con certa enfasi, Piazza don Guanella, stretta com’è tra l’ingresso della Casa e la chiesuola dedicata ai Santi Quirico e Giulitta e alla B. Vergine – curva che se non impegnassi mi condurrebbe dritto dritto al ristorante guanelliano che propone «specialità locali» –, mi ritrovo a leggere sopra uno striscione la seguente scritta: DISCOTECA DEL SILENZIO. La scritta e lo striscione, come la parola ‘casa’, contrastano con la realtà economica del resort o del centro congressi, ma non importa… L’ossimoro è certo, mi sono detto: suggerisce l’idea di un disco senza solchi che giri sopra il suo platter... Che cosa diamine è una discoteca del silenzio? Sono abbastanza certo che se mi presentassi agghindato come il filarmonico, col tamburo sulla schiena, coi sonagli sul cappello, con la chitarra in mano e i timballi tra le gambe… beh, non mi farebbero entrare. Ma il silenzio conta davvero di più? Da quanto ho capito borbottano preghierine e fingono qualcosa come una meditazione, una meditazione molto … all’acqua di rose. Niente a che vedere con certe proposte pepatissime di Antonio, il santo-ninja che passò la vita a lottare contro i demoni: «Ogni giorno, quando ci svegliamo, dobbiamo pensare che non arriveremo fino a sera» (Atanasio di Alessandria, Vita di Antonio, Milano, Paoline, 2007, p. 106, 19,3); «Nessuno si volga indietro come la moglie di Lot» (ivi, p, 107, 20,1). È un invito a dirigersi, dritti come fusi, alla meta. – E che altro è l’escatologia se non questo dirigersi ecc.? –. E neppure niente a che vedere con lo splatter di Evagrio Pontico, che invitava i suoi discepoli a immaginare la propria morte, la decomposizione della propria carne, l’inferno e altre amenità (sul punto cfr. P. Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, Torino, Einaudi, 2005, p. 78). Dunque una meditazione cieca e, piuttosto, un sermoncino, un fervorino, una morale… all’acqua di rose. Roba da animatori religiosi, da neuropsichiatri, da fisiatri: figure professionali effettivamente in servizio presso la struttura… E il silenzio? Silenzio, ti conosco per sentito dire, diceva Blanchot… Dunque la discoteca del silenzio è un non-luogo; è piuttosto un’insegna pubblicitaria, una maniera per reclamizzare, strizzando l’occhio ai giovani, la solita solfa. Perché è pur sempre chiaro che non s’ha da far musica, né da ballare, né da pensare, né da scop… VERBOTEN!

