lunedì 9 gennaio 2017

Spigolature (quasi una rubrica)

Immagine di Thomas Bossard
Penso che la metafora del pomodoro (vedi qui https://goo.gl/Vko1uX ) sia fuorviante. I ‘sapori’ hanno una loro storia congetturale anche per chi ha vissuto a lungo e ricorda l’arrosto della bisnonna (accontentandosi, in verità, del fumo). Non è un caso che Proust pigliò – ed elesse – la madeleine (un biscotto). Infatti, tutt’al più (tuttalpiù), i sapori riguardano la memoria involontaria. Le ricette ci mettono una pezza.
Per me la scrittura letteraria (potremmo chiamarla, con una punta di snobismo, scrittura d’arte) è (o dovrebbe essere) un corpo a corpo con la scrittura: e cioè con le scritture venute prima. Gadda duella con Manzoni, per esempio. Senza questa ‘lotta’ (o gara o contesa), che arriva allo scippo della parola (per un impiego più proficuo, almeno a livello dell’intenzione, quasi si trattasse di emendare, di rettificare, o di impiegare a maggior profitto), niente letteratura. È questa la ragione per la quale per essere all’avanguardia (mettiamoci pure le virgolette) è necessario guardare indietro. Chi fa tabula rasa del suo passato (e che è un passato ‘proprio’ è evidente quando si vestano i panni dell’artigiano o degli artisti alla vecchia maniera) è, in certa misura, costretto a ripartire daccapo. E non farà che un passo dei passi che quelli che sono venuti prima di lui hanno percorso. Ripartire dall’insegnamento di quelli venuti prima di noi: ecco una ricetta E, nel caso di specie, come dicono i giuristi, leggere e rileggere e rileggere… Non ci si abbrevia il cammino e magari si scriverà da vecchi, ma pazienza…
C’è un pregiudizio abbastanza diffuso: parlo una lingua che tutti capiscono dunque, se scrivo decentemente, tutti dovrebbero apprezzarmi (per i contenuti, per quello che esprimo ecc.). Ma la lingua letteraria è una lingua artificiale di cui bisogna possedere i segreti.

Mi è venuta alla mente una trama di romanzo, lo scampolo di una trama da romanzo. Però non saprei scriverla principalmente per questa ragione: non sono un romanziere. Il romanzo è un organo, e un organo ha canne lunghe trentadue metri e trenta note di pedaliera e registri nel numero di ventotto; e provvedono ventisei atmosfere a muoverlo… e due mani e due piedi. Bando alle ciance. Immagino – è la mia storia – una ragazza, una bella ragazza, che rincasando sia sogguardata… no, sogguardata non va bene… diciamo invece guardata con insistenza e anche importunata da un tipaccio, da un prepotente: specie di boss locale, di mafioso. La ragazza, intimorita e scocciata, la ragazza che ha in progetto di sposarsi (o di unirsi civilmente) con un ragazzo, tiene tutto celato e affretta i preparativi del matrimonio. Dirà: «fo la sfacciata»? Vedremo. Subentrano impedimenta, faccende burocratiche… no, l’ufficiale di stato civile è un prezzolato o un fifone, ha paura del boss ecc.; e il matrimonio salta. Venuto a conoscenza dell’intrigo, il ragazzo (il nubendo) fa le sue congetture e fra queste c’è un sospetto: il sospetto che la (sua) ragazza abbia dato occasione al tipaccio… abbia fatto insomma la smorfiosa (e d’altra parte lei ne arrossirà); ma è un sospetto su cui non si sofferma troppo. Il narratore saprà spiegarci. Facciamola, si fa per dire, breve. Si pensa di ricorrere a un sotterfugio e di concludere il matrimonio in fretta e furia e in segreto. I sotterfugi, si sa, non son belli; e in una storia di buoni e di cattivi non sta bene che a ricorrevi siano i buoni. Si porrà rimedio a ciò accampando l’ignoranza nelle cose del mondo dei buoni (ciò che, nondimeno, li renderebbe al mondo)? La ragazza protesta; il ragazzo s’infuria e paventa gesti estremi (l’ammazzamento del tipaccio). Simula per forzare la ragazza? Nemmeno questo sta bene. E lei, la ragazza, che alla fine cede, è davvero così malcontenta di essere stata forzata? Nemmeno questo sta bene. Il narratore saprà... Bene, chi scriverà questa storia?

Ma Tolkien è di destra o di sinistra? Mi hanno detto di una diatriba – non saprei come altro definirla – tra i piccoli fan(s) degli Hobbit, che dànno anche da noi vita a un fandom, e i non-fan(s); diatriba che ha avuto luogo – e probabilmente ha ancora luogo – sulla pagina del terzo canale della radio che celebra il 125° anniversario della nascita dello scrittore inglese. Ora, se i primi si stropicciano le mani dal contento, per la celebrazione, i secondi domandano, alla radio, di occuparsi di cose più serie: e cioè di una lettura un po’ più letteratura, forse un po’ meno letteratura per i bambini, forse letteratura un po’ meno fantasiosa... A dire il vero, quando ero giovane io, e cioè parecchio tempo fa, Tolkien era simultaneamente scrittore per bambini e scrittore di destra: elfi, folletti, alberi risecchiti, anelli ecc.: tutto un Kitsch medievaleggiante e romanticheggiante lo rendeva appetibile – o forse semplicemente edibile – a quelle due categorie (da categorein, accusare pubblicamente, insultare): quella dei bambini e quella dei membri del Fronte della Gioventù. Si sbagliava all’epoca? È possibilissimo. Kezich contro il «Il secolo d’Italia», per chi ricorda (rimando a uno scritterello di Orecchia). Bene, tralasciando per un momento, e anche definitivamente, il fandom fantasy e tolkieniano, non vi pare che gli argomenti, da una parte e dall’altra, siano un po’ gli stessi? Fantasia vs realtà (il «cogito ergo es» contro il «cogito ergo sum»?); (pseudo)mito vs scienza (economia politica, sociologia…); disimpegno vs impegno…