giovedì 12 gennaio 2017

Viaggiare

René Magritte, Les Rêveries du promeneur solitaire, 1926
Da Berna a Ginevra sono due giorni di cammino; e – possiamo dubitarne? – a percorrerlo è R.W. Il suo tragitto si chiude sull’île Rousseau, ai piedi dell’imponente bronzo di Pradier. Che fa il filosofo troneggiante? Oltracciò – troneggiare – scrive agghindato all’antica. Si leva il cappello, il nostro visitatore, e osserva che è gesto compìto «davanti a quest’irremovibile che suscitò tanto movimento» (La rosa, Milano, Adelphi, 1992, p. 24). In verità, lo sa bene lui, il ginevrino si mosse molto e amò molto viaggiare: «l’ineffable félicité du voyage», dice nelle Confessions. A piedi. Diciannovenne con l’amico Bâcle, un tizio appena conosciuto, da Torino a Chambery, in un viaggio indimenticabile: monti, prati boschi, ruscelli, villaggi «se succédaient sans fin et sans cesse avec de nouveaux charmes». (Ma leggete R.W, e saranno i medesimi incantamenti…). Da Soleure (Soletta) a Parigi, in quindici giorni e poi da Parigi a Lione in… Scrive, rammaricandosi di non aver tenuto «des journaux de mes voyages»: «Jamais je n’ai tant pensé, tant existé, tant vécu, tant été moi, si j’ose ainsi dire, que dans ceux que j’ai faits seul et à pied» (il faut traduire ça ainsi: «Mai ho tanto pensato, mai sono tanto esistito, mai ho tanto vissuto, tanto sono stato me stesso, se posso dirlo, che in ciò che ho fatto da solo e a piedi»). Un ultimo viaggio, a piedi, da Lione a Chambery (nel 1732), per raggiungere maman. Ma nessuna trepidazione, come al solito: «Raccontando i miei viaggi sono com’ero facendoli: non saprei arrivare». R.W. sottoscriverebbe parola per parola. Molto più tardi, tra il 1777 e l’aprile del 1178, darà nuovamente testimonianza di questo suo piacere per le passeggiate solitarie – si trattava ora di passeggiate igieniche attorno a Parigi, l’ultimo voyage datando 1732 – nelle Rêveries du promeneur solitaire. E vi conferma, all’inizio della seconda promenade, un pensiero già consegnato alle Confessions: «Coteste ore di solitudine e di meditazione [quelle delle passeggiate] sono le sole della giornata in cui io sia pienamente me stesso, e per me stesso senza diversioni, senza ostacoli, e in cui possa verosimilmente dire di essere come la natura ha voluto». Addirittura! Qualcuno ricorda come concepì il suo primo Discours (Le Discours sur les sciences et les arts)? Lo concepì mentre si recava a piedi a Vincennes da Diderot, al quale avevano il dato il castello e il parco «pour prison sur sa parole» (Confessions). Qualcosa che sarà anche di R.W., come una corrispondenza tra la scrittura e la passeggiata, affiora qui. (Ma quanto più penoso sarà scrivere per Rousseau che meditava nel letto le sue frasi e le dimenticava puntualmente sedendo allo scrittoio). Rousseau morirà lasciando incompiute le sue Rêveries al rientro da una di quelle passeggiate, a Ermenonville. Monsieur Le Begue de Presle, dottore in medicina della Facoltà di Parigi, così ci ragguaglia sulle circostanze della sua morte: «Giovedì (2 luglio [1778]) si levò di buonora, fece una passeggiata secondo il suo costume sino all’ora di colazione, che fece al solito con del caffelatte preparato dalla moglie, e di cui ella prese una tazza, come pure la sua serva. Subito dopo […]». Subito dopo, insomma, morì di apoplessia. Non molto diversamente morì R.W. il 25 dicembre 1956 nei pressi del sanatorio di Herisau, dov’era ricoverato: e cioè al rientro da una delle sue passeggiate, d’infarto. «Il suo corpo sembra un segno di matita tracciato sulla neve», dice Beppe Sebaste: un grafo su un foglio bianco. Sebaste parla di R.W. in un libro intitolato Panchine (Bari, Laterza, 2008) e verrebbe da dire: niente di meglio di una panchina per riposare nelle soste di una passeggiata. Sebaste è seduto su una panchina ed evoca il nome di Walser. Dove si trova? A Ginevra ovviamente.