venerdì 24 febbraio 2017

Libri bisognosi

Di Agostino Colombo e del suo ricettario non serberemmo memoria se il Doni non lo avesse menzionato nella sua Librarìa (recita il frontespizio del 1550: La libraria del Doni Fiorentino ecc. ecc.) – e cioè nella sua personale ‘bibliografia’. Già, ma chi era questo Agostino Colombo che trova menzione nella libraria del Doni? Un veterinario diremmo oggidì, un veterinario ippiatra per la precisione; un maniscalco o poco di più nel secolo decimosesto. E perché lo cita? Perché suo progetto – del Doni – è quello di dare «cognitione di tutti i libri stampati vulgari» nell’epoca sua; e senza intenzione critica alcuna giacché si sentiva insufficiente a dar giudizio delle buone e delle cattive opere; e neppure voleva farsi dei nemici (come taluni critici di oggidì d’altra parte…). Sull’opera «da medicar cavalli» di Agostino Colombo così scrive il Doni: «Non essendo io maniscalco, non vi saprei dire se le ricette che gl’ha composte son buone, vere; o no. Però anchora questi simil libri ci sono utili, non meno che bisognosi». Libri bisognosi e cioè a dire soccorrevoli: che bella espressione! ― Volevo aggiungere qualcosa sulla commozione indotta da questi ‘salvamenti’ di nomi e di vite – di esistenze – nelle menzioni bibliografiche (o nelle cronache o nei rapporti o dove volete), ma scopro che Agostino Colombo non era un Carneade, un Carneade qualunque; era invece, Agostino Colombo di Sansevero, il medico delle stalle reali di Ferrante I di Aragona, l’autore apprezzato di un De medicina equorum. (Dovrei allora correggere il mio incipit ma non ne ho voglia). Queste notizie le ricavo da una vetusta Storia della medicina in Italia di Salvatore de Renzi (stampata in Napoli nel 1845). Il mio compilatore prosegue citando, assieme al Colombo, tale Clemente Gattola di Gaeta, che fu protomedico del succitato Ferrante I di Aragona e che scrisse un De unitate animae. Non è curioso che si accostino i due medici (e le loro rispettive opere) di Don Ferrando? Intendo: il medico dei suoi cavalli e – si fa per dire – il medico della sua anima… ― Ecco, non vorrei dare l’impressione – darla oltremisura – di essermi smarrito. Di che parlavo più? Dei libri, dei cataloghi, delle bibliografie, delle librarìe; e dei nomi e delle vite… E di come compongano – di come questa librarìa sia – «un giardino di piante odorifere; le quali partoriranno frutti continuamente purgati d’ogni amaritudine». Questa ‘tropizzazione’ torna e ritorna nominando l’origine comune della ‘coltura’ e della ‘cultura’ (e rammentando la pianta quale prima superficie scrittoria). Mi sbaglio? (Certo, a un certo punto si scrisse pure sulla pelle degli animali, sulle pergamene, e l’arte dello scriba si fece… sartoriale). Per analogia e per contrasto l’archivio del Doni mi ha richiamato alla mente quello di Foucault, la sua Vie des hommes infâmes. Qui l’infamia, appunto, l’infamia gettata sugli irregolari, sui balordi, sugli originali; là la fama non sempre imperitura dei letterati, dei filosofi, degli scienziati. Qui e là libri bisognosi, testi bisognosi, esistenze bisognose (in entrambi i sensi).

