martedì 18 aprile 2017

Spigolature (quasi una rubrica)

«Every sperm is sacred», ogni spermatozoo è sacro. Emissioni masturbatorie non regolate (unregulated masturbatory emissions), fuori della vagina o delle strutture mediche, verranno sanzionate. La sanzione è pari a cento dollari (100 $). Così recita la proposta di legge di Ms Farrar, proposta che in questi giorni ha fatto un passo innanzi con la prima lettura nella state’s House of Representatives. Siamo in Texas e Ms. Farrar non fa sul serio o fa sul serio solo fino a un certo punto. La sua proposta, infatti, è una provocazione indirizzata a Mr Tony Tinderholt che ha presentato un disegno di legge alla Camera dal titolo «Abolition of Abortion in Texas Act». Mr Tinderholt ha detto al «Texas Observer» che la sua proposta mira a «forzare» le donne a essere «more personally responsible» nel sesso. Insomma, a educarle. Dunque Ms. Farrar, in risposta (risposta ironica, lepida…), propone di educare gli uomini.

C’era una volta un mercante, un ricco mercante; aveva, questo ricco mercante, tre ragazzi e tre ragazze: i suoi figli. Lo avete già capito, si tratta di M.me Le Prince de Beaumont: di quel suo raccontino, La belle et la bête, che tutti abbiamo letto almeno una volta. Qualcuno poi ne avrà vista anche la trasposizione cinematografica (disneyana) che uscì nel 1991. Io, nel 1991, ero già troppo anziano per un film di animazione (Disney); e ora che sta per uscire (sempre produzione Disney) un film live action, come si dice e come leggo, sono a tutt’oggi troppo anziano per rassegnarmi a una trasferta al cinematografo («Pour moi, qui suis vieux e ne puis marcher []». Non so dunque dir nulla sul cartone animato né saprò dir nulla del film; soprattutto ignoro che cosa possa esservi di queer o di gay nel primo; e fino ad oggi ignoravo persino il nome di Howard Ashman, l’autore dei testi delle canzonette. (Povero Howard, l’ennesimo scrittore di cui si continuerà a dire che era gay e che è morto di AIDS!). Il suo nome l’ho letto su «Slate» in un articolo di Marissa Martinelli dedicato alla nuova produzione Disney. Propongo a quelli del «Foglio» di scopiazzarlo aggiustandolo un poco: per esempio sostituendo l’espressione «marketing buzz» con un più diretto «quota gay», a suggerire un ossequio al pol. corr., e cioè a dire al pensiero unico dominante. Lo hanno già fatto? Pazienza. Io mi rileggo in poltrona il conte di M.me de Beaumont e noto innanzitutto che la costosissima istruzione che il buon padre fece impartire ai suoi sei figliuoli non dovette tuttavia essere di primordine se le sorelle maggiori di Belle divennero due presuntuosette che «se moquaient de leur cadette qui employait la plus grande partie du temps à lire de bons livres». Il temperamento è il temperamento; e le due sorelle pagheranno la loro presunzione e quella loro pretesa di trinciare giudizî…

Ecco un paio di frasi che non vorrei leggere in un romanzo: «Il caffè era caldo e aveva il profumo della vita»; «Le coperte avevano l’odore del sole». Le traggo da Flipper 1973 di Murakami. Il fatto che si trovino in una medesima pagina (la 162 dell’edizione Einaudi) peggiora, per me, il momento. Non mi dispiace Murakami e nemmeno questo suo secondo romanzo scritto alla fine degli anni Settanta, ma quelle due frasette… Come suoneranno in giapponese?
Sul caffè sarà che il pensiero più interessante l’ha detto Wittgenstein (Philosophische Untersuchungen, 1953, § 610, tr. it. Ricerche filosofiche, Torino, Einaudi, 1967, p. 209): «Descrivi l’aroma del caffè! – perché non si riesce? Ci mancano le parole? E per che cosa ci mancano? – Ma da dove viene l’idea che una descrizione siffatta debba essere possibile». Dunque l’aroma del caffè è ineffabile. Lo conosceva, questo pensiero, Murakami quando scriveva Flipper 1973 sul tavolo della cucina? Non ha davvero importanza.
Tuttavia nessuno ci impedisce di ragionare in astratto – e cioè, per essere precisi, in concreto – accostando l’ineffabile del caffè di Wittgenstein, del suo aroma, alla specificazione di Murakami. Ne viene che l’ineffabilità dell’aroma del caffè è la vivescenza o la sua imprendibilità ‘organolettica’. Forse per questo suona, la frase di Murakami, banalissima e kitsch. Come banalissima e kitsch suonava l’esclamazione di Tonino Guerra. Del resto dietro il profumo ci sta sempre la puzza; e la vita, nella sua costitutiva labescenza, sdrucciola. Lascio a chi vorrà avanzarle le riflessioni sulla seconda frase e sull’antipatia che forse – forse! – ne scaturisce.


lunedì 17 aprile 2017

Il virtuosismo senza pruderie di Yuja Wang

Parlerò di Yuja Wang e del brutto pezzullo che Mario Leone le ha dedicato su «Il Foglio» l’altro dì (il giorno 11 di aprile, con il titolo Il freddo virtuosismo di Yuja Wang è solo tecnica e cosce al vento). Ma innanzitutto, il 9 di aprile Yuja dichiarava al «The Guardian»: «But if I’m going to get naked with my music, I may as well be comfortable while I’m at it». Con ciò si provava a tappare la bocca ai colli torti che un giorno sì e l’altro pure si lagnano delle sue mise sexy. E mostrava humour e senso dell’ironia. Mettersi spiritualmente a nudo, peraltro praticando la musica che è arte «beautiful and sensual» per eccellenza, indossando un miniabito: c’era maniera più sottile per gettare il sospetto su certo cattivo misticismo in musicis?Avete mai notato che i musicisti, quando rinunciano al frac o allo smoking, vestono spesso una specie di clergyman (lo notava Charles Rosen)? Sono (o vorrebbero passare per) i sacerdoti, i ministri di un rito (sullo spettacolo come rituale cfr. Mary Gluckman, Max Gluckman, On drama, and games, and athletic contest, in Moore and Myerhoff, Secular ritual, Assen, Van Gorcum, 1977, pp. 227-243). «I am not a musician; I am really a rabbi», celiò una volta Bernstein (l’affermazione è riportata in Charles Rosen, Piano Notes. The World of the Pianist, Simon and Schuster, 2002). Nei riti, attraverso la presenza di un mediatore, avviene sempre qualcosa come una partecipazione dell’umano al divino, una comunicazione tra terra e cielo, tra la materia e lo spirito. La dico in maniera molto banale, come potrebbe dirla Julien Ries, per intenderci, giacché i riti svolgono probabilmente un’altra funzione, come accenna Bateson da qualche parte (cfr. Gregory Batson, Una teoria del gioco e della fantasia, in Id., Verso un’ecologia della mente, Milano, Adelphi, 1977, pp. 218 sgg. Max Gluckman, Gregory Batson, aggiungiamo Lévi-Straus…). Ora, noi sappiamo che tutto questo va sospettato profondamente e che dietro l’astrattezza di queste determinazioni c’è la concretezza di un’attività semiotica. E che altro volete che sia la musica se non una specifica attività semiotica? Mario Leone è ossessionato dal corpo di Yuja Wang che considera astrattamente – giacché astratti suono i suoi furori – sotto un duplice profilo: quello dell’automatismo atletico e quello dell’erotismo (dico erotismo benché questa parola mi paia assai impegnativa). Ma procediamo con ordine.
Scrive Mario Leone: «Giovane pianista, dalla tecnica o meglio dalla meccanica delle mani impressionanti. La Wang è esecutrice inarrivabile da questo punto di vista: ottave alla velocità della luce, anche più rapide di quelle della Argerich, incredibile velocità delle dita, possibilità di accedere a qualsiasi repertorio pianistico in particolare quello dall’elevato tasso tecnico. Yuja nasce con il pianoforte nelle mani e cresce in quella grande fucina di roboanti pianisti che la Cina sforna e manda in giro a stupire platee intere». La replica pare che Yuja Wang abbia voluto fornirla in anticipo – un paio di giorni prima – nel già menzionato articolo sul «The Guardian». Così, infatti, dichiarava: «I’m Chinese […] We don’t do guilt. We do zen»; e però andare all’estero, in nord America, all’età di quattordici anni, «it was right for me. I am independent-minded, self-reliant». Con mentori del calibro di Leon Fleisher e Gary Graffman, Yuja Wang ha conosciuto e penetrato il pianismo europeo. Invece il nocciolo della questione – l’arroganza del virtuosismo, la sua superficialità, la sua inessenzialità rispetto all’ethos veicolato dalla musica – è annoso risalendo addirittura a Platone. La radicalizzazione perfetta (compiuta) la colsi nelle parole di un critico musicale (di cui non farò il nome). Secondo il mio critico non c’è strumentista professionista che non sia solo tecnica e niente sentimento; quest’ultimo sarebbe la virtù bensì del dilettante che tuttavia manca di tecnica. Tandem, la musica è sempre ineseguibile; il suo significato sempre inattingibile.
Parliamo ora di sesso. Scrive Mario Leone: «Molte volte, in concerto, è più emozionante guardare le sue gambe che ascoltare le sue dita». E sia chiaro: «Non siamo così babbioni da scandalizzarci di una coscia buttata lì al vento o di un tacco vertiginoso». Bisogna invece notare che Wang «cerca in tutti i modi di concentrare l’attenzione sulla sua persona». E va da sé che non dovrebbe farlo, che dovrebbe votarsi alla musica; mettere a nudo la propria anima piuttosto che il proprio corpo e così via. Questa la piccola morale di Mario Leone; nel ritrattino psicologico (a buon mercato), il fallo, la menda, la sconoscenza dell’ethos (richiesto dal) musicale. Perché il problema – che pensavate? – è ancora il virtuosismo. E così nel terzo di Prokofiev, difficilissimo, «non manca una nota, splendido […] ma non c’è un suono bello, ammaliante. Tutto è buttato nella caciara della velocità»», e cioè nel meccanismo. Di qui «l’assoluta mancanza di gusto nell’interpretazione».
Ormai è chiaro che il corpo dell’interprete, con la sua fisiologia, con le sue abilità, con la sua mimica, con i suoi eccessi istrionici e le sue imperfezioni modali (tutte possibilità semiotiche), res intolerabilis iudicata est. Salvo che non si trasfiguri in corpo ascetico, alonare, trasparente «affinché la gente possa vedere meglio» (laddove, rammentiamolo, «Wang ti abbaglia affinché tu non possa vedere»); salvo che non faccia «corpo con la musica», come diceva Johann Heinrich Gottlieb Heusinger nel suo vetusto Handbuch der Aesthetik (Perthes, 1797, vol. I, p. 178), facendosi dimenticare dagli ascoltatori, facendo dimenticare il proprio ‘gioco’, il fatto di suonare.
Eppure sappiamo che dietro questo misticismo c’è spesso la pigrizia delle abitudini di ascolto, una certa forma di conformismo, di conservatorismo, l’inerzia. E Thomas Bernhard, con il suo Caribaldi, pretendeva «radicalismo e spudoratezza» nell’interpretazione.

