lunedì 26 settembre 2016

Quando manca la terra sotto i piedi

Salvator Rosa,
La morte di Empedocle nella voragine.
Di Hadjadj, su «Limite» il 13 settembre e su «Avvenire», in pessima traduzione, il 4 settembre, apparve un articolo sul terremoto italiano. Ci (mi) piacque a metà. Al solito tirava in ballo Voltaire e Rousseau (e in più Sade, e questo è davvero originale); ma almeno si aveva la certezza che lui, Hadjadj, Rousseau e Voltaire li aveva letti sul serio e non per finta come quelli del «Foglio», che un dubbio sul fatto che avessero scambiato Rousseau per Voltaire e Voltaire per Rousseau lo facevano sorgere. Titolo dell’articolo di Hadjadj: ‘Quand le sol se dérobe’. Su «Avvenire»: ‘Considerazioni sulla mobilità del suolo’.
Ora, ‘se dérober, sottrarsi, perdere la propria consistenza (mancare, crollare, collassare), principalmente se è il suolo a farlo, è tutt’altra cosa dalla ‘mobilità’, che evoca semmai i viaggi in treno o in aereo, il turnover, gli occhioni del mandrillo. Anzi, come attitudine e facilità di movimento, la mobilità non appartiene al suolo, i cui movimenti sono (o appaiono) eccezionali al punto che, quando si verificano, les genoux se dérobent sous nous, le ginocchia ci mancano. E caschiamo: e con noi il nostro sapere, direbbe Hadjadj ― come in effetti dice: «Lorsqu’il parle ainsi, le sismologue est assis sur sa chaise ou debout sur un plancher. La terre qui ne tremble pas est la condition de son discours sur la terre qui tremble»: quando parla così il sismologo è seduto sulla sua sedia ecc… La terra che non trema è la condizione del suo discorso sulla terra che trema. E prosegue: «Qu’une trappe s’ouvre sous ses pieds, que les murs autour fassent un bond d’un mètre puis s’effondrent, et il ne reste plus grand chose de sa science, hormis des yeux exorbités et une bouche démesurément béante sur un cri vain»: si apra una buca sotto i suoi piedi ecc. e non resta più molto della sua scienza, salvo due occhi esorbitati e una bocca smisuratamente spalancata in un grido vano. (Anche qui, tradurre letteralmente «spalancata su un grido vano» è da svaniti).
Dietro queste immagini, Hadjadj lo menziona en passant, Husserl: quello di ‘Die Ur-Arche Erde Bewegt sich nicht (‘L’Arca originaria Terra non si muove’). Un inedito, questo, che piacque a Merleau-Ponty che lo citò in Phénoménologie de la perception (anche Deleuze e Guattari lo citarono in ‘Qu’est-ce que la philosophie?).* In breve, siamo sì copernicani ma con uno sforzo, ché una doxa originaria e un vissuto originario ci riportano lì: alla immobilità della terra, del suolo. Qui l’introibo dei fondamenti, suoli, basi ― sulla cui metaforicità non v’è da discutere ―, che ogni sapere che voglia accreditarsi vanta o millanta (Hadjadj preferisce il tema teologico-religioso: «Lorsqu’on parle de Dieu lui-même comme du ‘roc’, de l’‘appui’ ou du ‘chemin’»).
A questo punto il nostro psicopompo (Hadjadj) s’ingolfa un poco: certo la natura non è né madre né matrigna bensì una sorellastra che richiede le cure di un’ecologia intelligente. Sempre meglio delle tirate dei foglianti sulle parole di Domenico Pompili (il vescovo di Rieti). Pompili è un Rousseau perché come Rousseau (e poi Kant) raccomanda di costruire case che non superino i due piani. Anzi no: dicessero così lo avrebbero letto, il Rousseau: e allora perché, come Rousseau, è contro il progresso ecc.** Possiamo abbandonarli qui, i foglianti, e tornare ad Hadjadj (anche se solo per un momento). Tutta quella faccenda sul suolo che sprofonda è soltanto il dévoilement (svelamento) del nostro primo, originario appoggio (che si porta dietro la necessità della cura)? Hadjadj non aggiunge nulla.
Rousseau nella sua lettera a Voltaire, del 1756, lamentava il fatto che i filosofi piangano per il mal di denti: si sentono mancare la terra sotto i piedi e per loro, in quel momento, tutto è perduto (cfr. p. 26). Ecco, fuor di celia, il filosofo coglie anche nel mal di denti un’obiezione insuperabile alla Provvidenza. Gli si può dare ragione o torto, perché il devoto avrà dalla sua la fede. Per parte sua Rousseau dichiara di credere naïvement e di sperare naïvement. Insomma, è una questione di sentiment ― su quello poggia… quello è l’appui dell’ottimismo e dell’idea di Provvidenza. Contro queste prove del sentimento i filosofi hanno ragioni solide (raisonnemens [sic !] solides) e non si tratta di disputare con loro perché le prove (del sentimento) non sono dimostrazioni (cfr. p. 31). Insomma, ciascuno ― ogni uomo ― ha i suoi punti di appoggio, la solidità di un pezzo di terra sotto i piedi. Anzi, si potrebbe forse dire ― fatemelo dire ― che l’uomo è uomo quando poggia i piedi per terra e non quando vola o quando precipita, come Icaro o come la sfortunata vittima di un sisma. Inumani, dice Rousseau, i filosofi che sottraggono ― potremmo dire dérobent la terra sotto i piedi alle anime pacifiche.***
E tuttavia ― e qui anche il Rousseau della lettera ammutolisce**** ― arriva un momento in cui il filosofo nutre per sé, e non per gli altri, poche o punte speranze. Che ne è del filosofo che cade? Che ne è di Empedocle che si getta nel vulcano? Il sarcasmo sui mal di denti, sulle conversioni dell’ultimo istante, fa ridere: suona un po’ come la rivalsa dell’uomo della strada sul filosofo: volevi essere inumano, pare dire l’uomo della strada, e invece sei umano troppo umano. E però il filosofo è filosofo soprattutto quand le sol se dérobe; quando precipita, o gli tagliano la testa (come a Lavoisier);***** quando invece di lanciare un urlo vano (ma poi vano per chi?) continua a parlare, magari fra sé, a riflettere, a pensare, finché gli riesce.

