lunedì 23 gennaio 2017

La giöbia

Si fa ancora in tempo, dalle nostre parti, a veder bruciare la giöbia, e cioè quel fantoccio con fattezze di vecchia e di strega. Giöbia – la parola intendo – si sovrappone a giöbiana (gibigiana), che significa fantasima o anche barbaglio, riflesso del sole in uno specchietto, e dunque, in qualche modo, scherzetto fra fanciullini. Giöbia viene invece da jovia, dies jovia (dies iovis), giovedì. E ciò spiega perché l’ultimo giovedì del mese di gennaio si bruci, dalle nostre parti, il fantoccio, la strega. Per cosa stia poi detta strega possiamo darlo per certo. Si brucia il brutto dell’inverno, i suoi rigori, i suoi perigli; e lo si fa levando schiamazzi e percuotendo pentolacce. Il rogo del fantoccio con sembianze di strega e di vecchia – è superfluo dirlo – rammenta i roghi, quelli veri, delle streghe. Ho principiato qui dicendo che si fa ancora in tempo ecc.; ma devo aggiungere che non ho mai assistito a questo rito o carnevalata. E nemmeno mi sarei ricordato dell’evento se non avessi cercato notizie su quella ghenga di ultrasettantenni che qui, sulle rive del Verbano, taccheggiava latte d’olio extravergine d’oliva nei supermercati. Li hanno beccati gli abominevoli pensionati con i bagagliai delle auto costipati, con le mani nell’olio. E per un momento, in un baleno di crudeltà, li ho immaginati, loro e il loro olio, in un grande braciere: giöbie da bruciare per allontanare i rigori e perigli dell’inverno, della crisi economica. Non è vero niente ma lasciatemi celiare. D’altra parte, non credo che si stia accrescendo l’odio per i vecchi – la haine du vieux, il morbo incurabile di Arnaud Le Capelier –: quell’odio che Orwell raccontava nelle giovani generazioni del primo dopoguerra, in Inghilterra; quell’odio che si accaniva, alla stessa maniera, sui romanzi di Walter Scott o sulla Camera dei Lords; quell’odio che serpeggia sempre nelle associazioni di reduci. Però recentemente ho letto la gustosissima polemica di una trentenne scrittrice sulle colpe dei sessantenni consulenti editoriali – è lei a farne una questione generazionale – e lì mi è parso che l’odio… 