mercoledì 15 giugno 2016

Una sola carne e l’eguaglianza dei sessi



Ho visto una coppietta di coniugi attempatelli anziché no, una di quelle coppiette i cui componenti si somigliano come gocce d’acqua. Questi erano brevilinei, tarchiati, panciuti. Vestivano anche i medesimi indumenti: polo a righe orizzontali, bermuda, calzette bianche, sandali. Avessero parlato, c’è da scommetterci, avrebbero parlato uno stesso linguaggio, giacché, c’è da scommetterci, pensano le stesse idee. La dieta e la cosmesi in comune le do per scontate. Al contrario della coppia di Goethe, questa non temeva il ridicolo – che non era poi eccessivo – e si esponeva al sole e al pubblico, qui sul lungolago. Che dire? Mi è venuto in mente un versetto del Genesi (2, 24): «…l’uomo abbandona padre e madre e si unisce con la moglie e diviene con lei un essere solo» o, anche, «una sola carne». Ecco l’archetipo dell’androgino, quello che troviamo in Platone, con quattro gambe, quattro braccia, due teste, due pance, due polo rigate, due paia di bermuda ecc. I presbiteri citano questi versetti quando vogliono fare bella figura parlando della coniugalità o del matrimonium ratum. Essere una sola carne sta scritto nel Genesi e questo pare a loro importantissimo e non un pensierino puerile e… poetico. Dabaq o davaq, l’unione di cui qui si discute, d’altra parte, è molto concreta, fisica, ma non contiene necessariamente una connotazione sessuale. Si è notato anzi che, dopo la trista Caduta, la sexual connection fra uomo e donna viene indicata con la parola yada, conobbe – concetto che implica una mediazione dell’intelligenza (cfr. Yarona Pinhas, La saggezza velata: il femminile nella Torà, Firenze, La Giuntina, 2004, p. 32). Bene, ai presbiteri che amano citare la sola carne non farà piacere sapere che davaq – come unirsi, come incollarsi, al pari della lingua al palato – è impiegato in I Sam. 18, 1, e cioè là dove si dice che, udito Davide, «l’anima di Gionathan rimase così legata all’anima di lui, che Gionathan l’amò come l’anima sua». Verrà poi un momento di angoscia e di apprensione (in II Sam. 1, 26) in cui Davide confesserà che l’amore dell’amico gli appare «più maraviglioso che l’amore delle donne»… Naturalmente i presbiteri non ignorano questi passi… Volevo ancora aggiungere, per ripigliare l’inizio di questo mio discorsetto, che nella coppia così composta i caratteri sessuali secondari – non so di quelli primari – parevano assai smussati, levigati. Questo significa che quell’intelligentissimo allievo di Cartesio di cui ho sentito parlare oggi alla radio per la prima volta, tale Poullain De la Barre, autore di un libretto intitolato De l’Égalité des deux sexes, discours physique et moral où l’on voit l’importance de se défaire des préjugez, che nel XVII secolo si spingeva ad affermare una completa uguaglianza d’esprit tra gli uomini e le donne… significa che lui e tutti quelli come lui dopo di lui – femministi... – sono ancora troppo timidi. (Qui sopra Van Dyck, Ritratto di coniugi, 1618 ca.)