Note

* Il lettore italiano troverà la traduzione del testo husserliano in «aut aut», n. 245, 1991, pp. 3-18.

** Nella lettera Rousseau polemizza con Voltaire: se Voltaire non vuole che si guardi al suo poème come a un’opera contro la provvidenza, nemmeno avrebbe dovuto giudicare certe cose di Rousseau come scritte «contre le genre humain» laddove egli (Rousseau) sosteneva la causa del genere umano «contre lui-même»: «Je ne vois pas qu’on puisse chercher la source du mal moral ailleurs que dans l’homme libre, perfectionné, pourtant corrompu [Non vedo come cercare la fonte del male morale altrove che nell’uomo libero, perfezionato, e tuttavia corrotto]» (‘Lettre de J.-J. Rousseau… à Monsieur de Voltaire concernant le Poème sur le Desastre de Lisbonne par Monsieur de Voltaire’, 1764, p. 6). Ancora (ibid.), mostrando agli uomini come sanno farsi del male, mostravo, in quello scritto, come evitare di farlo. Insomma il progresso per Rousseau (anche per il Rousseau del ‘Discours sur les sciences et les arts’ e del ‘Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes’) è ambiguo.

*** Ecco il passaggio (p. 32): «[…] c’est qu’il y a de l’inhumanité à troubler les âmes paisibles, et à désoler le hommes à pure perte, quand ce qu’on veut leur apprendre n’est ni certain ni utile [è che c’è dell’inumanità a turbare le anime pacifiche e ad affliggere gli uomini inutilmente, quando ciò che vogliamo insegnargli non è né certo né utile]».

**** Non è esatto. P. 23 della lettera: «Je meurs, je suis mangé des vers; mais mes efans (sic), mes fréres vivront come j’ai vécu, et je fais par l’ordre de la Nature pour tous les hommes ce que firent volontairement Codrus, Curtius, les Decius, les Philenes et mille autre pour un petite partie d’homme [Io muoio, io sono mangiato dai vermi, ma i miei figli, i miei fratelli, vivranno come io ho vissuto, e io faccio nell’ordine della natura per tutti gli uomini ciò che fecero volontariamente Codro, Curzio, i Deci, i Fileni e mille altri ancora per una piccola parte dell’umanità]». Tuttavia Rousseau non muore e quell’io è un io retorico e la sua è un’enunciazione elementare e universale. Più avanti, al termine della lettera, p. 37, l’uomo Rousseau entra però prepotentemente nel discorso contrapponendo la propria esistenza (vita, cuore) a quella di Voltaire: «Je ne puis m’empêcher, Monsieur, de remarquer à ce propos une opposition bien singulière entre vous et moi dans le sujet de cette lettre [Non posso impedirmi, signore, di evidenziare a questo proposito un’opposizione assai singolare tra voi e me nell’argomento di questa lettera». Di che si tratta? Si tratta del fatto che Voltaire è ricco, famoso, immortale (tra virgolette); malato, è curato da Tronchain, che è medico e amico. Dunque per lui tutto è «mal sur la terre». Invece Rousseau è ― e si descrive ― povero, oscuro, tormentato «d’un mal sans remède»; ma per lui «tout est bien». Nemmeno stavolta però Rousseau muore; e se quasi quasi si descrive come un moribondo è per dare, attraverso la confessione, forza al proprio récit.