lunedì 16 gennaio 2017

Sopra una frase che de Quincey

«Infatti se un uomo si lascia andare una volta a uccidere, molto presto giungerà a considerar cosa da poco la rapina, e da qui passerà al bere e al non osservare le festività, quindi alla villania e alla procrastinazione. Una volta avviatisi per quella china, non si sa dove andrà a finire. Molti debbono la propria rovina a questo o a quell’assassinio cui al momento non avevano badato gran che».
Così Thomas de Quincey in un libretto intitolato L’assassinio come una delle belle arti (Parma, Guanda, 1990 p. 58). L’effetto comico – o umoristico – di questo passaggio dequinceyano sta nell’inversione. E proprio all’inversione – e al suo effetto comico – accenna Bergson nel suo bel saggio sul riso (cfr. Il riso. Saggio sul significato del comico, Milano, Feltrinelli, 2011, pp. 61-62 e 74 sgg.), che è anche un ‘ricettario’ degli effetti comici cui quanti si propongano di far ridere farebbero bene ad attingere. Nel nostro caso abbiamo l’inversione di una scala assiologica negativa. Ma questa inversione – che apparterrebbe a un mondo sossopra e a rovescio – è solo uno degli effetti comici del passaggio: forse il più evidente. Un secondo effetto sta nella consequenzialità: se… presto giungerà… quindi… Ineluttabilità di un destino o di un processo naturale. Ed ecco l’automatismo: un altro dei ‘segreti’ del comico individuati da Bergson (passim). Incidentalmente: separerà (separerebbe) la tragedia dalla commedia, ed Edipo da Sganarello, tutto un lavorio sulla realtà (cfr. p. 83) che ne cava l’individualità e l’universalità: anche queste, dunque, un «effetto prodotto» e non una «causa» (p. 97).
Raddrizziamo ora la nostra scala. Tolta l’inversione permarrà la consequenzialità con il suo effetto comico. Non è ridicolo pensare che un uomo che non rispetti i propri impegni finirà prima o poi per ammazzare qualcuno? Certamente lo è. Ma, solo che commetta un crimine, e il fatto che non rispettasse gli impegni finisce – finirà, con tutta probabilità – nel suo quadro clinico: condizione né necessaria né sufficiente, integrerà il suo ritratto psichiatrico. Il ridicolo (il comico) svapóra non appena la consequenzialità ‘automatica’ e una certa facile schematicità del discorso – o delle situazioni – scricchiolano.
Esaminiamo ora il caso di Antonio Boggia, il cosiddetto mostro di Milano, reo confesso del crimine di assassinio con grassazione di quattro persone, e per questo condannato a morte per impiccagione nel novembre del 1861. La testa di Boggia, dopo l’esecuzione della sentenza ovviamente, finì tra le mani del dottor Lombroso. Ecco come la descrisse brevemente: «Boggia avea le orecchie ad ansa, gli occhi obliqui, con seni frontali sviluppati e il labbro superiore sottile» (L’uomo delinquente, Milano, F.lli Bocca, 1896. p. 280). Un altro passaggio (dove Lombroso attribuisce al nostro mostro trentatré omicidî): «Boggia, stracciaruolo, condannato a Milano come colpevole di trentatré assassinî, ascoltava tutti i dì la messa; reggeva il baldacchino tutte le volte che usciva fuori il SS. Sacramento; era presente a tutte le sacre funzioni; predicava continuamente la morale e la religione di Cristo e non vi era pia associazione alla quale non appartenesse» (pp. 502-503). Intuiamo qui deduzioni – o induzioni – ‘facili’, applicazione automatica di pattern, una schematicità apodittica: ciò che forse può indurre a trovare comiche le riflessioni di Lombroso.
Eppure l’agilità nei trapassi e nell’applicazione di un sapere, scambiata per bella semplicità (simplex est sigillum veri), è apprezzata e abbastanza ‘richiesta’. Restiamo al caso Boggia. Un decennio prima della sua esecuzione, nel 1852, Boggia era finito nei guai per aver attentato alla vita dell’amico Giovanni Comi armato di un’ascia. Anche in quella circostanza Boggia rese piena confessione, evitò tuttavia la condanna perché «quattro periti medici, delegati a studiarlo, ebbero a dichiarare che il Boggia non era da ritenere contabile della propria azione» («La gazzetta medica italiana. Lombardia», vol. 21, p. 100). Quando quasi dieci anni più tardi la giustizia tornò a occuparsi di Boggia, adottò un provvedimento stravagante: richiamò quei medesimi periti «a soggiungere qual giudizio avrebbero dato nel 1852, se invece delle basi di fatto in allora additate, avessero avuto quelle ben differenti che il giudice poteva di presente somministrare». Va da sé che «essi dichiararono che in tal caso avrebbero tenuto il Boggia responsabile del suo operato, dando così un giudizio opposto a quello che già avevano pronunciato». Non un sapere che si emenda ma un sapere chiamato a confermarsi, nella sua coerenza o semplicità, in grazia di elementi sopraggiunti con dieci anni di ritardo. E qui torno a Bergson, al suo saggio. Scrive Bergson: «Noi non vediamo le cose stesse; ci limitiamo, il più delle volte, a leggere le etichette incollate su di esse» (op. cit., p. 92). Questa semicecità, questa miopia della ‘conoscenza’, aggravata o prodotta dal linguaggio, impedisce forse al sapere e ai suoi detentori di scorgerne gli effetti comici o quasi comici.