giovedì 23 marzo 2017

Garçons de café

Tra le predilezioni voluttuarie dei frequentatori di bar e gli stili tutti personali dei baristi – tavoleggianti, servitori di sala, garçons de café, operatori delle catene dei grandi gruppi di ristorazione ecc. –, il cappuccino, la forma-cappuccino. Le predilezioni vengono prima, gli stili, le fisime, dopo, o quasi dopo. Delle predilezioni – l’adagio lo insegna – non si discute. Potrei forse azzardare che sono ghiandolarmente programmate; e aggiungere che, col tempo, diventano tavoli e sedie pieghevoli. Gli stili, l’ho quasi detto, germinano dalle fisime, dai tic, dai riflessi, dall’anatomia, dal corpo in generale (considerate le piccole difficoltà di un mancino alle prese con una macchina concepita per i destrorsi); e poi dalle abitudini, dai ricordi. Gli stili, per dirla con Barthes (Il grado zero della scrittura, Torino, Einaudi, 1982, p. 10), sono «la voce decorativa di una carne sconosciuta e segreta». Considerate, in aggiunta, l’umore del vostro inserviente: la degnazione, gli interpelli brutali, il ‘tu’ inevitabile, gli schiocchi di dita, gli ‘ohe’, gli sbuffi per l’attesa, la familiarità ostentata, la freddezza ostentata, il suo nome di battesimo che echeggia erompendo da bocche sconosciute, o l’‘ehi’ deittico – tutto questo non può che influenzarlo e passare nel suo stile: lo stile non è che «un transfert senza traccia» (ibid., p. 11).
Ora, viene da domandarsi se questa sua condizione di paria cui si aggiunge, in soprappiù, lo spettacolo tragicomico della aggressività ‘alimentare’, non sia la condizione ideale per pensare, per cominciare a pensare. Certo, il cappuccino s’ha da preparare e il caffettista, nella preparazione, si atterrà il più possibile alla forma; forma in cui troverà la pace del lavoro ben fatto e persino il plauso degli avventori che apprezzano sempre la spettacolarità di quella combinazione di operazioni che dà un risultato felice: qualcosa che Barthes paragonerebbe sicuramente alla scrittura di Maupassant o di Zola.
Sto barando con quel condizionale: Barthes paragona effettivamente la scrittura dei naturalisti all’abilità di un operaio che ripari un pezzo delicato (cfr. ibid., p. 50).

(La filosofia e la preparazione del cappuccino, Tricase 2017, pp. 80-81)

sabato 11 marzo 2017

#lafilosofiaelapreparazionedelcappuccino

Alla sua maniera, e cioè come sa fare, ha scritto un libro che ha voluto intitolare La filosofia e la preparazione del cappuccino. Di che parla La filosofia e la preparazione del cappuccino? Be’, intanto del cappuccino di cui fornisce la ricetta, la formula definitiva (e poi della bella intelligenza che consente di riluttare a formule e ricette definitive). È bensì, nullameno, questa Filosofia, un galateo delle forme che vorrebbe mettere al posto l’avventore del bar e fargli la ramanzina quando occorre: farla all’avventore: e cioè al bourgeois, al citoyen, al consumer… all’uomo in generale. Non, forse, esattamente un galateo sibbene un’etica more pragmatico demonstrata o constructa. Infine una satira, una sotie, nel senso di Gide, une œuvre fantaisiste, à fonction ironique et critique (così Gerald Prince), ove appariscono la pigrizia, la bêtise ecc. ecc. Non vorrebbe anticipare troppo e torna all’inizio per precisare che il massimo è un libro scritto nella solitudine, editato nella solitudine, curato in ogni dettaglio nella solitudine, che è il luogo della philosophia e della libertas

#lafilosofiaelapreparazionedelcappuccino

La filosofia e la preparazione del cappuccino è disponibile in tutti gli store online.

lunedì 6 marzo 2017

Bob tripped over his own name: what a boob!

Charlene (nome di fantasia) è assistant manager presso Starbucks; fra i suoi compiti c’è quello di vergare il nome del regular customer – del cliente abituale – sul contenitore monouso.
Charlene confida a Heather Wood Rudulph (del «Cosmopolitan») di divertirsi un sacco a storpiare i nomi sui barattolini: «How often do you intentionally spell someone’s name wrong on his or her coffee cup?» domanda Heather; «Most mornings, I do it just to mess with people». E così, un giorno, Charlene scrive col pennarello il nome «BOOB» sulla tazza di Bob e Bob s’incazza. Per chetarlo gli offrono un drink gratis.
Storpiare il nome proprio non è bello: significa misconoscere l’identità di chi lo porta: after all, it’s personal… Vergando il mio nome, la mia sigla, sopra una pietra, sopra la corteccia di un albero, ne faccio una specie di epigrafe che racconta la mia presenza, il mio passaggio. (Il nome, scriveva Manganelli, «è il gesto iniziale dell’autobiografia»). E pietra e albero diventano un po’ miei. Per i cani che ci pisciano sopra è la stessa cosa. O per la tigre di Michel Serres (si veda sopra p. 65). Proprio Serres (Le Mal propre, Paris, Le Pommier, 2008, p. 26) accenna al nome in calce a un documento, a un foglio, a una pagina, e ci aggiunge un attributo: l’attributo doux, dolce. Ma doux sta anche per morbido, docile, addomesticato. «Signerai-je celles-ci de mon nom doux?» («Siglerò questo con il mio nome addomesticato?»). Oppure ci urinerò sopra? Per segnalare che è mio, che mi appartiene.
Certi cuochi e certi camerieri idrofobi sputano nel piatto del rompicoglioni di turno: firmano il loro piatto o il loro servizio, lo personalizzano; si riappropriano di ciò che non è stato gradito: tempo, impegno, lavoro… Fanno benissimo. Nel film Amici miei diretto da Monicelli, il Necchi (Renzo Montagnani) piscia nella minestra dell’amante della moglie: segnala la sua proprietà; e se ne riappropria. Starbucks, McDonald’s ecc. appongono il loro logo sui contenitori: ci affittano il cibo direbbe Serres, anche quando, in subordine, ci stampigliano sopra il nostro nome.
Allora Charlene, storpiando i nomi, fa un’altra cosa; e i regulars customers dovrebbero esserle grati. Charlene cancella le tracce, le orme, le pedate del loro passaggio, come certi perspicaci che lungo una pista si trascinano dietro un ramo o una fronda. Bob? Bob non è mai stato qui.

