mercoledì 26 ottobre 2016

After all, it’s personal

«Our barista promise.
«Love your beverage or let us know.
«We’ll always make it right».

È un motto di Starbucks. Potremmo renderlo e spiegarlo così, alla libera e tirando un po’ per le lunghe: «La nostra promessa, la nostra parola d’onore. Amate la vostra bevanda o fateci sapere se non vi aggrada. La faremo sempre giusta, come la gradite».
Non è nauseante quanto basta? Queste carezze ammannite, questi vizî solleticati, questo fingere arrectis auribus agli sfizî – non si tratta qui di una scemenza bella e buona, di un richiamo di sirena a buon mercato e, in fin dei conti, di un messaggio profondamente… diseducativo?
Scriveva Marco Aurelio: «Quanto sono grandi i piaceri di cui godono gli assassini, gli scostumati, i parricidi, i tiranni» (VI, 34). Se ne deduce che quelli dei coglionazzi saranno in proporzione più modesti. Sono, in effetti, bevande personalizzate, col nome sul contenitore, ordinate sull’App Store e preparate coordinando i tempi in grazia della localizzazione GPS del customer; sono sconti e offerte promozionali, gift card; sono gadget (cappellini, felpe, T-shirt, spille, bottiglie, tazze, termos, dispenser, penne, portachiavi… col logo). After all, it’s personal.

martedì 25 ottobre 2016

Todo es relativo

«Come si spiega che Heidegger, senza muovere un dito, abbia realizzato la singolare operazione di traghettare nella sinistra postmoderna parole d’ordine, termini e concetti che appartenevano alla visione del mondo nazista? Come si spiega che il massimo successo della sua filosofia abbia avuto luogo a sinistra e non a destra? Il primo ad esserne stupito è stato forse proprio Heidegger».
Così Ferraris nel suo L’imbecillità è una cosa seria. Purtroppo leggo questo passaggio di straforo, perché non fa parte delle anteprime disponibili in rete. (Dovrei aggiungere che non ho mai denari per acquistare i libri di Ferraris ma lasciamo perdere…). Dunque, come sedusse Heidegger la sinistra? con quali concetti, parole d’ordine della visione del mondo nazista? C’è un articolo, disponibile in rete dove a questa domanda Ferraris dà la seguente risposta: «L’arcano – dice – si svela abbastanza facilmente. Da una parte, parlare nel dopoguerra, a destra e in Germania, di autori nazisti come Heidegger, Jünger, Schmitt (e di un loro riferimento comune, Nietzsche) sembrava implausibile, nel momento in cui la cultura tedesca era, comprensibilmente, interessata a voltar pagina. Diversamente andavano le cose in Francia e in Italia, ed è così che si spiega l’edizione di Nietzsche di Colli e Montinari, come pure il rilancio di Heidegger prima in Francia (spesso in funzione anti-sartriana, a partire dalla Lettera sull’umanismo), poi in Italia.
Prima ragione (da non trascurare): le cose andavano diversamente in Francia e in Italia.
«Tuttavia [prosegue Ferraris] c’è un secondo motivo più determinante. Nel dopoguerra, è come se la sinistra avesse avocato a sé il monopolio del politico. Politica e sinistra erano coestensive, dunque ogni pensatore del politico, fosse pure il giurista di Hitler, come Schmitt, diventava fruibile a sinistra».
Seconda ragione (determinante): a sinistra si parlava di politica.
Con la seguente precisazione: «Faye ha il merito di illustrare con chiarezza e profondità è l’intima struttura politica del pensiero di Heidegger, che lo rendeva particolarmente riciclabile in un’epoca iper-politica come il Sessantotto. La storia e la decisione sono l’unica realtà (cosa che era in sintonia con quel funesto antirealista che è stato Hitler, ma anche con quegli antirealisti più benintenzionati che proclamavano la necessità della immaginazione al potere), si tratta di combattere l’oggettività in nome della solidarietà, il freddo intellettualismo in nome del radicamento in una comunità di popolo».
Dunque Hitler e i sessantottini hanno in comune questa idea svagata e birbesca per la quale i sogni diventano realtà occupando la Polonia o le università.
Conclusione, definitiva: «L’insistenza sulla storicità, intesa come quel divenire che può giustificare qualunque cosa, è la chiave di volta del costruzionismo heideggeriano, che si traduce, in sostanza, in un trionfo della volontà di potenza. Quando i postmoderni hanno sostenuto che qualunque tesi e qualunque verità devono essere indicizzate alla loro epoca lo hanno fatto con intenti emancipativi, ma ripetevano l’argomento di Heidegger in difesa del Führerprinzip».
Argomento per il quale, in breve, tutto è relativo (o come diceva Pindaro: «La consuetudine è regina di tutte le cose»). «Todo es relativo» mi diceva giusto l’altro giorno una bella ragazza peruviana sorbendosi un caffè come non se lo aspettava.