giovedì 12 gennaio 2017

Viaggiare

René Magritte, Les Rêveries du promeneur solitaire, 1926
Da Berna a Ginevra sono due giorni di cammino; e – possiamo dubitarne? – a percorrerlo è R.W. Il suo tragitto si chiude sull’île Rousseau, ai piedi dell’imponente bronzo di Pradier. Che fa il filosofo troneggiante? Oltracciò – troneggiare – scrive agghindato all’antica. Si leva il cappello, il nostro visitatore, e osserva che è gesto compìto «davanti a quest’irremovibile che suscitò tanto movimento» (La rosa, Milano, Adelphi, 1992, p. 24). In verità, lo sa bene lui, il ginevrino si mosse molto e amò molto viaggiare: «l’ineffable félicité du voyage», dice nelle Confessions. A piedi. Diciannovenne con l’amico Bâcle, un tizio appena conosciuto, da Torino a Chambery, in un viaggio indimenticabile: monti, prati boschi, ruscelli, villaggi «se succédaient sans fin et sans cesse avec de nouveaux charmes». (Ma leggete R.W, e saranno i medesimi incantamenti…). Da Soleure (Soletta) a Parigi, in quindici giorni e poi da Parigi a Lione in… Scrive, rammaricandosi di non aver tenuto «des journaux de mes voyages»: «Jamais je n’ai tant pensé, tant existé, tant vécu, tant été moi, si j’ose ainsi dire, que dans ceux que j’ai faits seul et à pied» (il faut traduire ça ainsi: «Mai ho tanto pensato, mai sono tanto esistito, mai ho tanto vissuto, tanto sono stato me stesso, se posso dirlo, che in ciò che ho fatto da solo e a piedi»). Un ultimo viaggio, a piedi, da Lione a Chambery (nel 1732), per raggiungere maman. Ma nessuna trepidazione, come al solito: «Raccontando i miei viaggi sono com’ero facendoli: non saprei arrivare». R.W. sottoscriverebbe parola per parola. Molto più tardi, tra il 1777 e l’aprile del 1178, darà nuovamente testimonianza di questo suo piacere per le passeggiate solitarie – si trattava ora di passeggiate igieniche attorno a Parigi, l’ultimo voyage datando 1732 – nelle Rêveries du promeneur solitaire. E vi conferma, all’inizio della seconda promenade, un pensiero già consegnato alle Confessions: «Coteste ore di solitudine e di meditazione [quelle delle passeggiate] sono le sole della giornata in cui io sia pienamente me stesso, e per me stesso senza diversioni, senza ostacoli, e in cui possa verosimilmente dire di essere come la natura ha voluto». Addirittura! Qualcuno ricorda come concepì il suo primo Discours (Le Discours sur les sciences et les arts)? Lo concepì mentre si recava a piedi a Vincennes da Diderot, al quale avevano il dato il castello e il parco «pour prison sur sa parole» (Confessions). Qualcosa che sarà anche di R.W., come una corrispondenza tra la scrittura e la passeggiata, affiora qui. (Ma quanto più penoso sarà scrivere per Rousseau che meditava nel letto le sue frasi e le dimenticava puntualmente sedendo allo scrittoio). Rousseau morirà lasciando incompiute le sue Rêveries al rientro da una di quelle passeggiate, a Ermenonville. Monsieur Le Begue de Presle, dottore in medicina della Facoltà di Parigi, così ci ragguaglia sulle circostanze della sua morte: «Giovedì (2 luglio [1778]) si levò di buonora, fece una passeggiata secondo il suo costume sino all’ora di colazione, che fece al solito con del caffelatte preparato dalla moglie, e di cui ella prese una tazza, come pure la sua serva. Subito dopo […]». Subito dopo, insomma, morì di apoplessia. Non molto diversamente morì R.W. il 25 dicembre 1956 nei pressi del sanatorio di Herisau, dov’era ricoverato: e cioè al rientro da una delle sue passeggiate, d’infarto. «Il suo corpo sembra un segno di matita tracciato sulla neve», dice Beppe Sebaste: un grafo su un foglio bianco. Sebaste parla di R.W. in un libro intitolato Panchine (Bari, Laterza, 2008) e verrebbe da dire: niente di meglio di una panchina per riposare nelle soste di una passeggiata. Sebaste è seduto su una panchina ed evoca il nome di Walser. Dove si trova? A Ginevra ovviamente.

martedì 10 gennaio 2017

Il segreto sessuale della Chiesa (di Slavoj Žižek)