lunedì 13 giugno 2016

Qualche riflessione sul cosiddetto politicamente scorretto

Il problema del politicamente scorretto non è ‘etico’ e nemmeno ‘estetico’ – o perlomeno non è solamente etico ed estetico –; è invece dianoetico o cognitivo. Cercherò di spiegarmi.
Chi ricorre al politicamente scorretto non pretende affatto di farla franca con le battute degli adolescenti appena appena affinate dal vocabolario dello studente universitario; pretende invece che dietro quelle battute si sospetti qualcosa come un pensiero e una libertà: il pensiero della libertà che ci si sarebbe presi nei confronti della società – del sensus communis (vichiano) – della buona educazione (dell’etichetta) – del famigerato pensiero unico. Ne viene, prima facie, una certa frivola indifferenza, da parte del politicamente scorretto, per il suo oggetto, per il suo argomento. Donne, omosessuali, atei, credenti, disabili, immigrati, classi sociali, mestieri e professioni, idee, usi, consuetudini (un inventario apparentemente infinito) – tutto, purché meritevole di una qualche forma di ‘tutela etica’, può cadere sotto il giudizio tagliente e beffardamente ostile del politicamente scorretto. Ne viene anche, e sempre a prima vista, qualcosa come un automatismo, un riflesso, un tic. Il politicamente si dà a vedere, nei migliori dei casi, iponoètico; affine al luogo comune e all’idée reçue (nel cui impiego L. Bloy rimarcava il comico e l’esorbitante, e cioè la parziale inconsapevolezza del loro divulgatore). Poiché l’unico pensiero che vi starebbe dietro è quello della libertà di dire il contrario di quello che pensano gli altri, ogni censura, ogni rimprovero, ogni ramanzina – fateci caso! – suonerà ai ‘politicamente scorretti’ come un attentato alla libertà di parola e di pensiero. Si tratterebbe infatti di parole in libertà, di pensieri rilassati o di pensieri pervenuti fino all’insolenza o all’ilarità, di semi-pensieri.
Il politicamente scorretto così definito – e cioè come libertà che ci si prende nei confronti della cosiddetta società mainstream e come pensiero di questa libertà – ha un sicuro e sinistro appeal. Non fa meraviglia che divenga una strategia retorica utilizzata consapevolmente, un ‘programma’. Abbiamo così non soltanto proposizioni politicamente scorrette ma anche giornali politicamente scorretti, romanzi politicamente scorretti, opere d’arte politicamente scorrette ecc.
Beninteso, il politicamente scorretto acquista un senso politico solo se viene posto al servizio di un’ideologia, di un gruppo, di un interesse; e solo in questo senso ha a che fare con l’elemento politico. Diversamente andrebbe amputato del ‘politicamente’. Il politicamente scorretto è una tattica che obbedisce a una strategia più ampia sottaciuta, semi-taciuta o dichiarata altrove. Infatti, è importante mantenergli quell’irresponsabilità, quella superficialità e persino quella inconsapevolezza che appartiene ai luoghi comuni. Che tutto ciò sia solo ‘mimato’ o quasi ‘mimato’ non deve trasparire troppo. Viceversa non sarebbe possibile rispondervi, invariabilmente: «Che cosa avrò mai detto di così offensivo?». Se i semi-pensieri e le parole in libertà del politicamente corretto non fossero riconducibili, in un modo o nell’altro, a un generico rifiuto dell’ordine sociale, a un’assenza di diplomazia o di peli sulla lingua, ai segni iponoètici di una ‘insofferenza’, apparirebbero per quello che sono. Certo, il politicamente scorretto ‘organizzato’ – e non ce n’è un altro – fatica parecchio a presentarsi così. Allora la leggerezza lascia posto alla grevità, l’ideologia lascia indovinare la sua propaganda e dietro le parole si ritrovano gli slogan.
Sono partito sostenendo che il problema del politicamente scorretto non è etico o estetico; ho detto che è invece cognitivo. E, in effetti, siamo tutti disposti a scusare e talvolta ad apprezzare una parolaccia, una battuta salace, una freddura ecc. Inoltre, di queste ‘distrazioni’ si può anche ridere; inoltre, queste distrazioni ci invitano a distrarci, a non pensare troppo, ci alleviano dalla fatica del pensiero. Non sarebbe così se ne indovinassimo il ‘sistema’, il ‘disegno’ che ci sta dietro. Ma, l’ho appena detto, il politicamente scorretto arranca, fatica a presentarsi come una sorta di naïveté. E così il problema discorsivo e cognitivo viene allo scoperto.