lunedì 24 ottobre 2016

Pane al pane, vino al vino

Quando tempo fa (vedi qui: https://goo.gl/9GkqTR) dissi la mia sugli imbecilli di Eco buonanima, un tizio mi obiettò che Eco non aveva mai sostenuto che solo i premi Nobel hanno il diritto di parola: facendomi così sospettare che Eco avesse pienamente ragione. Ora che intendo ritornare sugli imbecilli, questa volta di Ferraris, prometto di risparmiarmi qualsivoglia pointe satirique e di dire pane al pane, vino al vino. 
Ora, quello credo di poter dire (pane al pane e vino al vino) è che l’idea di un opuscolo sull’imbecillità (sulla bêtise, direbbero Deleuze e Bloy e Flaubert ecc.) (cfr. Maurizio Ferraris, L’imbecillità è una cosa seria, Bologna, Il Mulino, 2016) deve essere venuta a Ferraris ascoltando Eco. Infatti...
Infatti, scrive Ferraris, il Golem esiste e si chiama web: e questo Eco lo sapeva bene avendo detto ciò che ha detto «pochi mesi prima della morte». Un testamento? Com’è come non è, molti nasi si arricciarono e molte code di paglia si incendiarono in quei giorni lì. E dove? Poiché trattasi di gente che si sentì tirata, in una maniera o nell’altra, in ballo… insomma, sul web. Tutta «gente – prosegue Ferraris – pronta a dire che l’umanità è perfetta e viene pervertita dalla tecnica, che la aliena, la allontana da sé [...] insomma la rimbecillisce»: un non voler fare i conti con la realtà del virtuale o della tecnica (tout court): «Lungi dall’essere alienazione, la tecnica è rivelazione di quello che siamo».
Dunque c’è stato un discorso sul web contro il web (e contro Eco): e questo discorso è stato – ancora una volta, verrebbe da dire – un voler «girare gli occhi da un’altra parte», per non vedere quella stupidità che è nostra fin dalla notte dei tempi (discendenza di Nyx erebenne) ecc. Nietzsche, per l’appunto, diceva che l’uomo – e cioè l’imbecille – è una corda tesa tra la bestia, che non è mai stupida, e il superuomo che avrà cessato di esserlo.
Verrebbe da dire, pane al pane, vino al vino, che è un peccato che abbiano perso l’occasione, magari prendendo atto di ciò di cui è così difficile prendere atto (ma che Ferraris spiattella lì, dicendo pane al…): e cioè del fatto che la stupidità è universale, e anche iscritta nella storia – è un peccato, dicevo, che abbiano perso l’occasione di difendere altrimenti le ragioni del web: per esempio dicendo che il web è abbastanza democratico e che dà spazio a tutti: belli e brutti, imbecilli e intelligenti ecc. E invece, questo tirarsi la zappa sui piedi…