È davvero un peccato che Mimesis non fornisca informazioni sui saggi di Slavoj Žižek raccolti con il titolo Il segreto sessuale della Chiesa (2010, pagg. 48, Euro 3,90). Ciò che traggo dalla lettura del libretto – dai riferimenti all’attualità (l’11 settembre, il terrorismo, le torture di Abu Ghraib, i casi di pedofilia che hanno coinvolto la Chiesa cattolica, lo scandalo sessuale dell’orfanotrofio Alojzije Stepinac) – mi induce a collocarli attorno alla metà degli anni duemila. Un fil rouge annoda peraltro i primi due interventi e varrebbe la pena di esplicarlo – mi veniva disvilupparlo – anche solo per intendere come Apocalypse Now di Coppola e i casi di pedofilia nella Chiesa cattolica possano comparire nelle pagine di un medesimo saggetto; e, inoltre, per rivelare il ‘segreto’ del titolo. In questo mio piccolo intervento mi pongo quest’ultimo obiettivo.
Il primo articolo – ‘L’immunità sull’altare del peccato’ – lascia implicite questioni che andrebbero forse esplicitate subito. La pedofilia, scrive Žižek, «è generata dall’istituzione cattolica del sacerdozio come sua ‘trasgressione intrinseca’, come sua oscena appendice segreta» (p. 13). Per affrontare seriamente il problema, prosegue Žižek, la Chiesa dovrebbe perciò far emergere la propria «responsabilità in questi crimini, in quanto istituzione» (ibid.). Se la riluttanza della Chiesa cattolica ad ammettere gli scandali e a coadiuvare le indagini non è intelligibile solo come una forma di resilienza, o come strategia comunicativa del Network, ma anche, e soprattutto, come opacità dell’istituzione in sé e del ministero sacerdotale, resta, in questo primo intervento, tutta da intendere la ragione di questa opacità. E qui faccio una digressione.
Don Ernesto Buonaiuti mostrava insofferenza per l’ipocrisia della morale casistica cattolica dove l’imposizione di un codice rigidissimo è sempre derogabile (e la violazione del medesimo sempre amnistiabile) in grazia di sottigliezze sofisticate. Secondo Buonaiuti le carenze morali (anche del clero) erano da ricondurre «a questa intima falsità della morale cattolica ufficiale» (Ernesto Bounaiuti, I rapporti sessuali nell’esperienza religiosa, Roma, De Carlo editore, 1949, p. 87). Di più: il celibato ecclesiastico, residuo della concezione agostiniana della concupiscenza, gli appariva uno strumento per tenere i ministri in uno stato di minorità: «strumento docile e passivo nelle mani delle superiori autorità, e una ruota impeccabile nel complesso ingranaggio dell’associata vita religiosa» (p. 113).
Ho citato don Ernesto Bounaiuti perché mi pare fornire una prima risposta a quella opacità della Chiesa cattolica, come istituzione, cui ho testé accennato. Žižek, per parte sua, fornisce una riposta nel secondo scritto dell’opuscolo intitolato ‘Il cuore di tenebra delle consuetudini’: e ci si può fondatamente domandare se questa sua risposta sia in ‘concorrenza’ con quella di Buonaiuti o se la integri, in qualche modo. Questa risposta attinge alla psicanalisi.
Non v’è codice, o legge, dice Žižek, che non funzioni grazie a regole informali e consuetudinarie; l’intelligenza di queste regole – consuetudini – è indispensabile per capire il funzionamento della legge. Soprattutto: quando la legge sembra offrire una scelta, la consuetudine implicita la rende frequentemente obbligata. È, per esempio, il caso del potlatch dei nativi americani (cfr. p. 15), dove lo scambio di doni implica, per consuetudine, il rifiuto. Anzi, il caso del potlatch è particolarmente significativo per queste sue tre caratteristiche fondamentali individuate da Marcel Mauss (che Žižek non cita): collettività dello scambio, coinvolgimento delle persone e delle ricchezze simboliche, obbligatorietà a dispetto della apparente volontarietà (Sociologie et anthropologie, Paris, PUF, 1966, pp. 150-151). Dispositivi analoghi – sopraindividuali, collettivi, solidali, coercitivi mentre paiono offrire libertà, e che mettono in gioco uomini, ricchezze e simboli – governano società più o meno chiuse, partiti politici, imprese, istituzioni ecc. Sono «l’inconscio istituzionale» di quelle realtà. Un dispositivo analogo «interessa la Chiesa cattolica come tale» e la fa funzionare «come istituzione sociosimbolica». Per essere chiari, la pedofilia è anche il prodotto di un simile inconscio e non «qualcosa che riguarda solamente le persone» (p. 23).
Si è detto sopra dell’opacità dell’istituzione; detta opacità non è che una forma di resistenza che l’istituzione (la Chiesa cattolica o l’esercito o il college o il Ku Klux Klan) oppone allo svelamento del «segreto osceno» o «sottofondo osceno e misconosciuto» che la regge. Il silenzio e la scarsa collaborazione della Chiesa cattolica sugli scandali pedofili obbediscono meno a «ragioni conformiste» che a una volontà oscura di preservare «il suo più intimo segreto osceno»: il «lato oscuro» o il «cuore di tenebra» (Heart of Darkness è il titolo del noto romanzo di Conrad da cui Coppola trasse liberamente ispirazione per il suo film) del sacerdote cristiano (p. 24).
Questo è davvero, per Žižek, il segreto sessuale della Chiesa. Ma, per Žižek, è anche un caso esemplificativo del sistema delle ideologie. Non basta dire che le ideologie sono consolatorie per chi appartiene al gruppo e spietate con gli outsider (come ha scritto recentemente Azar Nafisi (La Repubblica dell’Immaginazione, Milano, Adelphi, 2015); bisogna invece aggiungere che il loro sistema accetta e respinge con le sue regole non scritte, con le sue consuetudini, con il suo inconscio istituzionale. Una critica delle ideologie dovrà dunque tenerne conto e aggredire i «supplementi superegoici osceni» che sostengono la messa in pratica del testo ideologico» (p. 26). Una dissidenza critica, per esempio, disturberà l’omosessualità implicita dei riti sessualizzati del nonnismo nell’esercito, nei college ecc., che regge «l’esplicita omofobia» (p. 27).
Piccolo corollario: se la Chiesa cattolica ha un segreto sessuale tutto suo e inconfessato ne verrà a capo – sarebbe una forma radicale di autocritica – solo rinunziando al celibato e celebrando le virtù dell’omofilia, «il culto del fascinum, come dicevano i latini» (Parise, Quando la fantasia ballava il «boogie», Milano, Adelphi, 2005).