(Da La filosofia e la preparazione del cappuccino, pp. 87-88)

domenica 5 marzo 2017

L'indice sulla guancia

Immagine di Gerhard Glück
C’est d’être libertin que d’avoir de bons yeux» (Tartufe, IV, 5), dice Cleante. Potrei parafrasare così: chi ci (colui che) vede è già un libero pensatore. Il che è dubbio, ovviamente. Mi domando allora se, per essere liberi pensatori, s’ha da adottare pose, posture, āsana: ce n’è, si dice, che scongiurano le emorroidi, la costipazione, i cattivi pensieri, l’agitazione (da assumere comunque a stomaco vuoto, raccomanda Sivananda); dunque perché no? — Ho pensato all’indice sulla guancia di Fusaro che pubblicizza il suo Pensare altrimenti. Questa postura non ha nulla di terapeutico benché faccia stare bene chi la adotta: sempreché chi la adotta voglia – ci tenga assai – a passare per un intellettuale, un libero pensatore. Costui, assumendola, è sgravato di una serqua d’incombenze; la prima delle quali è quella di parlare, fare dei discorsi e insomma convincere i proprî interlocutori che si è letto Marx o Gramsci o il Philosophe Inconnu. È sufficiente un gesto: il gesto di un (economico) alfabeto fisionomico. — «Non vi è cosa tanto importante quanto il poter discorrere senza parlare», scriveva un tale. Mi pare eccessivo. L’indice – il dito – indica una direzione, la direzione; ‘sorregge’ la lettura dei bambini; «per aggiungere un effetto tragico», suggerisce Walser, infilarlo «nel naso e frugacchiare su e giù con tale dito. Qualche spettatore piangerà» (Walser, Storie che danno da pensare, Milano, Adelphi, 2007, pp. 50-51)… L’indice – pensateci! – è meno ingombrante di quel braccio di Pompeo che spinse Karen Blixen in Africa (cfr. Blixen, I motti della mia vita, in Dagherrotipi, Milano, Adelphi, 1995, p. 315). Ma la cosa più interessante la dice Jean François Macé, l’autore di L’Histoire d’une bouchée de pain, di Les serviteurs de l’estomac. Di che ci parla Macé? Innanzitutto della pommette, dello zigomo. E dove poggia difatti il nostro indice? Prima indicazione: l’osso dello zigomo è doppio giacché ciascuna guancia ne abbisogna. Domanda: un indice su ciascuna guancia fa ancora (il) pensatore?... Poggiate dunque l’indice sul vostro zigomo e muovetelo verso la sporgenza dell’osso temporale e poi dalla parte opposta, verso l’osso frontale, «à l’endroit où vous avez posé le doigt tout à l’heure». Ecco un altro impiego dell’indice e per giunta sulla guancia: «C’est toute une géographie, comme vous voyez; mais il me semble que j’aurais eu plaisir, quand j’étais petit, à promener le doigt sur ma joue et à pouvoir dire le nom de tout ce qu’il aurait rencontré» (Macé, Les serviteurs de l’estomac, Paris, J. Hetzel, 1875, p. 69). Questo passaggio lo traduco: «È tutta una geografia, come vedete; ma mi pare che mi sarebbe piaciuto, da piccino, passare il dito sulla mia guancia e dire il nome di tutto ciò che vi avrei incontrato». (Pensando all’opportunità di fotografarmi con l’indice sulla guancia per fare la réclame al mio La filosofia e la preparazione del cappuccino).

mercoledì 1 marzo 2017

Jean-Benoît Casterman

Il père – ma forse è un frère appartenendo, il Nostro, alla Communauté des frères de Saint-Jean – il père Jean-Benoît Casterman è un ossuto prete francese ed è l’autore di un libretto intitolato Pour réussir ta vie sentimentale et sexuelle: à toi qui veux aimer et être aimé(e). Il libretto – opuscolo, manualetto – lo ha scritto nel 2006, un secolo fa, lo hanno pubblicato les Editions des Béatitudes, e a nove anni di distanza, dice il sito della congregazione di Saint-Jean (ma sono dieci), è giunto alla sua decima edizione, con sei traduzioni in lingua straniera, di cui una in arabo (in Libano), e con una non meglio precisata versione africana («version africaine»). — Venerdì scorso (il 24 di febbraio) uno studente del lycée privé di Neuilly-sur-Seine (Hauts-de-Seine) ha rivelato su Twitter che Pour réussir ta vie sentimentale et sexuelle ecc. ecc. è stato distribuito a scuola nell’ora di catechismo, che da quelle parti chiamano ‘séances de Formation humaine et spirituelle’. Ovviamente il Liceo si è scusato pubblicamente, cioè con il resto del mondo, e ha messo fine alla distribuzione dell’opuscolo. — Ma che diceva di così terribile il père/frère Casterman da suscitare l’indignazione della comunità? Secondo A. G., sul «Foglio», «nulla di eclatante»: «Padre Casterman ha qualche antiquata idea psicologista riguardo all’omosessualità (dice che è colpa delle madri: ma che cosa non lo è?)». A. G. è distratto, ahimè: Jean-Benoît dice cose più interessanti. P. e., scambiando l’omosessualità per un software, ingiunge: «N’active pas cette tendance en passant à l’acte. Sentir n’est pas consentir»; e spiega: «L’engrenage peur être fatal, car nos actes confirment et développent nos tendances». Ah, la fatalità di questi atti! — Ma che fine ha fatto tutta quell’altra faccenda delle tentazioni? Ha dimenticato il père/frère che i demoni ci mettono sulla via degli ostacoli: i pensieri impuri, e quelle visioni che, dice Atanasio, ci spaventano «imitando donne, belve, rettili, corpi giganteschi ed eserciti nemici»? In fondo era questa la parte più divertente della vita… monastica. Lo psicologismo di Casterman non è soltanto antiquato: è pure dilettantesco e tremendamente nojoso. (Altrove, sui siti di destra estrema, Casterman è più immaginoso; p. e. quando dice che è pur sempre un complotto franc-maçon quello ordito dalle Nazioni Unite).

venerdì 24 febbraio 2017

Libri bisognosi

Di Agostino Colombo e del suo ricettario non serberemmo memoria se il Doni non lo avesse menzionato nella sua Librarìa (recita il frontespizio del 1550: La libraria del Doni Fiorentino ecc. ecc.) – e cioè nella sua personale ‘bibliografia’. Già, ma chi era questo Agostino Colombo che trova menzione nella libraria del Doni? Un veterinario diremmo oggidì, un veterinario ippiatra per la precisione; un maniscalco o poco di più nel secolo decimosesto. E perché lo cita? Perché suo progetto – del Doni – è quello di dare «cognitione di tutti i libri stampati vulgari» nell’epoca sua; e senza intenzione critica alcuna giacché si sentiva insufficiente a dar giudizio delle buone e delle cattive opere; e neppure voleva farsi dei nemici (come taluni critici di oggidì d’altra parte…). Sull’opera «da medicar cavalli» di Agostino Colombo così scrive il Doni: «Non essendo io maniscalco, non vi saprei dire se le ricette che gl’ha composte son buone, vere; o no. Però anchora questi simil libri ci sono utili, non meno che bisognosi». Libri bisognosi e cioè a dire soccorrevoli: che bella espressione! ― Volevo aggiungere qualcosa sulla commozione indotta da questi ‘salvamenti’ di nomi e di vite – di esistenze – nelle menzioni bibliografiche (o nelle cronache o nei rapporti o dove volete), ma scopro che Agostino Colombo non era un Carneade, un Carneade qualunque; era invece, Agostino Colombo di Sansevero, il medico delle stalle reali di Ferrante I di Aragona, l’autore apprezzato di un De medicina equorum. (Dovrei allora correggere il mio incipit ma non ne ho voglia). Queste notizie le ricavo da una vetusta Storia della medicina in Italia di Salvatore de Renzi (stampata in Napoli nel 1845). Il mio compilatore prosegue citando, assieme al Colombo, tale Clemente Gattola di Gaeta, che fu protomedico del succitato Ferrante I di Aragona e che scrisse un De unitate animae. Non è curioso che si accostino i due medici (e le loro rispettive opere) di Don Ferrando? Intendo: il medico dei suoi cavalli e – si fa per dire – il medico della sua anima… ― Ecco, non vorrei dare l’impressione – darla oltremisura – di essermi smarrito. Di che parlavo più? Dei libri, dei cataloghi, delle bibliografie, delle librarìe; e dei nomi e delle vite… E di come compongano – di come questa librarìa sia – «un giardino di piante odorifere; le quali partoriranno frutti continuamente purgati d’ogni amaritudine». Questa ‘tropizzazione’ torna e ritorna nominando l’origine comune della ‘coltura’ e della ‘cultura’ (e rammentando la pianta quale prima superficie scrittoria). Mi sbaglio? (Certo, a un certo punto si scrisse pure sulla pelle degli animali, sulle pergamene, e l’arte dello scriba si fece… sartoriale). Per analogia e per contrasto l’archivio del Doni mi ha richiamato alla mente quello di Foucault, la sua Vie des hommes infâmes. Qui l’infamia, appunto, l’infamia gettata sugli irregolari, sui balordi, sugli originali; là la fama non sempre imperitura dei letterati, dei filosofi, degli scienziati. Qui e là libri bisognosi, testi bisognosi, esistenze bisognose (in entrambi i sensi).