***** È accaduto recentemente a Michel Serres di rimanere vittima di un’ischemia cerebrale durante una conversazione filosofica. Ciò che stupì i suoi interlocutori (Martin Legros e Sven Ortoli) in quella circostanza fu la singolare condotta di Serres: il fatto che non avesse interrotto la comunicazione prima di concludere il suo ragionamento, quando già l’insensibilità lo aveva colpito alla parte sinistra del corpo risalendo dal piede al braccio, e che solo allora avesse chiesto soccorso. L’aneddoto, da cui si ricaverebbe (a giudizio di Legros e Ortoli) che ogni avvenimento è per il filosofo oggetto di pensiero (soprattutto, a dire il vero, per ciò che Serres ne avrebbe detto in seguito), è rinvenibile in ‘Pantopie ou le monde de Michel Serres. Entretiens avec Martin Legros et Sven Ortoli’, Édition Le Pommier, Paris, 2016, p. 10.

mercoledì 21 settembre 2016

Spigolature

Gloria Swanson
Di Thomas Bernhard ho letto ieri notte I miei premi (pubblicato da Adelphi). Stazionava da un po’ ― che verbo insulso! mi vengono in mente autobus, treni, battelli, auto in sosta…, tuttavia è il primo che mi è affiorato alle labbra e non ho voglia di cercarne un altro ― sul mio comodino e, insomma, l’ho letto. Amo Bernhard, anche quello de I miei premi, amo il fatto che non avesse una grande opinione della letteratura e, soprattutto, dei letterati; che di un noto critico letterario apprezzasse piuttosto le cognizioni musicologiche disprezzandone quelle letterarie; che dopo Gelo avesse indossato un giubbotto di pelle e si fosse messo alla guida di un camion e a trasportare birra per qualche mese; che ritirando i suoi premi (letterari) imbastisse sempre lo stesso identico discorso ― che poi è un discorso sul finis literaturae e sul nihilismo Wir bevölkern ein Trauma», dichiarò ritirando il Premio Nazionale Austriaco e provocando un piccolo incidente). Che si augurasse la ‘morte’ dell’Accademia per la Lingua e la Letteratura (di Darmstadt) e, in soprappiù, di ricevere una partecipazione listata a lutto dalla medesima accademia volta a commemorarne la dipartita.

In place Dauphine, a Parigi, nel ’74, o giù di lì, Italo Calvino ci portava la figlia a lezione di pianoforte. Si apre la porta di un negozio, una porta che dà sul marciapiede, una porta vetrata schermata da una tenda, e si entra in un salotto ottocentesco pieno di pianoforti e pieno di bambini che battono sui tasti tutti insieme. Non è un quadro antiquato, dice Calvino, e pare anzi che il metodo d’insegnamento sia all’avanguardia, e però… una frase sul passato che resta appiccicato al presente, a ridosso del presente. Di quel metodo d’insegnamento non so nulla e chissà se ebbe fortuna. Certo anche quel millenovecentosettantaquattro è oggi un passato e i pianoforti e i maglioncini dei bambini hanno una medesima air fanée. Ma pur sempre le epoche si sommano e si mescolano, come diceva Calvino.

Il fil(o) delle reni e cioè a dire la spina dorsale. Il Cecchi (Messico, Milano, Adelphi, 1985, p. 23) utilizza questa espressione disusata forse già negli anni Trenta, ma forse no, parlando della Duse: «Allora la voce della Duse c’era come il più straziante e dolce coltello nel fil delle reni». Diceva tutto questo parlando a Gloria Swanson: non senza un pizzico di perfidia ma riconoscendola come «grande amorosa». Ecco, nel filo delle reni, lungo quel filo, l’elettricità dell’eros, che è pungolo, coltello, freccia: siamo lontani dalle reni spezzate del duce. Così Anton Francesco Doni (Tre libri di pistolotti amorosi del Doni, per ogni sorte generatione di brigate, 1558, p. 182): «… e dico che mi s’è fitto nel capo una fantasia, che quello che si chiama da color che sanno e non sanno, Amore; sia un male naturale; che ciascuno ha nel fil delle reni: una certa spetie sottil di doglia, che non si stima malattia incurabile».