lunedì 9 gennaio 2017

Spigolature (quasi una rubrica)

Immagine di Thomas Bossard
Penso che la metafora del pomodoro (vedi qui https://goo.gl/Vko1uX ) sia fuorviante. I ‘sapori’ hanno una loro storia congetturale anche per chi ha vissuto a lungo e ricorda l’arrosto della bisnonna (accontentandosi, in verità, del fumo). Non è un caso che Proust pigliò – ed elesse – la madeleine (un biscotto). Infatti, tutt’al più (tuttalpiù), i sapori riguardano la memoria involontaria. Le ricette ci mettono una pezza.
Per me la scrittura letteraria (potremmo chiamarla, con una punta di snobismo, scrittura d’arte) è (o dovrebbe essere) un corpo a corpo con la scrittura: e cioè con le scritture venute prima. Gadda duella con Manzoni, per esempio. Senza questa ‘lotta’ (o gara o contesa), che arriva allo scippo della parola (per un impiego più proficuo, almeno a livello dell’intenzione, quasi si trattasse di emendare, di rettificare, o di impiegare a maggior profitto), niente letteratura. È questa la ragione per la quale per essere all’avanguardia (mettiamoci pure le virgolette) è necessario guardare indietro. Chi fa tabula rasa del suo passato (e che è un passato ‘proprio’ è evidente quando si vestano i panni dell’artigiano o degli artisti alla vecchia maniera) è, in certa misura, costretto a ripartire daccapo. E non farà che un passo dei passi che quelli che sono venuti prima di lui hanno percorso. Ripartire dall’insegnamento di quelli venuti prima di noi: ecco una ricetta E, nel caso di specie, come dicono i giuristi, leggere e rileggere e rileggere… Non ci si abbrevia il cammino e magari si scriverà da vecchi, ma pazienza…
C’è un pregiudizio abbastanza diffuso: parlo una lingua che tutti capiscono dunque, se scrivo decentemente, tutti dovrebbero apprezzarmi (per i contenuti, per quello che esprimo ecc.). Ma la lingua letteraria è una lingua artificiale di cui bisogna possedere i segreti.