giovedì 16 febbraio 2017

Se l’omosessuale deve restare una vittima

Per Diego Fusaro ogni estensione dei diritti alle coppie omosessuali demolisce la comunità naturale e primaria della famiglia; è un passo in avanti nella produzione degli individui isolati, «incapaci di parlare e di intendere altra lingua che non sia quella anglofona dell’economia di mercato». L’argomento non persuade e, a tutta prima, appare contraddittorio. Ciò che è peggio è che, per rafforzarlo, Fusaro non esita a ricorrere agli assunti assiomatici ed elementari di un quadro teorico artefatto, quello della cosiddetta teoria del gender, che nei suoi aspetti caricaturali e sfiguranti degli studi di genere (gender theories), di certe analisi di Judith Butler e, più indietro, di Michel Foucault (i miei riferimenti sono incompleti), è stato innalzato ad hoc da certa pubblicistica faziosa e propagandistica.
Ridotta all’osso e nel linguaggio banalizzante, fintamente divulgativo, di un Fusaro, di un Marletta, di una Perrucchietti e di tanti altri, l’ideologia gender (d’ora innanzi IG) negherebbe l’uomo e la donna per spingerli nell’indistinto o, per meglio dire, in quella zona grigia dove le identità sono disponibili, fruibili, intercambiabili, oggetto di ‘consumo’. Dissolutrice dei legami, incapace di dinamiche compensative, l’IG produrrebbe una fondamentale liquidità sociale, nel senso di Bauman, perfettamente congruente al mercato globale. Di qui, va da sé, la centralità dell’omosessualità – e non dell'eterocentrismo  nelle discussioni a senso unico sull’IG. È una centralità non accidentale. L’omosessualità è il focus imaginarius a partire dal quale il discorso dei sedicenti critici del genderismo acquista una sua improbabile coerenza. L’omosessuale è (sarebbe), infatti, il prodotto ‘privilegiato’ dell’IG: ‘scegliendo’ la propria identità di genere, negando la priorità onto-biologica del proprio sesso, l’omosessuale (e con lui la lesbica, il drag, il trans) è il prototipo della intercambiabilità dei generi. La scelta sarebbe però una scelta dimidiata e forzata, ideologica appunto, e avverrebbe fra le offerte disponibili sul ‘mercato’. Non si tratta allora di condannare moralmente l’omosessuale, che, lo si sente ripetere fino alla nausea, va accettato e accolto, ma di attribuirgli lo status ambiguo di vittima di un sistema, quello del mercato globale, o del capitalismo assoluto alla Fusaro, che lo forza ad acquisire un’identità-prodotto, un’identità che è un oggetto di consumo. (Accettate queste premesse si capisce perché Fusaro respinga l’estensione dei diritti alle unioni tra persone dello stesso sesso).
La perniciosità di questi argomenti è evidente; chi li definisce ‘omofobi’ non cade in errore ed è inutile che, su questo punto, Fusaro si mostri tanto irritabile. La reductio dell’omosessuale a ‘prodotto commerciale’ mira a estrometterlo come soggetto politico; indifferente ai costi che, in termini di impegno, di sofferenza, di dolore, l’attribuzione-assunzione dell’etichetta di perverso attribuitagli dalla medicina delle perversioni del XIX secolo – con i suoi tristissimi effetti: dalle cure mediche ai programmi dell’eugenismo, dal razzismo di stato alle persecuzioni naziste, come insegna Foucault – ha ingenerato, questa reductio misconosce, quando non nega tout court, l’ardua battaglia dell’emancipazione Un’emancipazione che è passata per il rovesciamento di una categoria medico-psichiatrica in una forma identitaria ricca, plurale, pluridimensionale (non schiacciata sulla sessualità) e socialmente riconosciuta.
Non si capisce nulla del cosiddetto orgoglio omosessuale (fierezza omosessuale) se non si tiene conto di questo processo e di questi gesti concretamente politici e creativi di cultura. Produrre forme di vita e di cultura omosessuali (un tema su cui ha insistito Foucault) è stato ed è il programma non scritto di tutte le battaglie di emancipazione. Ma oggi più di ieri si tratta di consolidare le conquiste e di fare un passo in avanti. L’appello oggi avanzato per il riconoscimento delle unioni omosessuali è il gesto politico con il quale si chiede la tutela di quelle varianti creative dei rapporti familiari prodotte dalla cultura omosessuale che, senza protezione, restano vulnerabili e fragili.
Ciò che c’è di davvero violento nelle affermazioni degli anti-gender sull’omosessuale sta tutto nel volerlo ancora e sempre vittima; nel perpetuare il suo destino di vittima. Che dicano quel che dicono e scrivano quel che scrivono per interesse personale, per il proprio tornaconto, può suscitare ilarità o disprezzo e, alla fin fine, poco importa. Ciò che rimane è l’ennesima ferita.

venerdì 10 febbraio 2017

Garota de Ipanema

Mentre suono – per me, unicamente per me – ‘Garota de Ipanema’, al pianoforte, ripenso al rapporto Censis sulla vita erotica degli adolescenti italiani. Di cui non m’importa nulla, ovviamente. E infatti, per essere sinceri fino in fondo, non penso affatto a quel rapporto sibbene a quello che ne conta su (racconta) Antonio Gurrado. Dice G.: vent’anni fa – quando G. era adolescente ed io già anziano – le ragazze si domandavano: «Perché un ragazzo quando deve baciare una ragazza si tira indietro?»; oggi invece: «In cosa consiste l’inseminazione artificiale?». E ne trae tutta una lezione – per i trentenni come lui – che né si sposano né figliano. Perché già lì, nella domanda sollevata vent’anni fa sul «misterioso strato dell’animo umano che fa recedere dall’istinto» … Istinto? Be’, certo, quello naturale che Iddio ci ha dato: per naturalem industriam le femmine tempore se praeparant ad partum eo modo quo facilius possit partus emitti… D’accordo, sta parlando, il buon Tommaso d’Aquino, degli animali, delle loro femmine che incurvantur ad fetum ecc. ecc., ma se è un misterioso strato dell’animo umano a farci recedere da qualcosa… L’istinto animale è in quel ‘deve’ della domanda; l’animo umano (il suo strato misterioso) ricusante è nell’atteggiamento del ragazzo che, appunto, si tira indietro. Insomma l’istinto di ingravidare (e di partorire) trova un ostacolo in una sostantività umana tutta animica (o quasi). Sai dove partoriscono le camosce? domanda Tommaso. Sono esseri minuti, abitano in luoghi petrosi (in locis petrosis habitant) e lì vi partoriscono (pariunt), infra le pietre. Gli uomini non vi hanno accesso, a quei luoghi, e per questo si domanda: Nunquid nosti tempus partus ibicum in petris? Ciò che significa che agli uomini ciò è ignoto per (a causa delle) le asperità del luogo (propter asperitatem locorum). La natura è asperrima e gli uomini ne sanno poco e talvolta la ignorano del tutto. E la ragazza di Ipanema? Che ne sa la ragazza di Ipanema? Non c’è fretta laggiù (come in Brianza, d’altra parte: Ipanema o la Brianza, Parigi o Zanzibar…): c’è il mare, c’è il sole; i ragazzi baciano e le ragazze pure. La ragazza di Ipanema è molto più… più urbana, più civile: né istinto (non partorisce fra le pietre, usa i contraccettivi e persino i preservativi) né animica (sa farsi baciare e deplora i misteri, i misticismi), pratica una sottile arte dei piaceri (una ars erotica). Bref: col piffero che pensa a figliare o a sposarsi… E se non è come gli adolescenti del Censis è solo perché gli adolescenti del Censis sono spesso stupidi sapendo poco o punto delle malattie sessualmente trasmissibili.

... e sulla letteratura cala il sospetto…

Qualcosa può «esistere senza diritto», dice Bacchin, ed essere persino «universalmente condiviso». Un errore, per esempio: esistente, persistente, condiviso, ‘partecipato’. Non è ininfluente che lo si sappia (come) errore. Saperlo come tale e non giustificarlo – come momento e transito verso qualcos’altro –; dargli in soprappiù pubblicità, significa agire da… Mi veniva ‘ideologo’ ma gli ideologi sono più spesso irretiti nel loro errore e la loro (buona) fede, in questi casi, non si discute. Però possiamo pensare anche a ideologi in cattiva fede: e cioè senza una fede (in ciò che sostengono). Cesare e Cicerone, con i catilinari il primo e contro Rullo il secondo, furono forse ideologi in cattiva (mala) fede. Il ‘caso’ dell’ideologo in malafede è interessante e c’è da domandarsi se, nella presunta età (epoca) della fine delle ideologie (o delle narrazioni, delle grandi narrazioni), le modeste carature politiche attuali non siano dei casi appunto di quel genere lì; e lo ‘spaccio’ di ticket (nel senso di H. e A., e dunque di repertorî di slogan) la dice lunga. Ma sulla tristitia del momento politico non voglio insistere. Però «in tristitia hilaris» (è un motto di Bruno): l’esposizione dell’errore ha una sua ‘piena’ legittimità nella fiction (parola su cui occorrerebbe spendere qualche parola…) giacché nella fiction la domanda attorno alla legittimità (e alla provenienza) viene sospesa. Allora l’esposizione dell’‘errore’, qui tra virgolette, avviene sotto la clausola di una sospensione dell’incredulità che viene data per scontata. Se per esempio sostengo la teoresi (erronea) che le rivoluzioni siano preparate dai vecchi e che siano i giovani a condurle a termine tornando ex abrupto ai principi, alla legge; e che insomma i giovani sono conservatori e i vecchi rivoluzionarî o casuisti (il che è lo stesso, per paradosso); se dico tutto ciò per giungere ad affermare che i giovani sono molto vicini «alla irrealtà, alla povertà del sognare»; se dico tutto ciò in un romanzo (come fa Boine ne Il peccato) – non sospenderò le mie critiche, non farò una ἐποχή, seguendo il ragionamento fino in fondo? Sappiamo tutti che il ‘critico’ delle idee espresse dal personaggio di un romanzo fa la figura dell’illetterato: non sospendendo la propria credulità finisce per essere credulo – o per credere alla povertà del sogno senza vedere la povertà né il sogno (né il sogno che per lui, aggiunge ovviamente Bacchin, è la realtà). Ma ciò significa che il ‘letterato’ (e cioè il lettore autentico) finisce per dubitare, in un modo o nell’altro della «pretesa della letteratura alla conoscenza» (Todorov); e sulla letteratura cala il sospetto…

Spigolature (quasi una rubrica)

Forse sui cosiddetti social è un po’ come parlare da soli a voce alta (metteteci le virgolette e dove vi pare). Fatti che non racconteresti agli intimi, ecco che li sciorini costì. Perché se non è uno sfogatoio e, al medesimo tempo, un rassicurarsi (un prendersi cura di sé)… Certo, con la speranza, o il timore, che qualcheduno, alieno (marziano), amico o nemico, un perfetto rompiballe, sospenda il tuo soliloquio. Penso a tutto ciò perché penso ai dialoghi di Rousseau; e al fatto che si fece in tre per venire a capo… Cercate di capire i miei puntini di sospensione! Venne a capo di qualcosa? Non è forse vero che Jean-Jacques uscì a prendere un po’ d’aria, a un certo punto?