Due coppie di napoletani, lei-lui e lei-lui, qualche giorno fa, presso il solito mercatino dell’usato, gironzolano chiassose fra Gestelle carichi di libri e tavoli carichi di libri. Un ‘lui’, quasi strillando, dice di possedere una biblioteca di duemila volumi. Fra quelli impilati sopra un banco rinvengono le opere di Marcello d’Orta buonanima. «Questo ce l’abbiamo?» dice l’altro ‘lui’ alla correlativa ‘lei’ che replica: «Non ricordo». Vanno avanti così per un po’: lei non ricorda mai. Il primo ‘lui’, quello della biblioteca di duemila libri, lamentandosi della polvere: «C’è più polvere che libri», apre Io speriamo che me la cavo e inizia a leggere con quel suo accento napoletano espiratorio. Verba et pulvis, penso. E però capisco perché quel libro faccia anche ridere ― le coppie di napoletani ridono. Certo se quella silloge è uno spaccato del sud periferico reso dai piccoli frontalieri del disordine, c’è poco da stare allegri. Soprattutto per i partenopei. E però c’è indubbiamente un umorismo ― diciamo pure di bassa lega ― e questo umorismo affiora se a leggere quelle pagine è un napoletano. Nota a margine: il lettore mi distolse o sviò o sconcentrò e giunsi alla cassa con due copie del medesimo titolo.

sabato 17 settembre 2016

Il motivetto rubato

Thomas Bossard
Mi raccontava di aver colto al volo ― rubato ― un motivetto nell’aria e di averne fatto una canzone. La sua canzone. Appropriarsi di qualcosa, dice Michel Serres, significa insozzarlo, contaminarlo: la tigre urina sulla soglia della sua tana, il buontempone sputa nella minestra. Lui, come i fringuelli, cinguettava, a modo suo, storpiandolo, sporcandolo, il motivetto: il tuo motivetto. Proprietà, benché in italiano (come il francese propreté) significhi anche pulizia, è ciò che è sporco (malproprio). Te ne adontasti. Se dovessi proporti una di quelle false etimologie che Paulhan definisce lampanti, direi che adontare viene da unto. Eppure è uno di quei casi in cui, per impiegare quel terrificante legalese che ho letto da qualche parte, il sovvenuto non verrebbe a locupletare con danno del sovventore... Eppure si appropriava del tuo motivo, lo insozzava della sua saliva, per rendertelo, come talvolta si rende un bacio: e per farne la vostra canzone.

venerdì 16 settembre 2016

Il significato poco noto di qualche parola

Thomas Bossard – Vers d’autres rives
Scriveva Gadda a Lucia Rodocanachi ― la «cara e gentile signora» di un carteggio trentennale ― dalla Pensione Rigatti, in Genova, il 31 di luglio del 1936, scriveva, tra le altre cose: «Credo che mi tratterrò qui alcuni giorni: alla pensione si sta realmente bene, per proprietà e vitto» (Lettere a una signora, Milano, Adelphi, 1983, pp. 55-56). Il vitto sappiamo tutti cos’è, ma la proprietà? Proprietà è qui ricalcato sul francese propreté, che significa pulizia ― mentre proprieté significa proprietà. Tutto questo, anche il passaggio gaddiano, lo leggete sul dizionario Treccani: il quale, per ovvie ragioni dizionariesche, tralascia quest’altro passaggio dove l’apprezzamento gaddiano per il vitto della Pensione Rigatti è confermato: «dalla 1 alle 2 e dalle 8 alle 9, salvo eccezioni, io sono all’opera della forchetta e del coltello: e mi sarà caro intermettere, se lei o suo marito mi chiamassero» (ibid.). Nessun’altra notizia invece attorno alla pulizia.
Perché scrivo tutto questo? Perché sto leggendo un piccolo testo di Michel Serres, in traduzione italiana, intitolato Il mal sano (Genova, Il Melangolo, 2009) e, nell’originale francese, Le Mal Propre. Sin dal titolo si capisce che certuni problemi hanno suggerito o imposto talune scelte alla traduttrice Emanuela Schiano de Pepe. Propre significa sia proprio sia pulito. C’è dunque un amour-propre, un amor proprio, una nature propre, natura propria, un sens propre, un senso proprio (l’aggettivo è generalmente postposé). Ma ci sono anche delle mains (o pieds) (bien, très) propres, della mani, dei piedi (molto, ben) puliti, nettati; c’è un ciel propre, un cielo sgombro di nubi, un travail propre, un lavoro pulito (talvolta quello degli assassini). (Simenon, in Les vacances de Maigret, 1948, p.128, dice: «La maison sentait le propre, le savon», «la casa sapeva di buono, di sapone»: come la pensione di Gadda). In senso figurato propre acquisisce (ovviamente) una sfumatura morale o attinente al decoro: sta per integro, onesto, decente.
Torniamo al titolo. Mal propre è in primo luogo ciò che è malamente proprio. Ma, in secondo luogo, significa sporco, indecoroso, inadatto («Monsieur, je suis malpropre à décider la chose», «Signore, sono inadatto a decidere la faccenda», dice Molière, nel Misantropo, 1,2). Come l’aggettivo italiano malproprio, d’altra parte. Tutte le sfumature di senso testé indicate appartengono al titolo voluto da Serres. Se ora pensiamo al semplice fatto di occupare un posto, il proprio posto ― il proprio tout court ― essere nella condizione del mal propre, del malproprio, significa stare o essere nella condizione di chi lo occupa in maniera inadatta, indecorosa, di chi lo insozza, lo inquina. La tigre, esordisce Serres, orina sulla soglia della propria tana. Ci appropriamo di qualcosa, di un luogo, ne diveniamo proprietari, sporcandolo, contaminandolo: sputare nell’insalata ci garantisce abbastanza del fatto che nessuno se ne servirà. Piccolo corollario: la proprietà è una cosa sporca.