Mi è venuta alla mente una trama di romanzo, lo scampolo di una trama da romanzo. Però non saprei scriverla principalmente per questa ragione: non sono un romanziere. Il romanzo è un organo, e un organo ha canne lunghe trentadue metri e trenta note di pedaliera e registri nel numero di ventotto; e provvedono ventisei atmosfere a muoverlo… e due mani e due piedi. Bando alle ciance. Immagino – è la mia storia – una ragazza, una bella ragazza, che rincasando sia sogguardata… no, sogguardata non va bene… diciamo invece guardata con insistenza e anche importunata da un tipaccio, da un prepotente: specie di boss locale, di mafioso. La ragazza, intimorita e scocciata, la ragazza che ha in progetto di sposarsi (o di unirsi civilmente) con un ragazzo, tiene tutto celato e affretta i preparativi del matrimonio. Dirà: «fo la sfacciata»? Vedremo. Subentrano impedimenta, faccende burocratiche… no, l’ufficiale di stato civile è un prezzolato o un fifone, ha paura del boss ecc.; e il matrimonio salta. Venuto a conoscenza dell’intrigo, il ragazzo (il nubendo) fa le sue congetture e fra queste c’è un sospetto: il sospetto che la (sua) ragazza abbia dato occasione al tipaccio… abbia fatto insomma la smorfiosa (e d’altra parte lei ne arrossirà); ma è un sospetto su cui non si sofferma troppo. Il narratore saprà spiegarci. Facciamola, si fa per dire, breve. Si pensa di ricorrere a un sotterfugio e di concludere il matrimonio in fretta e furia e in segreto. I sotterfugi, si sa, non son belli; e in una storia di buoni e di cattivi non sta bene che a ricorrevi siano i buoni. Si porrà rimedio a ciò accampando l’ignoranza nelle cose del mondo dei buoni (ciò che, nondimeno, li renderebbe al mondo)? La ragazza protesta; il ragazzo s’infuria e paventa gesti estremi (l’ammazzamento del tipaccio). Simula per forzare la ragazza? Nemmeno questo sta bene. E lei, la ragazza, che alla fine cede, è davvero così malcontenta di essere stata forzata? Nemmeno questo sta bene. Il narratore saprà... Bene, chi scriverà questa storia?

Ma Tolkien è di destra o di sinistra? Mi hanno detto di una diatriba – non saprei come altro definirla – tra i piccoli fan(s) degli Hobbit, che dànno anche da noi vita a un fandom, e i non-fan(s); diatriba che ha avuto luogo – e probabilmente ha ancora luogo – sulla pagina del terzo canale della radio che celebra il 125° anniversario della nascita dello scrittore inglese. Ora, se i primi si stropicciano le mani dal contento, per la celebrazione, i secondi domandano, alla radio, di occuparsi di cose più serie: e cioè di una lettura un po’ più letteratura, forse un po’ meno letteratura per i bambini, forse letteratura un po’ meno fantasiosa... A dire il vero, quando ero giovane io, e cioè parecchio tempo fa, Tolkien era simultaneamente scrittore per bambini e scrittore di destra: elfi, folletti, alberi risecchiti, anelli ecc.: tutto un Kitsch medievaleggiante e romanticheggiante lo rendeva appetibile – o forse semplicemente edibile – a quelle due categorie (da categorein, accusare pubblicamente, insultare): quella dei bambini e quella dei membri del Fronte della Gioventù. Si sbagliava all’epoca? È possibilissimo. Kezich contro il «Il secolo d’Italia», per chi ricorda (rimando a uno scritterello di Orecchia). Bene, tralasciando per un momento, e anche definitivamente, il fandom fantasy e tolkieniano, non vi pare che gli argomenti, da una parte e dall’altra, siano un po’ gli stessi? Fantasia vs realtà (il «cogito ergo es» contro il «cogito ergo sum»?); (pseudo)mito vs scienza (economia politica, sociologia…); disimpegno vs impegno…

giovedì 5 gennaio 2017

Chopin...