Il pagliaccio e la filosofia di María Zambrano

Un opuscoletto di poco più di quaranta pagine, ma molto interessante, lo ha fatto uscire Castelvecchi giusto un anno fa nella collana ‘Etcetera’. Ha per titolo Il pagliaccio e la filosofia e raccoglie due articoli che María Zambrano scrisse per la rivista ‘Bohemia’ nel ’53, mentre si trovava a Cuba. Il primo si intitola Charlot o el histrionismo; il secondo El payaso y la filosofía. Nell’edizione Castelvecchi i due articoli sono preceduti da un’introduzione (Filosofia del clown) di Elena Laurenzi, che è la curatrice del volumetto. Parlerò prima dei due articoli e poi del quid, se mi si passa l’espressione, che li congiunge.
Charlot o el histrionismo (Charlot o dell’istrionismo) scaturisce da concorso di circostanze: l’uscita di Limelight (Luci della ribalta) e l’accoglienza tiepida di certa critica. Zambrano coglie nell’imbarazzo della critica di fronte all’ultimo capolavoro chapliniano qualcosa come una ‘censura’, in larga misura ‘inconsapevole’, delle intenzioni dell’anziano regista; sarebbe, quella della critica, una mancanza di sensibilità per la situazione dell’artista e dell’uomo Chaplin giunto al termine della sua carriera (ma Chaplin avrebbe diretto ancora due film nel ’57 e nel ’67) e all’apice del successo e della fortuna. In questo momento particolare della sua vita Chaplin avrebbe infatti avuto bisogno di rappresentarsi o immaginarsi come un uomo che ha fallito, come artista stanco e dimenticato, come un vecchio clown che non fa più ridere. E tutto questo per almeno una ragione filosofica o quasi filosofica. Scrive Zambrano: «Non c’è da stupirsi che il trionfo gli pesi e che lo senta un tantino illegittimo, dopo aver dato vita a uno dei personaggi più universali del secolo XX» (p. 21); e cioè a Charlot. L’impossibilità di essere stato Charlot o come Charlot, un uomo pieno di grazia e di bontà, un «servitore innocente» della giustizia, «figura del derelitto che protegge, del gracile che prende su di sé il peso di tutti quelli che gli sembrano più fragili» (ibid.) di lui; di essere, infine, il clown che regala gratuitamente, sulla scena della strada, il sorriso: ecco che cosa deve aver impensierito l’uomo Chaplin che in Limelight converte la sua inquietudine in meditazione. Zambrano azzarda: se Chaplin è un istrione, e cioè uno che sale sulla scena – o scende in pista – con la sua maschera esponendosi (al ludibrio), porgendo l’altra guancia alle sberle, scapitandoci, sempre per divertire ed entrare in comunione con il pubblico e toccare «il midollo della vita degli altri» (p. 27), allora Limelight si dissolve o «avrebbe potuto dissolversi in una specie di meditazione sull’istrionismo» (p. 19).
Il secondo scritto, El payaso y la filosofía (Il pagliaccio e la filosofia), segue di poco il primo. Nei sei mesi che separano i due interventi Zambrano aveva evidentemente approfondito la sua personale meditazione sull’istrione: la figura del pagliaccio, nata «sull’onda della contingenza», doveva aver lavorato nell’immaginazione della filosofa, nota Elena Laurenzi (p. 13). Il pagliaccio, dunque, il clown, Charlot o il vecchio Grock (visto in una Madrid anteguerra) che altro sono se non le ritraduzioni di qualcosa di «originario e di originale»? Tema filosofico e tema impegnativo questo della sfera dell’originario, di ciò che starebbe all’inizio e che, nondimeno permane (p. 31: «Succede a volte che il più vecchio sia anche il più giovane»), «realtà palpitante come acqua raccolta alla sorgente» (p. 32). Zambrano lo definisce anche folklore, chiama in causa l’arte popolare e, infine, i classici, il Don Quijote, il Romancero. Nella chiusa di Charlot o el histrionismo, il clown era stato ricondotto al danzatore di Dioniso, che è il «dio del riso e della sofferenza, della mimica e della danza espressiva e liberatrice» (p. 25); ora e dietro il folklore, dietro i classici, accanto al danzatore, l’istrione (o il clown) è ricondotto al filosofo, all’uomo che pensa. L’analogia può sembrare incomprensibile, ma Zambrano evoca subito, senza nominarlo, il filosofo Talete, il filosofo caduto nel pozzo, il filosofo schernito dalla servetta di Tracia, secondo il racconto di Platone (cfr. Teeteto, 174a-174d). Ecco, questa figura di Talete, il ‘primo’ dei filosofi, non è poi differente dal clown; la sua caduta è uno sketch e il riso sguaiato della servetta di Tracia è il riso del pubblico. D’altra parte il riso (γέλωτα, gélota) e il ridicolo (γελοίος, géloios) di Talete (e del filosofo) erano già stati rilevati da Platone proprio nel Teeteto (cfr. 174d).