Il premier Gentiloni – dall’ospedale, suppongo – ha firmato il via libera ai nuovi LEA (livelli essenziali di assistenza pubblica). Vaccini gratis per tutti e l’eterologa gratis per chi non si rassegna all’estinzione.

Ho rischiato l’osso del collo ma mi sono procurato la legna per la notte. Ora potrò leggere fino a domattina accanto al fuoco; giacché «è morte per le anime divenire acqua».
Una lastra di ghiaccio, che non ho rimosso, mi separa dalla legnaia, e fino a oggi mi sono divertito a rischiare una caduta con il mio carico. Non è vero che i piaceri subito fruibili si gustano non senza che siamo tentati di abusarne oltre ogni discrezione?
Non si possono portare due meloni sotto un sol braccio, però sopra un sol braccio si possono portare alquanti pezzi pedagnoli o tondelli. Ho pensato anche a questo.

Non mi dispiace l’inverno e amo il mio letargo. La primavera è impegnativa: ti costringe a sgambate, a biciclettate; insomma a uscire per prender aria, a riprodurti. In ogni modo non sopporterei una monotonia equatoriale (d’accordo, c’è la stagione delle piogge).

Ficcare la testa in una biblioteca e restare sull’uscio… non è una bella parola questa? Alludo alla parola ‘uscio’; anzi, non vi alludo punto. Usci di avorio e finestre di zaffiro, usci forzati o riserrati. C’è chi attacca pensieri alla campanella dell’uscio: e cioè si dà bel tempo, senza briga di checchessia. Quanti pensieri in una biblioteca: il campanello tintinna in continuazione. Si può restare sull’uscio di una biblioteca? Forse se si è sbagliata la strada alla ricerca della toilette o della cucina; sennò o dentro o fuori. Conosco persone alle quali le biblioteche non mettono nemmeno disagio: ne ignorano quasi l’esistenza. Altre alle quali lo mettono perché vi sono state introdotte a forza: i danni della scuola dell’obbligo. Ma non le biasimo, le prime, e nemmeno le seconde, se hanno altro per la testa o altrove: una carriera di scrittore, il mercato azionario, sogni penosi o stucchevoli, l’appetito o la fame… Non so se debbo stare a spiegare cosa intendo con ‘o dentro o fuori’ e, in ogni caso, non ho più tempo: vo a preparare gli spaghetti alle vongole: ne ho letta la ricetta in una rivista di fanteria.

 Pensavo che il biliardo fosse un esperimento fortunato di David Hume.

Quale esempio del platonismo di Hofmannsthal alcuni commentatori adducono il fatto che abbia preposto a Ad me ipsum il seguente esergo di Gregorio da Nissa: «Quocirca supremae pulcritudinis amator quod jam viderat tamquam imaginem eius quod non viderat credens, ipso frui primitivo desiderabat». Trovo molto divertente che si accordino su quel benedetto platonismo menzionando un esergo.
Sul ‘bisogno di mondo’ (e cioè dove H. non è più ‘platonico’) penso a Elektra: vi entra, nel mondo, con l’azione; meglio, vorrebbe entrarci con l’azione; un’azione da nulla: scannare la madre ecc. Crisotemide, la sorella di Elektra, in tutt’altra maniera: e cioè facendo un bambino; vorrebbe restare in cinta (in cinta del mondo disse una volta Gould suonando il passaggio straussiano).

Una presunzione corrente vuole che lo sragionatore possa e debba essere ricondotto alla ragione, alla placida ragione, con un discorso razionale (‘logico’): e cioè (anche) invitandolo a un simile discorso; invitandolo a ragionare. È vero invece che nemmeno quelli che ‘ragionano’ spesse volte fanno discorsi razionali e che nel quotidiano pensano saltabeccando, saltando di palo in frasca. Tornando allo sragionatore, quando lo si volesse chetare, ridurlo a miti consigli, sussurrargli una berceuse.

Riprendo in mano il volume di Conversazione in Sicilia di Vittorini. Amo Conversazione in Sicilia di Vittorini e amo questo volumetto einaudiano (collana NUE). Proviene, il volumetto, dal solito mercatino dell’usato; prezzo: 2 euro. Tutte le volte che lo riprendo in mano per una rilettura spiccia o meditata mi si squaderna su una certa pagina dell’introduzione di Sanguineti. Il vecchio proprietario (del volumetto) doveva essere un tipo diligente, scrupoloso. Lo do per morto giacché non riesco a immaginare che possa essersene liberato dopo la pedante e meticolosa glossatura (la parola esiste) cui lo ha sottoposto. Per esempio sotto il nome di Edoardo Sanguineti leggo (e leggo tutte le volte perché è lì che mi si squaderna): «Scrittore italiano genovese».

Fra le quattro infermità cortigiane dell’uomo, Luis Lobera de Avila, medico di sua Maestà, colloca la sciatica. E consiglia un vomitivo: vomitivi vagliono (sic!) a preservare dalla sciatica; e giovano a curarla. Soffrendone, in questi giorni, mi sono limitato a rimediare un Oki dal macellaio qui all’angolo; qui all’angolo, sulle rive del Verbano.

giovedì 2 febbraio 2017

Il giovane critico

Thomas Bossard - La marelle
Il giovane critico, l’epa avvolta in magliette o maglioni, detesta la camicia; il giovane critico, barbuto e arruffato, occhialuto, miope, un sorriso smagliante e la noja nella ruga della fronte, detesta la propria voce che chiama – definisce – fessa; Il giovane critico… siede scomposto. Sempre. Si tratti della sedia di una trattoria dove mulina le braccia in lieti conversarî, di quella conferenziale delle sedute conferenziali, dove mulina le braccia… Talvolta siede per terra, per essere più informale, per somigliare allo studente in salopette con la tracolla floscia. 
Il giovane critico invecchia irrimediabilmente ma resta giovane anche a trentacinque o a quarant’anni. Anche a quarantacinque. (E, d’altra parte per tutti è e resta un giovane critico). È un Puer aeternus; ed anche un Kulturkritiker polifonico e cacofonico. Si diverte – e (si) perverte – nel rovesciare i giudizî critici consolidati: quello che sta in alto lo sposta in basso; quello che sta in basso, in alto. Ed è questa meccanicità a insospettire. Una volontà programmatica il cui programma è arrivare: il giovane critico è un arrivista. Ha dei maestri, il giovane critico, che ama e che rispetta; ai quali s’ispira. Sono un po’ come lui: polemici, sarcastici... Però a tutto ciò essi sono giunti tardi, quando il ‘demi-monde’ della cultura – lasciatemi scrivere così – ha cominciato a trovarli superflui: superflui fra i superflui.
Il giovane critico è sempre, alla sua maniera, critico militante. Che significa critico militante? Non vorremo davvero porci un simile interrogativo e (soprattutto) provare a rispondervi! Non ne usciremmo vivi. (Ecco una maniera per uscirne senza sfigurare troppo). Il giovane critico militante sa pestare i piedi ‘giusti’ benché talvolta gli capiti di pestare quelli ‘sbagliati’: in quest’ultimo caso non se ne dispiace troppo, trovandovi l’occasione per reclamizzare la propria ‘obiettività’. S’è detto che il giovane critico vuole ‘arrivare’; aggiungo che vuole passare alla storia: e in ciò è confortato da una frase di René Wellek: «La critica non può essere estromessa dalla storia letteraria».

lunedì 23 gennaio 2017

La giöbia

Si fa ancora in tempo, dalle nostre parti, a veder bruciare la giöbia, e cioè quel fantoccio con fattezze di vecchia e di strega. Giöbia – la parola intendo – si sovrappone a giöbiana (gibigiana), che significa fantasima o anche barbaglio, riflesso del sole in uno specchietto, e dunque, in qualche modo, scherzetto fra fanciullini. Giöbia viene invece da jovia, dies jovia (dies iovis), giovedì. E ciò spiega perché l’ultimo giovedì del mese di gennaio si bruci, dalle nostre parti, il fantoccio, la strega. Per cosa stia poi detta strega possiamo darlo per certo. Si brucia il brutto dell’inverno, i suoi rigori, i suoi perigli; e lo si fa levando schiamazzi e percuotendo pentolacce. Il rogo del fantoccio con sembianze di strega e di vecchia – è superfluo dirlo – rammenta i roghi, quelli veri, delle streghe. Ho principiato qui dicendo che si fa ancora in tempo ecc.; ma devo aggiungere che non ho mai assistito a questo rito o carnevalata. E nemmeno mi sarei ricordato dell’evento se non avessi cercato notizie su quella ghenga di ultrasettantenni che qui, sulle rive del Verbano, taccheggiava latte d’olio extravergine d’oliva nei supermercati. Li hanno beccati gli abominevoli pensionati con i bagagliai delle auto costipati, con le mani nell’olio. E per un momento, in un baleno di crudeltà, li ho immaginati, loro e il loro olio, in un grande braciere: giöbie da bruciare per allontanare i rigori e perigli dell’inverno, della crisi economica. Non è vero niente ma lasciatemi celiare. D’altra parte, non credo che si stia accrescendo l’odio per i vecchi – la haine du vieux, il morbo incurabile di Arnaud Le Capelier –: quell’odio che Orwell raccontava nelle giovani generazioni del primo dopoguerra, in Inghilterra; quell’odio che si accaniva, alla stessa maniera, sui romanzi di Walter Scott o sulla Camera dei Lords; quell’odio che serpeggia sempre nelle associazioni di reduci. Però recentemente ho letto la gustosissima polemica di una trentenne scrittrice sulle colpe dei sessantenni consulenti editoriali – è lei a farne una questione generazionale – e lì mi è parso che l’odio… 