Il «terribile Chopin» diceva Cristina Campo. Cosa intendeva? Alludeva forse alla sua ansia di perfezione? Ma poi perché chiamarla ansia e non un esercizio ascetico? C’è nella perfezione di Chopin qualcosa di terribile? Si dirà che è un’iperbole questa terribilità. Eppure Schumann non capì il finale dell’op. 35 e se ne venne fuori con delle sciocchezze: è «un’ironia» (o una «beffa») disse; vi soffia sopra «uno strano, orribile spirito che annienterebbe con un pesantissimo pugno qualunque cosa volesse ribellarsi a lui, cosicché ascoltiamo come affascinati e senza protestare» ecc. Per quanto questo ‘letterateggiare’, quando si tratta di musica, fabbricare discorsi ‘impressionistici’, fosse familiare alla critica musicale di quegli anni (ma Chopin ne era immune), si ha l’impressione che quelle parole di Schumann su terribile finale (una specie di perpetuum mobile in terzine amelodico delle due mani in ottava – presto, piano, sotto voce, legato le indicazioni chopiniane) segnalino una difficoltà di comprensione, appunto.
La recensione schumanniana, assicura (non so quanto cautamente) Charles Rosen (cfr. La generazione romanica, Milano, Adelphi, 2005, p. 322), costituisce una traccia per la critica futura. Il rimprovero di non saper padroneggiare le grandi forme o di non saper sviluppare – ancora in questo senso le critiche di un Vincent d’Indy o, più recentemente, di un Glenn Gould – provengono da lì. (Ma se Glenn Gould si baloccava, giustificando la sua idiosincrasia per il polacco, Vincent d’Indy non capiva davvero il perché di quella che chiamava «l’inesplicabile omissione» del primo tema nella ripresa delle sonate chopiniane).
È con una non insignificante e per certo beffarda punta polemica che Rosen ribalta quelle critiche e il loro ‘prototipo’ schumanniano: a dispetto del luogo comune, Chopin è (sarebbe) l’unico compositore della sua generazione in grado di padroneggiare con tecnica sicura e maestria superiore le grandi forme. Le ballate, gli scherzi, le sonate ecc. lo dimostrerebbero ad abundantiam (cfr. p. 323). Ecco, ciò che sorprende – o dovrebbe sorprendere – è proprio questo: una sapienza dei procedimenti formali i quali però risultano asserviti a uno sperimentalismo radicale (cfr. p. 322). L’aggiunta non è senza conseguenze. C’è un ‘conservatorismo’ in Chopin (ancora Rosen) posto al servizio della novità, del novum. Ce n’è per non capire più se la terribilità di Chopin stia nella perfezione formale delle sue pagine cesellate con acribia, senza errori, o in quel novum magico, prestidigitatorio, che ‘minacciava’ Schumann, ma anche Liszt o Mendelssohn: nessuno, almeno all’inizio, capì.
Non vorrei insistere troppo con questa terribilità chopiniana, e con un termine che Giorgio Vasari impiegò per definire l’arte di Michelangelo, eppure ogni interprete alle prese con Chopin, credo, scopre e riscopre la perfezione, con stupefazione ogni volta: quella perfezione che anche un anti-chopiniano come Glenn Gould dovette riconoscergli almeno una volta (cfr. No, non sono un eccentrico, Torino, Edt, 1989, p. 50).

Non c’è quasi frase di Chopin – anche questo può sembrare un luogo comune – che non suoni naturale sotto le dita dell’interprete perito. Eppure si è notato – lo ha notato Proust – che quelle frasi hanno (spesso) un collo lunghissimo, «sinuoso e smisurato». E nondimeno, aggiunge, sono libere, flessibili e tattili. Il modello del cantabile chopiniano è il melodramma italiano, l’amato Bellini. Von Lenz ricorda che, per il secondo tema dello Scherzo in si bemolle minore op. 31, che gli proibì (cfr. Il pianoforte e i suoi virtuosi, Palermo, Sellerio, 2002, p. 81), Chopin suggeriva, con certo sarcasmo, di ispirarsi «alla Pasta, e non al vaudeville francese». E qui si pone il problema del legato di dita e con il pedale: «Cantanti, strumentisti ad arco e oboisti dovrebbero essere il nostro modello», dice Alfred Brendel (Abbecedario di un pianista, Milano, Adelphi, 2014, p. 29). I cantanti soprattutto. Almeno per Chopin. Gould detestava la prassi – o è un’abitudine? – di attenuare «l’enfasi sulla nota più alta di una progressione ascendente»; trovava sciocco che si imponessero «alle idee tematiche di Chopin le convenzioni belliniane» (Jonathan Cott, Conversazioni con Glenn Gould, Milano, Ubulibri, 1989, p. 45). Eppure Chopin ‘parlava’ italiano, e senza quel ‘ridicolo’ che Goethe imputava ai tedeschi che parlano francese. Ancora Rosen segnala nel trio della Marcia funebre un abbellimento (un’acciaccatura) «che imita una difficoltà vocale e rende la nota acuta più intensa» (Piano Notes, Torino, Edt, 2008, p.8). Il canto: la fonte delle lymphae chopiniane.
Ecco, è questo innesto della melodia nello stile italiano – è ancora Rosen a segnalarlo (cfr. La generazione romanica, cit., p. 323) – ad aver disorientato i critici dell’epoca sua. Ma nel caso del finale della Sonata op. 35 fu Bach. Il quale d’altra parte, ci segnala Brendel, presentò le sue Invenzioni e le sue Sinfonie come «pezzi didattici per imparare a suonare in modo cantabile» (Abbecedario di un pianista, cit., p. 29).