giovedì 20 ottobre 2016

L’homme en bermuda

Philippe Muray muore nel 2006 di cancro ai polmoni: era un tabagista incallito. Fece in tempo a vedere venir giù le Twin Towers e a scriverci sopra – sopra le macerie – dei libri. Chers djihadistes, del 2002, è uno di questi libri. Ora quel libro arriva in Italia edito dalla Miraggi Edizioni e Meotti (Giulio) ci fa un’articolessa: una delle sue, dove ripete stabilmente che l’Occidente ha un ventre molle. Titolo (ovvio) dell’articolessa: «Il ventre molle. Dalle torri gemelle al Bataclan, il Jihad è solo una distrazione per l’occidente in bermuda…». Io quel libro, di Muray, ce l’ho in francese, che poi è la lingua di Muray; ma non l’ho letto. Mi passò la voglia quella volta che scartabellandolo velocemente decifrai le ultime due righe. Dicevano: «Et nous vaincrons. Bien évidemment. Parce que nous sommes les plus morts», che tradotto suona così: «E vinceremo. Naturalmente. Perché siamo i più morti». Potevo leggere un pamphlet che se la prende con l’homme en bermuda – e cioè con lo stereotipo dell’uomo (occidentale) nichilista e relativista e turista? Ecco un altro passaggio (affatto superfluo): «Craignez le courroux de l’homme en bermuda! Craignez la colère du consommateur, du voyageur, du touriste, du vacancier descendant de son camping-car! Vous nous imaginez vautrés dans des plaisirs et des loisirs qui nous ont ramollis. Eh bien nous lutterons comme des lions pour protéger notre ramollissement» («Avete da temere l’ira dell’uomo in bermuda! l’ira del consumatore, del turista, del viaggiatore, del turista, del vacanziere che sbarca dal suo camper! Ci immaginate sprofondati nei piaceri e nel loisir che ci hanno rammolliti. Be’ noi combatteremo come leoni per proteggere il nostro rammollimento»). Una barba! Una pizza! E tuttavia leggendo oggi il pessimo articolo del Meotti mi è venuta quasi voglia di riprendere in mano l’opuscolo del Muray e di estrarne qualche altra massima. Peccato solo che debba ancora pelare le patate e metterle a bollire in pentola.
(avviandomi in cucina)

Se c’è qualcosa di davvero sciocco è questo relativismo di cui si va cicalando: sciocco tanto quanto la chiacchiera che ne fanno taluni. Dalla sua, appetto (che bello questo avverbio!) alla chiacchiera, ha il vantaggio non trascurabile di non esistere (nemmeno come categoria fenomenologica), mentre la chiacchiera, insistendo, esiste.
Bisogna essere chiari: solo per un equivoco il nichilismo è questo relativismo; solo per un equivoco il nichilismo è il consumismo. Si dice equivoco ma occorre intendersi: lo è abbastanza, e talvolta non lo è affatto: talvolta è una supercazzola.
Bisogna (allora) essere seri… o quasi. Per essere credibili, quando si dice che il consumismo è il male o il niente, l’assenza di valori assoluti, una corsa alla volta dell’indarno, con la scusa della soddisfazione immediata, bisogna piazzarsi fuori dei supermarkets e pigliare a schiaffi i consumatori con le borse piene di surgelati, appostarsi in quella via del centro e pigliare a schiaffi le signore che acquistano scarpe, negli aeroporti e pigliare schiaffi le abbronzature testé smontate dall’aeroplano, rinunciare alle medicine (prodotte dalle famigerate multinazionali) e crepare con contentezza.
Beninteso, il consumatore è antipatico e, spesso, spregevole: specie quando scambia un caffè per un diritto civile (ciò che dimostra l’inconsistenza del relativismo). E le imprese, con la loro etica del servizietto, pure. Ma fra coloro che condannano i consumers in troppi hanno piantato giù una cagnara per un caffè schifoso, in troppi frignerebbero per la sottrazione del frigorifero, per poter continuare a rifiatare.
(preparandomi un caffè)

Spigolature (quasi una rubrica)

Uno spazio pubblico per l’esercizio della ragione? Esclusi i club(s), i salotti (buoni e meno buoni), le accademie (per amore di controcultura, qualunque cosa significhi), le chiese, le piazze (dove ci vanno i Cerasa) non restano che i bar.