lunedì 16 gennaio 2017

Sopra una frase che de Quincey

«Infatti se un uomo si lascia andare una volta a uccidere, molto presto giungerà a considerar cosa da poco la rapina, e da qui passerà al bere e al non osservare le festività, quindi alla villania e alla procrastinazione. Una volta avviatisi per quella china, non si sa dove andrà a finire. Molti debbono la propria rovina a questo o a quell’assassinio cui al momento non avevano badato gran che».
Così Thomas de Quincey in un libretto intitolato L’assassinio come una delle belle arti (Parma, Guanda, 1990 p. 58). L’effetto comico – o umoristico – di questo passaggio dequinceyano sta nell’inversione. E proprio all’inversione – e al suo effetto comico – accenna Bergson nel suo bel saggio sul riso (cfr. Il riso. Saggio sul significato del comico, Milano, Feltrinelli, 2011, pp. 61-62 e 74 sgg.), che è anche un ‘ricettario’ degli effetti comici cui quanti si propongano di far ridere farebbero bene ad attingere. Nel nostro caso abbiamo l’inversione di una scala assiologica negativa. Ma questa inversione – che apparterrebbe a un mondo sossopra e a rovescio – è solo uno degli effetti comici del passaggio: forse il più evidente. Un secondo effetto sta nella consequenzialità: se… presto giungerà… quindi… Ineluttabilità di un destino o di un processo naturale. Ed ecco l’automatismo: un altro dei ‘segreti’ del comico individuati da Bergson (passim). Incidentalmente: separerà (separerebbe) la tragedia dalla commedia, ed Edipo da Sganarello, tutto un lavorio sulla realtà (cfr. p. 83) che ne cava l’individualità e l’universalità: anche queste, dunque, un «effetto prodotto» e non una «causa» (p. 97).
Raddrizziamo ora la nostra scala. Tolta l’inversione permarrà la consequenzialità con il suo effetto comico. Non è ridicolo pensare che un uomo che non rispetti i propri impegni finirà prima o poi per ammazzare qualcuno? Certamente lo è. Ma, solo che commetta un crimine, e il fatto che non rispettasse gli impegni finisce – finirà, con tutta probabilità – nel suo quadro clinico: condizione né necessaria né sufficiente, integrerà il suo ritratto psichiatrico. Il ridicolo (il comico) svapóra non appena la consequenzialità ‘automatica’ e una certa facile schematicità del discorso – o delle situazioni – scricchiolano.
Esaminiamo ora il caso di Antonio Boggia, il cosiddetto mostro di Milano, reo confesso del crimine di assassinio con grassazione di quattro persone, e per questo condannato a morte per impiccagione nel novembre del 1861. La testa di Boggia, dopo l’esecuzione della sentenza ovviamente, finì tra le mani del dottor Lombroso. Ecco come la descrisse brevemente: «Boggia avea le orecchie ad ansa, gli occhi obliqui, con seni frontali sviluppati e il labbro superiore sottile» (L’uomo delinquente, Milano, F.lli Bocca, 1896. p. 280). Un altro passaggio (dove Lombroso attribuisce al nostro mostro trentatré omicidî): «Boggia, stracciaruolo, condannato a Milano come colpevole di trentatré assassinî, ascoltava tutti i dì la messa; reggeva il baldacchino tutte le volte che usciva fuori il SS. Sacramento; era presente a tutte le sacre funzioni; predicava continuamente la morale e la religione di Cristo e non vi era pia associazione alla quale non appartenesse» (pp. 502-503). Intuiamo qui deduzioni – o induzioni – ‘facili’, applicazione automatica di pattern, una schematicità apodittica: ciò che forse può indurre a trovare comiche le riflessioni di Lombroso.
Eppure l’agilità nei trapassi e nell’applicazione di un sapere, scambiata per bella semplicità (simplex est sigillum veri), è apprezzata e abbastanza ‘richiesta’. Restiamo al caso Boggia. Un decennio prima della sua esecuzione, nel 1852, Boggia era finito nei guai per aver attentato alla vita dell’amico Giovanni Comi armato di un’ascia. Anche in quella circostanza Boggia rese piena confessione, evitò tuttavia la condanna perché «quattro periti medici, delegati a studiarlo, ebbero a dichiarare che il Boggia non era da ritenere contabile della propria azione» («La gazzetta medica italiana. Lombardia», vol. 21, p. 100). Quando quasi dieci anni più tardi la giustizia tornò a occuparsi di Boggia, adottò un provvedimento stravagante: richiamò quei medesimi periti «a soggiungere qual giudizio avrebbero dato nel 1852, se invece delle basi di fatto in allora additate, avessero avuto quelle ben differenti che il giudice poteva di presente somministrare». Va da sé che «essi dichiararono che in tal caso avrebbero tenuto il Boggia responsabile del suo operato, dando così un giudizio opposto a quello che già avevano pronunciato». Non un sapere che si emenda ma un sapere chiamato a confermarsi, nella sua coerenza o semplicità, in grazia di elementi sopraggiunti con dieci anni di ritardo. E qui torno a Bergson, al suo saggio. Scrive Bergson: «Noi non vediamo le cose stesse; ci limitiamo, il più delle volte, a leggere le etichette incollate su di esse» (op. cit., p. 92). Questa semicecità, questa miopia della ‘conoscenza’, aggravata o prodotta dal linguaggio, impedisce forse al sapere e ai suoi detentori di scorgerne gli effetti comici o quasi comici.

giovedì 12 gennaio 2017

Viaggiare

René Magritte, Les Rêveries du promeneur solitaire, 1926
Da Berna a Ginevra sono due giorni di cammino; e – possiamo dubitarne? – a percorrerlo è R.W. Il suo tragitto si chiude sull’île Rousseau, ai piedi dell’imponente bronzo di Pradier. Che fa il filosofo troneggiante? Oltracciò – troneggiare – scrive agghindato all’antica. Si leva il cappello, il nostro visitatore, e osserva che è gesto compìto «davanti a quest’irremovibile che suscitò tanto movimento» (La rosa, Milano, Adelphi, 1992, p. 24). In verità, lo sa bene lui, il ginevrino si mosse molto e amò molto viaggiare: «l’ineffable félicité du voyage», dice nelle Confessions. A piedi. Diciannovenne con l’amico Bâcle, un tizio appena conosciuto, da Torino a Chambery, in un viaggio indimenticabile: monti, prati boschi, ruscelli, villaggi «se succédaient sans fin et sans cesse avec de nouveaux charmes». (Ma leggete R.W, e saranno i medesimi incantamenti…). Da Soleure (Soletta) a Parigi, in quindici giorni e poi da Parigi a Lione in… Scrive, rammaricandosi di non aver tenuto «des journaux de mes voyages»: «Jamais je n’ai tant pensé, tant existé, tant vécu, tant été moi, si j’ose ainsi dire, que dans ceux que j’ai faits seul et à pied» (il faut traduire ça ainsi: «Mai ho tanto pensato, mai sono tanto esistito, mai ho tanto vissuto, tanto sono stato me stesso, se posso dirlo, che in ciò che ho fatto da solo e a piedi»). Un ultimo viaggio, a piedi, da Lione a Chambery (nel 1732), per raggiungere maman. Ma nessuna trepidazione, come al solito: «Raccontando i miei viaggi sono com’ero facendoli: non saprei arrivare». R.W. sottoscriverebbe parola per parola. Molto più tardi, tra il 1777 e l’aprile del 1178, darà nuovamente testimonianza di questo suo piacere per le passeggiate solitarie – si trattava ora di passeggiate igieniche attorno a Parigi, l’ultimo voyage datando 1732 – nelle Rêveries du promeneur solitaire. E vi conferma, all’inizio della seconda promenade, un pensiero già consegnato alle Confessions: «Coteste ore di solitudine e di meditazione [quelle delle passeggiate] sono le sole della giornata in cui io sia pienamente me stesso, e per me stesso senza diversioni, senza ostacoli, e in cui possa verosimilmente dire di essere come la natura ha voluto». Addirittura! Qualcuno ricorda come concepì il suo primo Discours (Le Discours sur les sciences et les arts)? Lo concepì mentre si recava a piedi a Vincennes da Diderot, al quale avevano il dato il castello e il parco «pour prison sur sa parole» (Confessions). Qualcosa che sarà anche di R.W., come una corrispondenza tra la scrittura e la passeggiata, affiora qui. (Ma quanto più penoso sarà scrivere per Rousseau che meditava nel letto le sue frasi e le dimenticava puntualmente sedendo allo scrittoio). Rousseau morirà lasciando incompiute le sue Rêveries al rientro da una di quelle passeggiate, a Ermenonville. Monsieur Le Begue de Presle, dottore in medicina della Facoltà di Parigi, così ci ragguaglia sulle circostanze della sua morte: «Giovedì (2 luglio [1778]) si levò di buonora, fece una passeggiata secondo il suo costume sino all’ora di colazione, che fece al solito con del caffelatte preparato dalla moglie, e di cui ella prese una tazza, come pure la sua serva. Subito dopo […]». Subito dopo, insomma, morì di apoplessia. Non molto diversamente morì R.W. il 25 dicembre 1956 nei pressi del sanatorio di Herisau, dov’era ricoverato: e cioè al rientro da una delle sue passeggiate, d’infarto. «Il suo corpo sembra un segno di matita tracciato sulla neve», dice Beppe Sebaste: un grafo su un foglio bianco. Sebaste parla di R.W. in un libro intitolato Panchine (Bari, Laterza, 2008) e verrebbe da dire: niente di meglio di una panchina per riposare nelle soste di una passeggiata. Sebaste è seduto su una panchina ed evoca il nome di Walser. Dove si trova? A Ginevra ovviamente.