lunedì 2 gennaio 2017

Una badiale cucurbitacea

Thomas Bossard, Les gonfleurs de ballons 
Jacques Julliard è una bella testa; anzi, ha una testa meravigliosa, una smisurata, badiale cucurbitacea. Lo si può dire ‘badiale’ di una testa? Se lo si dice di una pancia, non vedo perché… Ma sto divagando e costì (non so bene dove nell’iperuranio della rete) quando divaghi subito non ti si legge. Sempre che valga la pena leggermi. A dire il vero ne dubito. Infatti, volevo affermare che questa testa di Jacques Julliard, Jacques Julliard la porta sopra le spalle con disinvoltura; di più: le dà, dà a essa, alla testa, una bella mano di smalto, tra il noce e il mogano. Forse la celebrità di Jacques Julliard non è legata alla testa e alla tinta, ma a me sembrano già delle buone ragioni. Ieri, e cioè il primo di gennaio di questo nuovo anno, ha consegnato a «Le Figaro» (https://goo.gl/xku1Yx), giornale per il quale scrive, ovviamente, un’articolessa intitolata «Comment peut-on être conservateur?». È una domanda, e potete scommetterci che l’articolo contiene la risposta. Non è la prima volta che il Nostro ci parla di questo suo problema che potrei riformulare con un’altra domanda: la seguente domanda: come si può essere (in Francia, va da sé) intellettuali e conservatori senza passare per una testa… per una cucurbitacea? La verità è che basterebbe un po’ di brio, basterebbe non dare retta alla gente che per strada… Divago. Éric Zemmour ci è riuscito benissimo a fare l’intellettuale conservatore; e non passa nemmeno per una cucurbitacea, giacché passa per una specie perfezionata di cucurbitacea, per una supercucurbitacea. (Come definire d’altra parte uno che invita a bombardare Molenbeek solo per risultare, daccapo, intellettuale conservatore ecc.?). La verità è che si possono fare e dire un sacco di cose fregandosene (fregandosi con l’olio dell’opportunità). Per esempio John Williams, autore della colonna sonora di Star Wars, non ha visto un solo episodio della saga creata da Lucas nel 1977 (https://goo.gl/2alyzV). Mauro Zanon, sul «Foglio» (https://goo.gl/FNRe79), preferisce superinterpretare la domanda di Jacques Julliard assicurando che è sparito l’intellettuale di sinistra.

domenica 1 gennaio 2017

Riletture

Immagine di Thomas Bossard 
È un argomento interessante; ma vorrei ‘aggredirlo’ – se così mi posso esprimere, elegantemente… – da un margine ulteriore o citeriore.
E cioè parlando d’altro: di musica. L’ascoltatore passionato, l’amateur, il melomane… torna di frequente sulle sue pagine preferite ed anche sulle non preferite. N volte gli accadrà di ascoltare la Nona beethoveniana o il Primo di Ciaikovskij o la Polacca delle ottave. Ricordo un periodo della mia vita in cui non riuscivo a rinunciare all’ascolto quotidiano delle Metamorphosen di Richard Strauss; un altro interamente votato all’ascolto della Quinta sibeliana. Che siano ascolti amorosi o meno amorosi, il melomane di cui sopra non ci troverà nulla di strano nella reiterazione; troverà invece strano che qualcheduno possa saziarsi di un ascolto solo.
Questo mio discorsetto (argomento) può essere ripetuto per ogni forma d’arte. Lo scopofilo – chiamo così l’amante delle arti figurative, riconducendo una parola all’etimologia e liberandola di un significato particolarmente idiota – non si accontenterà di una sbirciatina al Cenacolo o alla Signora con cappello e boa di piume di Klimt. Se vedete un tale correre in un museo sappiate che è un vigile del fuoco o un ladro o un imbecille.
Le riletture non sono affatto incoraggiate: la professione dell’insegnate, del critico, al quale bisognerebbe imporle queste ‘appendizie’, dello scrittore, che sempre più spesso non sa nemmanco leggere, il mercato librario, con quella sua mostruosa, cosmica inflazione, Facebook… le scoraggiano. Eppure, e come nel caso della musica, della pittura ecc., la reiterazione della fruizione – per dirla con un’espressione moderna e un’altra volta elegante – è spesso fonte di piacevoli scoperte o di scoperti piaceri.