Tra le massime di Gibran ne troviamo una che non è tra le peggiori. Dice: «Li vidi mangiare e compresi chi fossero» (Massime spirituali, Milano, SE, 1992 p. 14). Se la depriviamo di quel tanto di moralistico che forse impropriamente le si può attribuire — alla massima —, potrebbe costituire l’idea-guida di un’inchiesta sociologica, con il caffettista nel ruolo del ricercatore impegnato in quella che in sociologia chiamano l’osservazione partecipante (partecipant observation).
(al bar)

Così il Rousseau nel suo prezioso Dictionnaire de musique: «Ho aggiunto, nella medesima tavola, il celebre Rans-des-Vaches [o Ranz des vaches o Lyoba o Kühreihen], questa aria sì cara agli svizzeri che venne proibito, sotto pena di morte, di sonarla presso le loro truppe perché faceva sciogliere in lagrime, disertare o morire quelli che l’ascoltavano, tanto eccitava in loro l’ardente desiderio di rivedere il proprio paese. [J’ai ajouté dans la même Planche le célèbre Rans-des-Vaches, cet Air si chéri des Suisses qu’il fut défendu sous peine de mort de le jouer dans leurs troupes, parce qu’il faisait fondre en larmes, déserter ou mourir ceux qui l’entendaient, tant qu’il excitait en eux l’ardent désir de revoir leur pays]».
(fotografando una tavoletta di cioccolato)

Dice Baricco: «Non so se vi piacciono le mappe nella vita. Io adoro le mappe. Mi piace il gesto della mappa; cioè quando gli umani cercano di… disegnare quello che hanno capito del mondo, perché così anche qualcun altro capisce e si possono scambiare delle informazioni e fra tuti si riesce a sopravvivere. È un gesto che facciamo da un sacco di tempo, da secoli e secoli. Mi piace da morire all’inizio quando le facevano che… facevano le mappe del mondo, proprio i cartografi, facevano le mappe del mondo senza sapere come era fatto, per cui sapevano qualcosetta, diciamo, no. E questo è proprio molto simile a noi. Non so, quando, quando vi capita che incontrate qualcuno che vi chiede: ‘Come va?’ No così, no… e voi fate una mappa, subito, ci state a pensare un attimo e poi, e poi, non so, dite: ‘Va bene, dàì!’… Mappa…».
Quello qui allato è invece, si fa per dire, Gerardo Mercatore, in olandese Gerhard Kremer, latinizzato in Gerardus Mercator (Kruibeke, 5 marzo 1512 – Duisburg, 2 dicembre 1594). Il tizio è stato un matematico, astronomo e cartografo fiammingo, celebre per i suoi studi nella cartografia e per aver inventato un sistema di proiezione cartografica che porta il suo nome (proiezione di Mercatore). Traggo tutto ciò da Wikipedia.
(guardando trenta secondi di Baricco – leggendo Wikipedia)

Preceduto da un pubblicità sulla ‘fatalità’ di un mascara, un imbarazzatissimo Cerasa spiega le ragioni della discesa in piazza contro la risoluzione dell’Unesco che utilizzerebbe in via esclusiva il nome islamico per riferirsi al complesso della moschea di Al-Aqsa, ignorando il termine ebraico Monte del Tempio (in abraico הַר הַבַּיִת‎, Har haBàyit). Il complesso, occorre aggiungere, è detto anche Il nobile Santuario (in arabo: الحرم القدسي الشريف‎, al-Haram al_qudsī al-sharīf ) ed è noto come Spianata delle Moschee. È una «Shoah culturale della memoria», dice Cerasa, che cancella «4000 anni di storia israeliana». Io propongo di cancellare ogni indicazione toponomastica.
(navigando in rete)