P.S Il titolo di questo frammento è di M. S.
P.P.S. Forse accetterò la proposta di G. G. G. di curare le sue N.d.T.

martedì 13 settembre 2016

I capelli di Daria Bignardi

A Savinio  lo scrive ne La casa ispirata (Milano, Adelphi, p. 150, 1986)  a Savinio, o a chi dice io nel romanzetto saviniano, «le donne coi capelli corti [fanno] l’effetto di creature o inferme o mutilate, richiamandomi altresì al ricordo losco e turbatore dell’androgino». Perciò stesso le gesta delle Pentesilee e delle Giovanne d’Arco gli suscitano un misto di pietà e di schifo. Che scemenze! Dirò comunque una banalità: per i capelli ― attraverso i capelli, le acconciature, gli spilloni, i pettinini ecc. ― passa la seduzione femminile. Ma pure quella maschile e una certa qual virilità se Sansone divenne una mammoletta nel momento in cui venne rasato. I capelli, tuttavia, suscitano un certo sussiego morale, quasi arma impropria nella bella società: i capelli della Gorgone benché la Gorgone non frequenti i salotti… Ma lasciamo perdere. Padre Stefano Menocchio, della compagnia di Gesù, li definisce un ornamento e un escremento del corpo: la forza di Sansone ― la sua virilità ― è nelle sue membra e allocarla nei capelli significa solo dire che è gratia gratis data.
Scrivo tutto questo perché Daria Bignardi s’è tagliata i capelli e se li è ingrigiti e, soprattutto, perché Anna da Re l’ha commendata indicandola quale lezione di stile (su «Donna Moderna»). Ora, le lezioni di stile, in campo tricologico e nella moda, mi hanno sempre suscitato un mondo di pensieri dubbiosi sull’utilità degli ebdomadari che si occupano di costume: e più che sulla loro utilità, sulla perspicacia dei loro redattori. Infatti le mode ― e qui seguo Kant, che mi pare sufficientemente pratico della faccenda (il § 71 della Anthropologie in pragmatischer Hinsicht) ― sono veränderliche Lebensweisen, mutevoli stili di vita. Questo secondo il loro Begriff. E bisognerebbe farsene una ragione: quello che oggi è un diktat degli élégants de la cour, domani è un tabù: per i medesimi. Proprio per questa ragione c’è, in questa fantasia delle forme, qualcosa di stravagante e qualcosa di odioso, di malvagio. Non è affatto una questione di gusto, giacché spesso, nella moda, regna il cattivo gusto, ciò che è contrario al buon gusto. E allora non è che vanità e una gara nel superarsi. Kant apprezzerebbe la nuova acconciatura di Daria Bignardi? apprezzerebbe il suo stile inedito? Forse è la parola stile a stonare qui: Anna da Re avrebbe dovuto dire che Daria Bignardi ha voluto fornire alle «signore chic after fifty» una lezione morale (che, peraltro, proprio per essere chic after fifty già conoscevano). (E Kant sarebbe forse stato d’accordo. Perché, a meno che non lanci una moda ― gli emulatori sono sempre dietro l’angolo ― Daria Bignardi è o sarebbe un tipo originale, ein Sonderling: e cioè, seguendo Kant, un tipo fuori moda).
E qui, allora, sorgono un paio di interrogativi: perché mai una donna per essere seria ― da un punto di vista morale ― dovrebbe acconciarsi come una Pentesilea o una Giovanna d’Arco? Perché dovrebbe, con le parole di Savinio, evocare «il ricordo dell’androgino»? Mi si dirà che nessuno, nel mondo di oggi, pensa a queste cose o ne tiene conto. Forse è vero; e tuttavia qualcosa, molto all’acqua di rose, dei pensierini di padre Menocchio ha profumato «Donna Moderna».