martedì 10 gennaio 2017

Il segreto sessuale della Chiesa (di Slavoj Žižek)

È davvero un peccato che Mimesis non fornisca informazioni sui saggi di Slavoj Žižek raccolti con il titolo Il segreto sessuale della Chiesa (2010, pagg. 48, Euro 3,90). Ciò che traggo dalla lettura del libretto – dai riferimenti all’attualità (l’11 settembre, il terrorismo, le torture di Abu Ghraib, i casi di pedofilia che hanno coinvolto la Chiesa cattolica, lo scandalo sessuale dell’orfanotrofio Alojzije Stepinac) – mi induce a collocarli attorno alla metà degli anni duemila. Un fil rouge annoda peraltro i primi due interventi e varrebbe la pena di esplicarlo – mi veniva disvilupparlo – anche solo per intendere come Apocalypse Now di Coppola e i casi di pedofilia nella Chiesa cattolica possano comparire nelle pagine di un medesimo saggetto; e, inoltre, per rivelare il ‘segreto’ del titolo. In questo mio piccolo intervento mi pongo quest’ultimo obiettivo.
Il primo articolo – ‘L’immunità sull’altare del peccato’ – lascia implicite questioni che andrebbero forse esplicitate subito. La pedofilia, scrive Žižek, «è generata dall’istituzione cattolica del sacerdozio come sua ‘trasgressione intrinseca’, come sua oscena appendice segreta» (p. 13). Per affrontare seriamente il problema, prosegue Žižek, la Chiesa dovrebbe perciò far emergere la propria «responsabilità in questi crimini, in quanto istituzione» (ibid.). Se la riluttanza della Chiesa cattolica ad ammettere gli scandali e a coadiuvare le indagini non è intelligibile solo come una forma di resilienza, o come strategia comunicativa del Network, ma anche, e soprattutto, come opacità dell’istituzione in sé e del ministero sacerdotale, resta, in questo primo intervento, tutta da intendere la ragione di questa opacità. E qui faccio una digressione.
Don Ernesto Buonaiuti mostrava insofferenza per l’ipocrisia della morale casistica cattolica dove l’imposizione di un codice rigidissimo è sempre derogabile (e la violazione del medesimo sempre amnistiabile) in grazia di sottigliezze sofisticate. Secondo Buonaiuti le carenze morali (anche del clero) erano da ricondurre «a questa intima falsità della morale cattolica ufficiale» (Ernesto Bounaiuti, I rapporti sessuali nell’esperienza religiosa, Roma, De Carlo editore, 1949, p. 87). Di più: il celibato ecclesiastico, residuo della concezione agostiniana della concupiscenza, gli appariva uno strumento per tenere i ministri in uno stato di minorità: «strumento docile e passivo nelle mani delle superiori autorità, e una ruota impeccabile nel complesso ingranaggio dell’associata vita religiosa» (p. 113).
Ho citato don Ernesto Bounaiuti perché mi pare fornire una prima risposta a quella opacità della Chiesa cattolica, come istituzione, cui ho testé accennato. Žižek, per parte sua, fornisce una riposta nel secondo scritto dell’opuscolo intitolato ‘Il cuore di tenebra delle consuetudini’: e ci si può fondatamente domandare se questa sua risposta sia in ‘concorrenza’ con quella di Buonaiuti o se la integri, in qualche modo. Questa risposta attinge alla psicanalisi.
Non v’è codice, o legge, dice Žižek, che non funzioni grazie a regole informali e consuetudinarie; l’intelligenza di queste regole – consuetudini – è indispensabile per capire il funzionamento della legge. Soprattutto: quando la legge sembra offrire una scelta, la consuetudine implicita la rende frequentemente obbligata. È, per esempio, il caso del potlatch dei nativi americani (cfr. p. 15), dove lo scambio di doni implica, per consuetudine, il rifiuto. Anzi, il caso del potlatch è particolarmente significativo per queste sue tre caratteristiche fondamentali individuate da Marcel Mauss (che Žižek non cita): collettività dello scambio, coinvolgimento delle persone e delle ricchezze simboliche, obbligatorietà a dispetto della apparente volontarietà (Sociologie et anthropologie, Paris, PUF, 1966, pp. 150-151). Dispositivi analoghi – sopraindividuali, collettivi, solidali, coercitivi mentre paiono offrire libertà, e che mettono in gioco uomini, ricchezze e simboli – governano società più o meno chiuse, partiti politici, imprese, istituzioni ecc. Sono «l’inconscio istituzionale» di quelle realtà. Un dispositivo analogo «interessa la Chiesa cattolica come tale» e la fa funzionare «come istituzione sociosimbolica». Per essere chiari, la pedofilia è anche il prodotto di un simile inconscio e non «qualcosa che riguarda solamente le persone» (p. 23).
Si è detto sopra dell’opacità dell’istituzione; detta opacità non è che una forma di resistenza che l’istituzione (la Chiesa cattolica o l’esercito o il college o il Ku Klux Klan) oppone allo svelamento del «segreto osceno» o «sottofondo osceno e misconosciuto» che la regge. Il silenzio e la scarsa collaborazione della Chiesa cattolica sugli scandali pedofili obbediscono meno a «ragioni conformiste» che a una volontà oscura di preservare «il suo più intimo segreto osceno»: il «lato oscuro» o il «cuore di tenebra» (Heart of Darkness è il titolo del noto romanzo di Conrad da cui Coppola trasse liberamente ispirazione per il suo film) del sacerdote cristiano (p. 24).
Questo è davvero, per Žižek, il segreto sessuale della Chiesa. Ma, per Žižek, è anche un caso esemplificativo del sistema delle ideologie. Non basta dire che le ideologie sono consolatorie per chi appartiene al gruppo e spietate con gli outsider (come ha scritto recentemente Azar Nafisi (La Repubblica dell’Immaginazione, Milano, Adelphi, 2015); bisogna invece aggiungere che il loro sistema accetta e respinge con le sue regole non scritte, con le sue consuetudini, con il suo inconscio istituzionale. Una critica delle ideologie dovrà dunque tenerne conto e aggredire i «supplementi superegoici osceni» che sostengono la messa in pratica del testo ideologico» (p. 26). Una dissidenza critica, per esempio, disturberà l’omosessualità implicita dei riti sessualizzati del nonnismo nell’esercito, nei college ecc., che regge «l’esplicita omofobia» (p. 27).
Piccolo corollario: se la Chiesa cattolica ha un segreto sessuale tutto suo e inconfessato ne verrà a capo – sarebbe una forma radicale di autocritica – solo rinunziando al celibato e celebrando le virtù dell’omofilia, «il culto del fascinum, come dicevano i latini» (Parise, Quando la fantasia ballava il «boogie», Milano, Adelphi, 2005).



lunedì 9 gennaio 2017

Spigolature (quasi una rubrica)

Immagine di Thomas Bossard
Penso che la metafora del pomodoro (vedi qui https://goo.gl/Vko1uX ) sia fuorviante. I ‘sapori’ hanno una loro storia congetturale anche per chi ha vissuto a lungo e ricorda l’arrosto della bisnonna (accontentandosi, in verità, del fumo). Non è un caso che Proust pigliò – ed elesse – la madeleine (un biscotto). Infatti, tutt’al più (tuttalpiù), i sapori riguardano la memoria involontaria. Le ricette ci mettono una pezza.
Per me la scrittura letteraria (potremmo chiamarla, con una punta di snobismo, scrittura d’arte) è (o dovrebbe essere) un corpo a corpo con la scrittura: e cioè con le scritture venute prima. Gadda duella con Manzoni, per esempio. Senza questa ‘lotta’ (o gara o contesa), che arriva allo scippo della parola (per un impiego più proficuo, almeno a livello dell’intenzione, quasi si trattasse di emendare, di rettificare, o di impiegare a maggior profitto), niente letteratura. È questa la ragione per la quale per essere all’avanguardia (mettiamoci pure le virgolette) è necessario guardare indietro. Chi fa tabula rasa del suo passato (e che è un passato ‘proprio’ è evidente quando si vestano i panni dell’artigiano o degli artisti alla vecchia maniera) è, in certa misura, costretto a ripartire daccapo. E non farà che un passo dei passi che quelli che sono venuti prima di lui hanno percorso. Ripartire dall’insegnamento di quelli venuti prima di noi: ecco una ricetta E, nel caso di specie, come dicono i giuristi, leggere e rileggere e rileggere… Non ci si abbrevia il cammino e magari si scriverà da vecchi, ma pazienza…
C’è un pregiudizio abbastanza diffuso: parlo una lingua che tutti capiscono dunque, se scrivo decentemente, tutti dovrebbero apprezzarmi (per i contenuti, per quello che esprimo ecc.). Ma la lingua letteraria è una lingua artificiale di cui bisogna possedere i segreti.