giovedì 16 febbraio 2017

Se l’omosessuale deve restare una vittima

Per Diego Fusaro ogni estensione dei diritti alle coppie omosessuali demolisce la comunità naturale e primaria della famiglia; è un passo in avanti nella produzione degli individui isolati, «incapaci di parlare e di intendere altra lingua che non sia quella anglofona dell’economia di mercato». L’argomento non persuade e, a tutta prima, appare contraddittorio. Ciò che è peggio è che, per rafforzarlo, Fusaro non esita a ricorrere agli assunti assiomatici ed elementari di un quadro teorico artefatto, quello della cosiddetta teoria del gender, che nei suoi aspetti caricaturali e sfiguranti degli studi di genere (gender theories), di certe analisi di Judith Butler e, più indietro, di Michel Foucault (i miei riferimenti sono incompleti), è stato innalzato ad hoc da certa pubblicistica faziosa e propagandistica.
Ridotta all’osso e nel linguaggio banalizzante, fintamente divulgativo, di un Fusaro, di un Marletta, di una Perrucchietti e di tanti altri, l’ideologia gender (d’ora innanzi IG) negherebbe l’uomo e la donna per spingerli nell’indistinto o, per meglio dire, in quella zona grigia dove le identità sono disponibili, fruibili, intercambiabili, oggetto di ‘consumo’. Dissolutrice dei legami, incapace di dinamiche compensative, l’IG produrrebbe una fondamentale liquidità sociale, nel senso di Bauman, perfettamente congruente al mercato globale. Di qui, va da sé, la centralità dell’omosessualità – e non dell'eterocentrismo  nelle discussioni a senso unico sull’IG. È una centralità non accidentale. L’omosessualità è il focus imaginarius a partire dal quale il discorso dei sedicenti critici del genderismo acquista una sua improbabile coerenza. L’omosessuale è (sarebbe), infatti, il prodotto ‘privilegiato’ dell’IG: ‘scegliendo’ la propria identità di genere, negando la priorità onto-biologica del proprio sesso, l’omosessuale (e con lui la lesbica, il drag, il trans) è il prototipo della intercambiabilità dei generi. La scelta sarebbe però una scelta dimidiata e forzata, ideologica appunto, e avverrebbe fra le offerte disponibili sul ‘mercato’. Non si tratta allora di condannare moralmente l’omosessuale, che, lo si sente ripetere fino alla nausea, va accettato e accolto, ma di attribuirgli lo status ambiguo di vittima di un sistema, quello del mercato globale, o del capitalismo assoluto alla Fusaro, che lo forza ad acquisire un’identità-prodotto, un’identità che è un oggetto di consumo. (Accettate queste premesse si capisce perché Fusaro respinga l’estensione dei diritti alle unioni tra persone dello stesso sesso).
La perniciosità di questi argomenti è evidente; chi li definisce ‘omofobi’ non cade in errore ed è inutile che, su questo punto, Fusaro si mostri tanto irritabile. La reductio dell’omosessuale a ‘prodotto commerciale’ mira a estrometterlo come soggetto politico; indifferente ai costi che, in termini di impegno, di sofferenza, di dolore, l’attribuzione-assunzione dell’etichetta di perverso attribuitagli dalla medicina delle perversioni del XIX secolo – con i suoi tristissimi effetti: dalle cure mediche ai programmi dell’eugenismo, dal razzismo di stato alle persecuzioni naziste, come insegna Foucault – ha ingenerato, questa reductio misconosce, quando non nega tout court, l’ardua battaglia dell’emancipazione Un’emancipazione che è passata per il rovesciamento di una categoria medico-psichiatrica in una forma identitaria ricca, plurale, pluridimensionale (non schiacciata sulla sessualità) e socialmente riconosciuta.
Non si capisce nulla del cosiddetto orgoglio omosessuale (fierezza omosessuale) se non si tiene conto di questo processo e di questi gesti concretamente politici e creativi di cultura. Produrre forme di vita e di cultura omosessuali (un tema su cui ha insistito Foucault) è stato ed è il programma non scritto di tutte le battaglie di emancipazione. Ma oggi più di ieri si tratta di consolidare le conquiste e di fare un passo in avanti. L’appello oggi avanzato per il riconoscimento delle unioni omosessuali è il gesto politico con il quale si chiede la tutela di quelle varianti creative dei rapporti familiari prodotte dalla cultura omosessuale che, senza protezione, restano vulnerabili e fragili.
Ciò che c’è di davvero violento nelle affermazioni degli anti-gender sull’omosessuale sta tutto nel volerlo ancora e sempre vittima; nel perpetuare il suo destino di vittima. Che dicano quel che dicono e scrivano quel che scrivono per interesse personale, per il proprio tornaconto, può suscitare ilarità o disprezzo e, alla fin fine, poco importa. Ciò che rimane è l’ennesima ferita.

venerdì 10 febbraio 2017

Garota de Ipanema

Mentre suono – per me, unicamente per me – ‘Garota de Ipanema’, al pianoforte, ripenso al rapporto Censis sulla vita erotica degli adolescenti italiani. Di cui non m’importa nulla, ovviamente. E infatti, per essere sinceri fino in fondo, non penso affatto a quel rapporto sibbene a quello che ne conta su (racconta) Antonio Gurrado. Dice G.: vent’anni fa – quando G. era adolescente ed io già anziano – le ragazze si domandavano: «Perché un ragazzo quando deve baciare una ragazza si tira indietro?»; oggi invece: «In cosa consiste l’inseminazione artificiale?». E ne trae tutta una lezione – per i trentenni come lui – che né si sposano né figliano. Perché già lì, nella domanda sollevata vent’anni fa sul «misterioso strato dell’animo umano che fa recedere dall’istinto» … Istinto? Be’, certo, quello naturale che Iddio ci ha dato: per naturalem industriam le femmine tempore se praeparant ad partum eo modo quo facilius possit partus emitti… D’accordo, sta parlando, il buon Tommaso d’Aquino, degli animali, delle loro femmine che incurvantur ad fetum ecc. ecc., ma se è un misterioso strato dell’animo umano a farci recedere da qualcosa… L’istinto animale è in quel ‘deve’ della domanda; l’animo umano (il suo strato misterioso) ricusante è nell’atteggiamento del ragazzo che, appunto, si tira indietro. Insomma l’istinto di ingravidare (e di partorire) trova un ostacolo in una sostantività umana tutta animica (o quasi). Sai dove partoriscono le camosce? domanda Tommaso. Sono esseri minuti, abitano in luoghi petrosi (in locis petrosis habitant) e lì vi partoriscono (pariunt), infra le pietre. Gli uomini non vi hanno accesso, a quei luoghi, e per questo si domanda: Nunquid nosti tempus partus ibicum in petris? Ciò che significa che agli uomini ciò è ignoto per (a causa delle) le asperità del luogo (propter asperitatem locorum). La natura è asperrima e gli uomini ne sanno poco e talvolta la ignorano del tutto. E la ragazza di Ipanema? Che ne sa la ragazza di Ipanema? Non c’è fretta laggiù (come in Brianza, d’altra parte: Ipanema o la Brianza, Parigi o Zanzibar…): c’è il mare, c’è il sole; i ragazzi baciano e le ragazze pure. La ragazza di Ipanema è molto più… più urbana, più civile: né istinto (non partorisce fra le pietre, usa i contraccettivi e persino i preservativi) né animica (sa farsi baciare e deplora i misteri, i misticismi), pratica una sottile arte dei piaceri (una ars erotica). Bref: col piffero che pensa a figliare o a sposarsi… E se non è come gli adolescenti del Censis è solo perché gli adolescenti del Censis sono spesso stupidi sapendo poco o punto delle malattie sessualmente trasmissibili.

