lunedì 16 gennaio 2017

Sopra una frase che de Quincey

«Infatti se un uomo si lascia andare una volta a uccidere, molto presto giungerà a considerar cosa da poco la rapina, e da qui passerà al bere e al non osservare le festività, quindi alla villania e alla procrastinazione. Una volta avviatisi per quella china, non si sa dove andrà a finire. Molti debbono la propria rovina a questo o a quell’assassinio cui al momento non avevano badato gran che».
Così Thomas de Quincey in un libretto intitolato L’assassinio come una delle belle arti (Parma, Guanda, 1990 p. 58). L’effetto comico – o umoristico – di questo passaggio dequinceyano sta nell’inversione. E proprio all’inversione – e al suo effetto comico – accenna Bergson nel suo bel saggio sul riso (cfr. Il riso. Saggio sul significato del comico, Milano, Feltrinelli, 2011, pp. 61-62 e 74 sgg.), che è anche un ‘ricettario’ degli effetti comici cui quanti si propongano di far ridere farebbero bene ad attingere. Nel nostro caso abbiamo l’inversione di una scala assiologica negativa. Ma questa inversione – che apparterrebbe a un mondo sossopra e a rovescio – è solo uno degli effetti comici del passaggio: forse il più evidente. Un secondo effetto sta nella consequenzialità: se… presto giungerà… quindi… Ineluttabilità di un destino o di un processo naturale. Ed ecco l’automatismo: un altro dei ‘segreti’ del comico individuati da Bergson (passim). Incidentalmente: separerà (separerebbe) la tragedia dalla commedia, ed Edipo da Sganarello, tutto un lavorio sulla realtà (cfr. p. 83) che ne cava l’individualità e l’universalità: anche queste, dunque, un «effetto prodotto» e non una «causa» (p. 97).
Raddrizziamo ora la nostra scala. Tolta l’inversione permarrà la consequenzialità con il suo effetto comico. Non è ridicolo pensare che un uomo che non rispetti i propri impegni finirà prima o poi per ammazzare qualcuno? Certamente lo è. Ma, solo che commetta un crimine, e il fatto che non rispettasse gli impegni finisce – finirà, con tutta probabilità – nel suo quadro clinico: condizione né necessaria né sufficiente, integrerà il suo ritratto psichiatrico. Il ridicolo (il comico) svapóra non appena la consequenzialità ‘automatica’ e una certa facile schematicità del discorso – o delle situazioni – scricchiolano.
Esaminiamo ora il caso di Antonio Boggia, il cosiddetto mostro di Milano, reo confesso del crimine di assassinio con grassazione di quattro persone, e per questo condannato a morte per impiccagione nel novembre del 1861. La testa di Boggia, dopo l’esecuzione della sentenza ovviamente, finì tra le mani del dottor Lombroso. Ecco come la descrisse brevemente: «Boggia avea le orecchie ad ansa, gli occhi obliqui, con seni frontali sviluppati e il labbro superiore sottile» (L’uomo delinquente, Milano, F.lli Bocca, 1896. p. 280). Un altro passaggio (dove Lombroso attribuisce al nostro mostro trentatré omicidî): «Boggia, stracciaruolo, condannato a Milano come colpevole di trentatré assassinî, ascoltava tutti i dì la messa; reggeva il baldacchino tutte le volte che usciva fuori il SS. Sacramento; era presente a tutte le sacre funzioni; predicava continuamente la morale e la religione di Cristo e non vi era pia associazione alla quale non appartenesse» (pp. 502-503). Intuiamo qui deduzioni – o induzioni – ‘facili’, applicazione automatica di pattern, una schematicità apodittica: ciò che forse può indurre a trovare comiche le riflessioni di Lombroso.
Eppure l’agilità nei trapassi e nell’applicazione di un sapere, scambiata per bella semplicità (simplex est sigillum veri), è apprezzata e abbastanza ‘richiesta’. Restiamo al caso Boggia. Un decennio prima della sua esecuzione, nel 1852, Boggia era finito nei guai per aver attentato alla vita dell’amico Giovanni Comi armato di un’ascia. Anche in quella circostanza Boggia rese piena confessione, evitò tuttavia la condanna perché «quattro periti medici, delegati a studiarlo, ebbero a dichiarare che il Boggia non era da ritenere contabile della propria azione» («La gazzetta medica italiana. Lombardia», vol. 21, p. 100). Quando quasi dieci anni più tardi la giustizia tornò a occuparsi di Boggia, adottò un provvedimento stravagante: richiamò quei medesimi periti «a soggiungere qual giudizio avrebbero dato nel 1852, se invece delle basi di fatto in allora additate, avessero avuto quelle ben differenti che il giudice poteva di presente somministrare». Va da sé che «essi dichiararono che in tal caso avrebbero tenuto il Boggia responsabile del suo operato, dando così un giudizio opposto a quello che già avevano pronunciato». Non un sapere che si emenda ma un sapere chiamato a confermarsi, nella sua coerenza o semplicità, in grazia di elementi sopraggiunti con dieci anni di ritardo. E qui torno a Bergson, al suo saggio. Scrive Bergson: «Noi non vediamo le cose stesse; ci limitiamo, il più delle volte, a leggere le etichette incollate su di esse» (op. cit., p. 92). Questa semicecità, questa miopia della ‘conoscenza’, aggravata o prodotta dal linguaggio, impedisce forse al sapere e ai suoi detentori di scorgerne gli effetti comici o quasi comici.