Quia imperfectum

Emilio Cecchi ci parla, in Messico (Milano, Adelphi, 1985 pp. 50 sgg), di Max Beerbohm e di un suo saggetto intitolato Quia imperfectum. È un accenno fugace, come si dice, ma, come ogni ‘accenno bibliografico’, mi accende di desiderio di risapere. Ne ho trovato menzione ancora in Arbasino (Ritratti italiani, Milano, Adelphi, 2014). Tuttavia Arbasino rifà Cecchi in un suo superfluissimo ritrattino: dove ciò che è interessante proviene da Cecchi e l’esornativo da lui, da Arbasino. (Stufa assai questo Arbasino caricaturale e pettegolo: pare di poter dire di lui ciò che proprio Cecchi dice di Adolphe Menjou: e cioè che ha un’aria di parrucchiere per signora). Mi accontento di un paio di citazioni, da Quia imperfectum, che traggo da Wikiquote. Dovrebbero invero essere memorabili ma mi lasciano freddino. Forse questa non è male però: «It seems to be a law of nature that no man, unless he has some obvious physical deformity, ever is loth to sit for his portrait». Dunque l’imperfezione non deve esorbitare…

Sull’imperfezione le cose più interessanti, almeno credo, le dice Cecchi. Eccone uno stralcio:
«Quando una donna Navajo sta per finire uno di questi tessuti, essa lascia nella trama e nel disegno una piccola frattura, una menda: ‘affinché l’anima non le resti prigioniera dentro al lavoro’. Questa mi sembra una profonda lezione d’arte: vietarsi, deliberatamente, una perfezione troppo aritmetica e bloccata. Perché le linee dell’opera, saldandosi invisibilmente sopra sé stesse, costituirebbero un labirinto senza via d’uscita; una cifra, un enigma di cui s’è persa la chiave. Per primo, s’irretirebbe nell’inganno lo spirito che ha creato l’inganno».
Ed anche il seguente:
«È un avvertimento contro il materialismo estetico. A forza di limare e calibrare, nel miraggio d’una compiutezza meticolosa, e povera di suggestioni naturali, di quante pagine abbiamo finito col farei un carcere, una gabbia. Ci siamo tirati la porta alle spalle. Da quelle vertiginose scacchiere di parole, da quelle tavole pitagoriche che quadrano da tutte le parti, non abbiamo saputo uscirne mai più».

(Pervenuti a un certo «grado di coltura», diceva Cecchi, si legge una cosa per trovarcene un’altra. Non so a quale grado di cultura io sia gionto: posso dire che mi capita di leggere una cosa, una qualunque, per dare l’abbrivio alla scrittura).


giovedì 6 ottobre 2016

Inutilità della scrittura?