lunedì 12 settembre 2016

Contro l’evoluzionismo di Chomsky (benché Chomsky non sia esattamente un evoluzionista)?

Strizzare l’occhio al creazionismo yankee ― non ce n’è un altro sotto le volte basilicali ― e sostenere il cosiddetto liberismo. È l’editore ― quel che ne resta, forse un tic adespota ― a chiederlo e tuttavia, che diamine!, un po’ di originalità, di eccentricità: quella di uno spencer doppiopetto bianco, di un cappello da cowboy metropolitano, di una catena da orologio che traccia il suo bravo semicerchio da qui a qui. Tom Wolfe, quello della Fiera delle vanità, famoso per aver coniato l’espressione radical chic (uhhhh!!!), autore di The Kingdom of Speech, fresco di stampa e di… concezione ― Tom Wolfe, dunque, è tutto questo: è l’uomo giusto. Benché, spalle strette e testa grossa, avrebbe (avuto) bisogno di un po’ di palestra. Ma ci torno. 
Mattia Ferraresi, su «Il Foglio»,* ci parla di Tom Wolfe ― lo fa dopo il Meotti che su «Il Foglio»,** ci ha parlato di Tom Wolfe ecc. e dopo Stefania Vitulli che su «Il Giornale» ecc.***― e di come Tom Wolfe abbia bruciato Darwin. Addirittura! E Chomsky. Com’è avvenuto che Wolfe-spalle-strette accatastasse una pira per bruciarvi Darwin? La verità ― nuda e cruda ― e che quasi nessuno legge Darwin. A quanto si dice ― lo dice Ferraresi ― Wolfe ha letto un articolo di Chomsky intitolato The mystery of language evolution; lo avrebbe letto «in una notte scintillante del 2016» ― le parole sono di Wolfe in sussiego domenicale ― e tanto è bastato perché vi replicasse con The Kingdom of Speech, un libercolo di 192 pagine uscito il 30 agosto 2016. Dunque le spalle strette e la mancanza di allenamento paiono bastevoli… Ma ci torno. Ciò che colpì Wolfe giusto dieci minuti prima di pubblicare un libro su ciò che lo aveva colpito è la seguente frase di Chomsky (ma Chomsky la spiccò nel 2014): «Basandoci sullo stato attuale delle prove, sosteniamo che le domande fondamentali sull’origine e l’evoluzione della nostra capacità linguistica rimangono misteriose, con incertezze considerevoli intorno alla possibilità di scoprire evidenze rilevanti o conclusive che possano risolvere le molte ipotesi aperte». La prudenza di Chomsky ― prudenza ordinaria per chi lo ha letto davvero,**** prudenza comune a tutti gli studiosi di glottogonia ― non piace a Wolfe; e, d’altra parte, non gli sarebbe piaciuta nemmeno l’imprudenza di Chomsky quando si fosse mostrato imprudente. E dunque? E dunque, racconta Ferraresi, «Wolfe ha letto l’articolo [almeno quello!] in cui i più grandi linguisti e antropologi del mondo [c’erano dei firmatari] ammettono di non sapere nulla del loro oggetto d’indagine, ma tuttavia non rigettano la teoria del tutto [l’evoluzionismo] nella quale le loro più piccole teorie sono incastonate come brillanti in un anello, si è fatto alcune domande e ha scritto un saggio per trovare qualche risposta. La risposta fondamentale è che la super-teoria evoluzionista non spiega tutto, e soprattutto non spiega il linguaggio». Cosa che soltanto Wolfe e Ferraresi (e il Meotti…) credono o fingono di credere. Ma che c’entra la teoria dell’evoluzione con la linguistica di Chomsky? Qui per Wolfe ― e per Ferraresi ― la faccenda si complica perché, insomma, Darwin non lo legge più nessuno e Chomsky… Per farla breve, molto breve, a giudizio di Wolfe Chomsky risolse tutti i problemi «già in giovane età, quando ha conferito stato di scienza hard a quell’incerto strumento di indagine che è la linguistica, rifondandola completamente attraverso l’idea che il linguaggio è una funzione innata e universale dell’uomo». E la teoria dell’evoluzione? Be’, «la sintassi ricorsiva [di Chomsky] garantisce l’universalità della grammatica umana, cosicché la teoria di Chomsky trova il suo posto d’onore all’interno della teoria del tutto darwiniana. Alla luce della teoria dell’evoluzione, l’ipotesi innatista di Chomsky ha senso». Certo l’innatismo