Mi è venuta alla mente una trama di romanzo, lo scampolo di una trama da romanzo. Però non saprei scriverla principalmente per questa ragione: non sono un romanziere. Il romanzo è un organo, e un organo ha canne lunghe trentadue metri e trenta note di pedaliera e registri nel numero di ventotto; e provvedono ventisei atmosfere a muoverlo… e due mani e due piedi. Bando alle ciance. Immagino – è la mia storia – una ragazza, una bella ragazza, che rincasando sia sogguardata… no, sogguardata non va bene… diciamo invece guardata con insistenza e anche importunata da un tipaccio, da un prepotente: specie di boss locale, di mafioso. La ragazza, intimorita e scocciata, la ragazza che ha in progetto di sposarsi (o di unirsi civilmente) con un ragazzo, tiene tutto celato e affretta i preparativi del matrimonio. Dirà: «fo la sfacciata»? Vedremo. Subentrano impedimenta, faccende burocratiche… no, l’ufficiale di stato civile è un prezzolato o un fifone, ha paura del boss ecc.; e il matrimonio salta. Venuto a conoscenza dell’intrigo, il ragazzo (il nubendo) fa le sue congetture e fra queste c’è un sospetto: il sospetto che la (sua) ragazza abbia dato occasione al tipaccio… abbia fatto insomma la smorfiosa (e d’altra parte lei ne arrossirà); ma è un sospetto su cui non si sofferma troppo. Il narratore saprà spiegarci. Facciamola, si fa per dire, breve. Si pensa di ricorrere a un sotterfugio e di concludere il matrimonio in fretta e furia e in segreto. I sotterfugi, si sa, non son belli; e in una storia di buoni e di cattivi non sta bene che a ricorrevi siano i buoni. Si porrà rimedio a ciò accampando l’ignoranza nelle cose del mondo dei buoni (ciò che, nondimeno, li renderebbe al mondo)? La ragazza protesta; il ragazzo s’infuria e paventa gesti estremi (l’ammazzamento del tipaccio). Simula per forzare la ragazza? Nemmeno questo sta bene. E lei, la ragazza, che alla fine cede, è davvero così malcontenta di essere stata forzata? Nemmeno questo sta bene. Il narratore saprà... Bene, chi scriverà questa storia?

Ma Tolkien è di destra o di sinistra? Mi hanno detto di una diatriba – non saprei come altro definirla – tra i piccoli fan(s) degli Hobbit, che dànno anche da noi vita a un fandom, e i non-fan(s); diatriba che ha avuto luogo – e probabilmente ha ancora luogo – sulla pagina del terzo canale della radio che celebra il 125° anniversario della nascita dello scrittore inglese. Ora, se i primi si stropicciano le mani dal contento, per la celebrazione, i secondi domandano, alla radio, di occuparsi di cose più serie: e cioè di una lettura un po’ più letteratura, forse un po’ meno letteratura per i bambini, forse letteratura un po’ meno fantasiosa... A dire il vero, quando ero giovane io, e cioè parecchio tempo fa, Tolkien era simultaneamente scrittore per bambini e scrittore di destra: elfi, folletti, alberi risecchiti, anelli ecc.: tutto un Kitsch medievaleggiante e romanticheggiante lo rendeva appetibile – o forse semplicemente edibile – a quelle due categorie (da categorein, accusare pubblicamente, insultare): quella dei bambini e quella dei membri del Fronte della Gioventù. Si sbagliava all’epoca? È possibilissimo. Kezich contro il «Il secolo d’Italia», per chi ricorda (rimando a uno scritterello di Orecchia). Bene, tralasciando per un momento, e anche definitivamente, il fandom fantasy e tolkieniano, non vi pare che gli argomenti, da una parte e dall’altra, siano un po’ gli stessi? Fantasia vs realtà (il «cogito ergo es» contro il «cogito ergo sum»?); (pseudo)mito vs scienza (economia politica, sociologia…); disimpegno vs impegno…

giovedì 5 gennaio 2017

Chopin...

Il «terribile Chopin» diceva Cristina Campo. Cosa intendeva? Alludeva forse alla sua ansia di perfezione? Ma poi perché chiamarla ansia e non un esercizio ascetico? C’è nella perfezione di Chopin qualcosa di terribile? Si dirà che è un’iperbole questa terribilità. Eppure Schumann non capì il finale dell’op. 35 e se ne venne fuori con delle sciocchezze: è «un’ironia» (o una «beffa») disse; vi soffia sopra «uno strano, orribile spirito che annienterebbe con un pesantissimo pugno qualunque cosa volesse ribellarsi a lui, cosicché ascoltiamo come affascinati e senza protestare» ecc. Per quanto questo ‘letterateggiare’, quando si tratta di musica, fabbricare discorsi ‘impressionistici’, fosse familiare alla critica musicale di quegli anni (ma Chopin ne era immune), si ha l’impressione che quelle parole di Schumann su terribile finale (una specie di perpetuum mobile in terzine amelodico delle due mani in ottava – presto, piano, sotto voce, legato le indicazioni chopiniane) segnalino una difficoltà di comprensione, appunto.
La recensione schumanniana, assicura (non so quanto cautamente) Charles Rosen (cfr. La generazione romanica, Milano, Adelphi, 2005, p. 322), costituisce una traccia per la critica futura. Il rimprovero di non saper padroneggiare le grandi forme o di non saper sviluppare – ancora in questo senso le critiche di un Vincent d’Indy o, più recentemente, di un Glenn Gould – provengono da lì. (Ma se Glenn Gould si baloccava, giustificando la sua idiosincrasia per il polacco, Vincent d’Indy non capiva davvero il perché di quella che chiamava «l’inesplicabile omissione» del primo tema nella ripresa delle sonate chopiniane).
È con una non insignificante e per certo beffarda punta polemica che Rosen ribalta quelle critiche e il loro ‘prototipo’ schumanniano: a dispetto del luogo comune, Chopin è (sarebbe) l’unico compositore della sua generazione in grado di padroneggiare con tecnica sicura e maestria superiore le grandi forme. Le ballate, gli scherzi, le sonate ecc. lo dimostrerebbero ad abundantiam (cfr. p. 323). Ecco, ciò che sorprende – o dovrebbe sorprendere – è proprio questo: una sapienza dei procedimenti formali i quali però risultano asserviti a uno sperimentalismo radicale (cfr. p. 322). L’aggiunta non è senza conseguenze. C’è un ‘conservatorismo’ in Chopin (ancora Rosen) posto al servizio della novità, del novum. Ce n’è per non capire più se la terribilità di Chopin stia nella perfezione formale delle sue pagine cesellate con acribia, senza errori, o in quel novum magico, prestidigitatorio, che ‘minacciava’ Schumann, ma anche Liszt o Mendelssohn: nessuno, almeno all’inizio, capì.
Non vorrei insistere troppo con questa terribilità chopiniana, e con un termine che Giorgio Vasari impiegò per definire l’arte di Michelangelo, eppure ogni interprete alle prese con Chopin, credo, scopre e riscopre la perfezione, con stupefazione ogni volta: quella perfezione che anche un anti-chopiniano come Glenn Gould dovette riconoscergli almeno una volta (cfr. No, non sono un eccentrico, Torino, Edt, 1989, p. 50).

Non c’è quasi frase di Chopin – anche questo può sembrare un luogo comune – che non suoni naturale sotto le dita dell’interprete perito. Eppure si è notato – lo ha notato Proust – che quelle frasi hanno (spesso) un collo lunghissimo, «sinuoso e smisurato». E nondimeno, aggiunge, sono libere, flessibili e tattili. Il modello del cantabile chopiniano è il melodramma italiano, l’amato Bellini. Von Lenz ricorda che, per il secondo tema dello Scherzo in si bemolle minore op. 31, che gli proibì (cfr. Il pianoforte e i suoi virtuosi, Palermo, Sellerio, 2002, p. 81), Chopin suggeriva, con certo sarcasmo, di ispirarsi «alla Pasta, e non al vaudeville francese». E qui si pone il problema del legato di dita e con il pedale: «Cantanti, strumentisti ad arco e oboisti dovrebbero essere il nostro modello», dice Alfred Brendel (Abbecedario di un pianista, Milano, Adelphi, 2014, p. 29). I cantanti soprattutto. Almeno per Chopin. Gould detestava la prassi – o è un’abitudine? – di attenuare «l’enfasi sulla nota più alta di una progressione ascendente»; trovava sciocco che si imponessero «alle idee tematiche di Chopin le convenzioni belliniane» (Jonathan Cott, Conversazioni con Glenn Gould, Milano, Ubulibri, 1989, p. 45). Eppure Chopin ‘parlava’ italiano, e senza quel ‘ridicolo’ che Goethe imputava ai tedeschi che parlano francese. Ancora Rosen segnala nel trio della Marcia funebre un abbellimento (un’acciaccatura) «che imita una difficoltà vocale e rende la nota acuta più intensa» (Piano Notes, Torino, Edt, 2008, p.8). Il canto: la fonte delle lymphae chopiniane.
Ecco, è questo innesto della melodia nello stile italiano – è ancora Rosen a segnalarlo (cfr. La generazione romanica, cit., p. 323) – ad aver disorientato i critici dell’epoca sua. Ma nel caso del finale della Sonata op. 35 fu Bach. Il quale d’altra parte, ci segnala Brendel, presentò le sue Invenzioni e le sue Sinfonie come «pezzi didattici per imparare a suonare in modo cantabile» (Abbecedario di un pianista, cit., p. 29).