Diceva qualcuno che l’agricoltore coltiva, il medico sta appresso gli infermi, il nocchiero travaglia per mare, il soldato in guerra, l’orefice negli ori, il pittore nei colori, il grammatico nelle regole, l’aritmetico nei numeri, il geometra nelle misure, il cosmografo nella terra, il musico nelle voci, l’astrologo nelle stelle, lo storico nelle bugie, il filosofo nelle cagioni. Insomma, a ciascuno la propria scienza. Ma uno che (come me?) scrive per il proprio personale diletto, senza raccontare nulla, e solo perché gli ‘scappa’ di scrivere, a quale scienza si applica? E anche ammesso che scrivere (bene) sia una scienza, a che pro? L’inutilità della scrittura: un problema vecchio tanto quanto i discorsi sulla scrittura probabilmente.
L’utilità della scrittura nessuno la discute: nasce forse — probabilmente — come uno strumento della contabilità, dell’amministrazione. C’è anche uno sforzo ‘epistemologico’ di ridurre il mondo, che hai suoi alti e i suoi bassi, i suoi pieni e i suoi vuoti, al piano (euclideo), a superficie scrittoria. L’àugure avrebbe guatato il cielo per leggervi gli eventi nel volo degli uccelli: quasi caratteri (di scrittura) su una superficie piatta: il modello della scrittura — la sua reductio — dispiega anche qui i suoi effetti. (Su tutto ciò rimando a un bel saggio di Franco Farinelli intitolato Il mondo, la mappa, il labirinto, in Origini della scrittura: genealogie di un’invenzione, a cura di G. Bocchi e M. Ceruti, Milano, Bruno mondadori, 2002, pp. 225 e sgg.) Ausilio della memoria, anche, e sua protesi (strumento). Dunque, dirà Rousseau, riprendendo una vecchia polemica che risale a Platone, un artificio e un supplemento (pericoloso): come la masturbazione, con cui supplisco alla mancanza di incontri carnali salvaguardando probabilmente la mia salute ma fino a un certo punto (Derrida, cui dobbiamo l’accostamento, ci scriverà sopra un libro; cfr. Della Grammatologia, Milano, Jaca Book, 1969, specialmente il capitolo ‘Questo pericoloso supplemento’, pp. 197 e sgg.). Qui il momento o l’occasione, per la scrittura, di diventare nociva e sterile, per esaurirsi nel ludo narcisistico.
Ecco l’inutilità della scrittura. Forse per questo (cfr. Roland Barthes, Il grado zero della scrittura, Torino, Einaudi, 1982, pp. 46 e sgg.) la scrittura ha avuto bisogno di giustificarsi come una forma d’arte, d’artigianato, di perizia tecnica: e la fatica che costa è diventata il suo alibi. Flaubert si sfibrò in qualche maniera. Giustificarsi appetto a chi? Alla società… Soprattutto perché c’è chi per sbarcare il lunario zappa la terra o avvita bulloni. Ma lo scrittore intende giustificarsi anche davanti ai bravi commercianti, ai bravi artigiani e persino davanti ai bravi capitani d’industria. Giustificarsi mettendo avanti appunto la fatica, l’impegno, le ore passate sui libri, al lume di una candela… Tutte cose che non consegna ai suoi romanzi, alle sue novelle, e nemmeno ai suoi articoli di giornale, se non indirettamente, e che confessa semmai in qualche carteggio, colloquio, intervista, dichiarazione di ‘poetica’… che fa scivolare in una maniera o nell’altra: magari lasciando detto alla domestica di propalare ai quattro canti del mondo quanto monsù è impegnato.
E così la scrittura — intesa come letteratura — vive (ancora oggidì?) una condizione ambigua. Forse è inutile ma è preziosa se costa, se è costata. Carlo Bo nel suo libro su Landolfi diceva che quest’ultimo scriveva per dimostrare l’inutilità della scrittura ma anche «per approdare a risultati d’eccezione, che di gran lunga superano le barriere dei nostri terreni di divertimento letterario» (cit. in. Giuseppe Panella, Carlo Bo e il piacere della lettura tra Luzi e Landolfi, in L’ermetismo e Firenze, a cura di Anna Dolfi, Firenze University Press, 2016, vol. 1, p. 222). (Non ho letto l’ultimo ‘pezzo’ di Le Labrene…). Certo la si può sempre ricondurre, la scrittura, al suo valore d’uso. A Gadda si ‘rimprovera’, si fa per dire, il suo barocchismo: lo si giustifica dicendo che la ricchezza dizionariesca sta per un interesse ‘scientifico’ e non per una specie di glossolalia: si tratta di non lasciarsi sfuggire la realtà nei termini generici e comuni. Ma il dubbio sulla sua inutilità e superfluità resta: dubbio, beninteso, che non è di chi scrive. Il punto è invece questo: perché la scrittura patisce fin dall’inizio questa specie di accusa?


P.s. Il qualcuno che compilò l’elenco qui sopra è Giovan Paolo Fabbri.