parrebbe collidere con l’evoluzione oppure articolarvisi sopra o allato o come volete con qualcosa che somiglia alla complessità,***** ma volete mettere tralasciare tutto questo per dare del dogmatico e del platonico a Chomsky, e più indietro a Darwin, e opporre loro gli empirici aristotelici? Tornare al liceo, insomma. E raccontare la favola bella del metodo sperimentale di Galieo Galiei. Testimonial d’eccezione, uno scienziato-antropologo di nome Daniel Everett ― uno di quelli che prende l’aereo per gire in Amazzonia e scuoprire una tribù isolata e minuscola, la tribù dei Pirahã, «che parla una lingua fatta di una decina di fonemi che non ha termini che indicano quantità, numeri, colori, senso del tempo, [e che] esibisce una sintassi non ricorsiva che non si conforma alla teoria universale di Chomsky [UG], che con apodittica certezza classifica il linguaggio come potenzialità innata e senza distinzioni sostanziali fra una cultura e l’altra». A dire il vero è proprio da Everett che Wolfe ― e di conseguenza Ferraresi ― ripigliano questa barzelletta di Platone e di Aristotele. A modo loro. Sul «The Guardian» Everett, in una intervista del marzo 2012 ― a tanto si spinge la ricerca bibliografica e documentale di Wolfe ― riepilogando i termini del suo dissidio con Chomsky, ribadiva: non c’è una universal grammar (UG); il linguaggio è una faccenda culturale. Aggiungeva però un argomento che a Wolfe non piace. Eccolo: «The lesson is that language is not something mysterious that is outside the bounds of natural selection, or just popped into being through some mutated gene. But that language is a human invention to solve a human problem. Other creatures can’t use it for the same reason they can’t use a shovel: it was invented by humans, for humans and its success is judged by humans». Quindi anche per Everett il linguaggio dipende dalla selezione naturale e tanti saluti. In ogni modo, Everett si definisce un aristotelico laddove il mistico Chomsky sarebbe un platonico. Quisquiglie, dettagli, Darwin c’entra e non c’entra. Ce n’è abbastanza per dichiarare, apertis verbis, che Wolfe e Ferraresi scrivono cazzate e però, alla fin della fiera, dovrebbe essere chiaro che qui non è in ballo la scienza o la filosofia o la linguistica; e che, invece, si tratta di una faccenda sociologica, di costume, di una faccenda giornalistica ― i giornalisti, questi camerlenghi di questioni di cui non ci capiscono un’acca! : è lo scandalo delle rendite di posizione, delle baronie ecc.: da un lato questi professoroni vecchi e occhialuti che fanno incetta della lauree honoris causa, dall’altro gli antropologi giovani ed espansivi cacciatori di farfalle, uomini di una médiocrité naturelle et naïve, per dirla con Renan, ma concreti che prendono un bagno assieme ai Pirahã. Con in più la strizzatina d’occhio alla linea editoriale del foglietto: d’accordo i creazionisti sono forse un po’ out, ma questi confuterebbero, da atei impenitenti ateo Wolfe, ateo Everett , nientemeno che l’evoluzionismo (urca!); d’accordo, Wolfe attacca il Chomsky politico, quello anarcoide e anticapitalista, in maniera affatto pretestuosa, come rileva Caitlin Flanagan che ha recensito, sul New York Times, The Kingdom of Speech, e tuttavia il Chomsky attivista e il Chomsky linguista sono la stessa persona… Debbo ancora parlare delle spalle strette e della palestra? Non è lampante che si tratta qui dello smistamento della posateria?

* Cfr. M. Ferraresi, E Wolfe bruciò Darwin. Così ‘Il regno del linguaggio’ fa a pezzi l’evoluzionismo. Soprattutto quello di Noam Chomsky, in «Il foglio», 12 settembre 2016.

** Cfr. G. Meotti, Il falò delle vanità evoluzioniste. Tom Wolfe fa a pezzi “Charlie” Darwin: ‘Non ci ha spiegato perché siamo i soli a parlare’. Il grande scrittore americano smonta un altro tabù: ‘E’ il linguaggio, non l’evoluzione, il responsabile del progresso umano’, in «Il foglio», 2 settembre 2016.