Non meno implicito appare poi, a mio sommesso parere, il riferimento alla figura di Socrate. Anche Socrate ha una qualche parentela con Dioniso. Nel Convito di Platone si rimarca la sua somiglianza con i sileni; e cioè con quegli esseri ibridi per metà uomini e per metà animali; esseri buffi e dissoluti, buffoni, clown, per così dire, che appartengono al coro dei drammi satireschi. E Socrate, va da sé, è anche il prototipo del filosofo, del filo-sofo: il non-sapiente amico della sapienza che impegna tutto il suo tempo per pensare. E per pensare, chiosa Zambrano, ci vuole tempo: «Il pensiero richiede tempo, lo consuma, questo è il suo lusso» (p. 36). E dicendo così ripete Platone, riprende le parole di Socrate che, sempre nel Teeteto (172d), rammenta che i filosofi trovano sempre tempo per discutere con agio i loro discorsi, per toccare il vero (του οντος, tou ontos).
«Tuttavia i parallelismi con la scena platonica – nota Laurenzi – non fanno che risaltare le differenze» (p. 15). Platone, infatti, escluderebbe, nel filosofo, il riso e il pianto; di più, escluderebbe anche il desiderio o bisogno del prossimo. Ma questo, mi pare, è vero fino a un certo punto. Nel Teeteto (174d) sorprendiamo il filosofo deriso ridere a sua volta, e francamente, delle lodi tributate ai tiranni e ai re (c’è qualcosa del genere anche nelle parole di Zambrano allorché, p. 34, parla del sorriso come di una «vendetta compiuta»); inoltre, Socrate dichiara di prediligere le discussioni che cementano l’amicizia, in cui si entra in rapporto gli uni con gli altri (Teeteto 146a). Come che sia, Zambrano sente il bisogno di distinguere il riso canzonatorio dal sorriso effusivo, cordiale. Se il primo, seguendo sicuramente Bergson, le appare come una forma di censura sociale, di insocievolezza della società, nel secondo rinviene senz’altro una forma di comunicazione, di simpatia, di empatia. Il pagliaccio, con la sua maschera, con i sui gesti, con la sua mimica, con le sue sciocchezze e le sue prodezze, asseconda una riconciliazione, perché ridendo di lui ridiamo anche un po’ di noi stessi. Il pagliaccio ci consola perché ci somiglia. «Il clown Charlot – scrive Zambrano nel primo articolo, p. 26 – ha donato la grazia di ridere a quelli che piangono». Il pagliaccio suggerisce, in un modo o nell’altro, che le nostre inadeguatezze, i nostri fallimenti, le nostre distrazioni, le nostre libertà, le libertà che ci prendiamo nei confronti della società e che la società censura con il riso (cfr. H. Bergson, Il riso, Milano, Feltrinelli, 1990, p. 114), sono i prodromi del pensiero e che solo nel pensiero saremo liberi. E così, infine, «una piroetta […] è replica e commento, intelligenza completa della situazione e dell’assenza di rimedio e, nella disperazione, allegria» (p. 26). E così, infine, Charlot che al termine di molte delle sue pellicole s’incammina dando le spalle al pubblico è, come dice Jankélévitch, «qualcuno che non sa dove va ma che va più lontano […] verso un altrove infinito», mentre la sua avventura ci «lascia, secondo la bella espressione di Rilke, da qualche parte nell’incompiuto» (V. Jankélévitch, Le vagabond Humour, in V. Jankélévitch e B. Berlowitz, Quelque part dans l’inachevé, Paris, Gallimard, 1978, p. 161, trad. mia). Ci aveva dunque visto giusto Gautier: «Pierrot che passeggia per la strada con la casacca bianca, i pantaloni bianchi, la faccia infarinata, tutto pensoso dietro a vaghi desideri, non simboleggia forse l’anima umana, ancora innocente e bianca, tormentata da aspirazioni infinite verso le regioni superiori?» (cit. in J. Starobinski, Ritratto dell’artista da saltimbanco, Milano, Boringhieri, 1984, p. 101).

Questo articolo è apparso su Cabaret Bisanzio
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