*** Cfr. S. Vitulli, Tom Wolfe attacca Chomsky e Darwin per scacciarli dal regno della parola, in «Il giornale», 7 settembre, 2016.

**** Un esempio di questa prudenza? Scrive il Nostro: «È possibile, ma non è in alcun modo certo. È veramente una questione di come l’evoluzione umana ha avuto luogo. È totalmente possibile che ci fosse un’origine umana comune ma che lo sviluppo del linguaggio abbia avuto luogo successivamente ad una frammentazione in diversi gruppi e che il sistema del linguaggio si sia sviluppato esattamente allo stesso modo per via di fatti biologici e fisici. Il fatto è che non si sa abbastanza circa l’evoluzione umana per essere in grado di rispondere a questa domanda» (Chomsky, Linguaggio e problemi della conoscenza, Bologna, Il mulino, 1991, p. 168). Stesse incertezze nella grammatica e nel lessico in Rousseau, nell’Essai sur l’origine des langues (a sottolinearlo è Derrida). Ma Chomsky sa essere anche più tranchant

***** Chomsky, non pensavo di doverlo ricordare ai Meotti e ai Ferraresi, è tiepido con l’evoluzionismo; anzi, se deve scegliere tra la UG e l’evoluzionismo, sceglie la UG. Di più: l’innatismo della UG è incompatibile con la selezione naturale darwiniana. Scrive, in un passaggio che mi pare significativo: «C’è una lunga storia di studi sulle origini del linguaggio che si chiede come sua sorto a partire dai richiami delle scimmie e così via. Questo tipo di ricerca è, a mio modo di vedere, una completa perdita di tempo perché il linguaggio si basa su un principio interamente difforme da qualsiasi altro sistema di comunicazione animale. È abbastanza verosimile che i gesti umani […] si siano evoluti dai sistemi di comunicazione animale, ma non il linguaggio umano. Esso si basa su principi totalmente differenti (ivi, p. 178).

mercoledì 7 settembre 2016

Fascino della musica

La vis alliciendi (la forza di attrazione, the power of alluring) non in senso morale, se ve ne è uno (e ve ne è uno per esempio per la chiesa de Roma quando disamina il tema del proselitismo), ma come (si fa per dire) semplice appeal, come charme, come magnetismo ― ecco, la musica ce l’ha. Insuffla le canne nella strozza, pizzica le corde, i muscoli tersicorei, ci scalza, ci fa andare di concerto. Di qui la diffidenza per questo suo potere non esattamente morale, e le condanne, da Platone a Ceronetti ― che da una vita ce l’ha col rock ― passando per… per Bossuet. Di qui la rivalità inter musicos et cantores. Certo Febo esagerò un poco traendo, col coltello, Marsia «de la vagina delle membra sue», come scrisse il Poeta ― e cioè a dire scorticandolo vivo. Un altro poeta (Ovidio) annotò: «a! piget, a! non est tibia tanti!». Veramente una ciaramella non vale tanto. Liszt e Thalberg si limitarono a un duello pianistico nel salotto della principessa Belgiojoso. D’altra parte se cantare è innamorare, se i quadrumani nostri progenitori cantano nella stagione degli amori e delle rivalità, come rileva Charles Darwin, tutto si fa più chiaro. (Constato che il Meotti ― galeotto fu ‘The Kingdom of Speech’ di Tom Wolfe ― è tornato al suo antico amore. E cioè odiare Darwin. È importante? Ho sentito telefonicamente Wolfe e Noam Chomsky e anche Darwin ― che mi hanno detto di no).

Platone condanna la musica? Non esattamente. Platone deplora la ‘popolarizzazione’ della musica, la cui scienza, a suo parere, dovrebbe restare appannaggio degli eruditi. Platone detesterebbe il rock esattamente come Ceronetti.

Chi decide dell’auraticità dell’opera? Il critico il suo buon gusto. Nella prefazione a Sesame and Lilies di Ruskin, un traduttore d’eccezione Marcel Proust annota en passant la seguente frasetta: «Cela reviendrait à dire que d’être devenu plus intelligent, crée des droits à l’être moins». Giorgio Agamben sostituisce all’uomo intelligente l’uomo di gusto. Dunque l’uomo di gusto diciamo il nostro critico per il solo fatto di aver acquisito un gusto superiore acquista in soprappiù il diritto di ostendere il (proprio) cattivo gusto. Insomma, di apprezzare il Kitsch e di confidarlo alla società alla bonne societé.