... e sulla letteratura cala il sospetto…

Qualcosa può «esistere senza diritto», dice Bacchin, ed essere persino «universalmente condiviso». Un errore, per esempio: esistente, persistente, condiviso, ‘partecipato’. Non è ininfluente che lo si sappia (come) errore. Saperlo come tale e non giustificarlo – come momento e transito verso qualcos’altro –; dargli in soprappiù pubblicità, significa agire da… Mi veniva ‘ideologo’ ma gli ideologi sono più spesso irretiti nel loro errore e la loro (buona) fede, in questi casi, non si discute. Però possiamo pensare anche a ideologi in cattiva fede: e cioè senza una fede (in ciò che sostengono). Cesare e Cicerone, con i catilinari il primo e contro Rullo il secondo, furono forse ideologi in cattiva (mala) fede. Il ‘caso’ dell’ideologo in malafede è interessante e c’è da domandarsi se, nella presunta età (epoca) della fine delle ideologie (o delle narrazioni, delle grandi narrazioni), le modeste carature politiche attuali non siano dei casi appunto di quel genere lì; e lo ‘spaccio’ di ticket (nel senso di H. e A., e dunque di repertorî di slogan) la dice lunga. Ma sulla tristitia del momento politico non voglio insistere. Però «in tristitia hilaris» (è un motto di Bruno): l’esposizione dell’errore ha una sua ‘piena’ legittimità nella fiction (parola su cui occorrerebbe spendere qualche parola…) giacché nella fiction la domanda attorno alla legittimità (e alla provenienza) viene sospesa. Allora l’esposizione dell’‘errore’, qui tra virgolette, avviene sotto la clausola di una sospensione dell’incredulità che viene data per scontata. Se per esempio sostengo la teoresi (erronea) che le rivoluzioni siano preparate dai vecchi e che siano i giovani a condurle a termine tornando ex abrupto ai principi, alla legge; e che insomma i giovani sono conservatori e i vecchi rivoluzionarî o casuisti (il che è lo stesso, per paradosso); se dico tutto ciò per giungere ad affermare che i giovani sono molto vicini «alla irrealtà, alla povertà del sognare»; se dico tutto ciò in un romanzo (come fa Boine ne Il peccato) – non sospenderò le mie critiche, non farò una ἐποχή, seguendo il ragionamento fino in fondo? Sappiamo tutti che il ‘critico’ delle idee espresse dal personaggio di un romanzo fa la figura dell’illetterato: non sospendendo la propria credulità finisce per essere credulo – o per credere alla povertà del sogno senza vedere la povertà né il sogno (né il sogno che per lui, aggiunge ovviamente Bacchin, è la realtà). Ma ciò significa che il ‘letterato’ (e cioè il lettore autentico) finisce per dubitare, in un modo o nell’altro della «pretesa della letteratura alla conoscenza» (Todorov); e sulla letteratura cala il sospetto…

Spigolature (quasi una rubrica)

Forse sui cosiddetti social è un po’ come parlare da soli a voce alta (metteteci le virgolette e dove vi pare). Fatti che non racconteresti agli intimi, ecco che li sciorini costì. Perché se non è uno sfogatoio e, al medesimo tempo, un rassicurarsi (un prendersi cura di sé)… Certo, con la speranza, o il timore, che qualcheduno, alieno (marziano), amico o nemico, un perfetto rompiballe, sospenda il tuo soliloquio. Penso a tutto ciò perché penso ai dialoghi di Rousseau; e al fatto che si fece in tre per venire a capo… Cercate di capire i miei puntini di sospensione! Venne a capo di qualcosa? Non è forse vero che Jean-Jacques uscì a prendere un po’ d’aria, a un certo punto?

Il premier Gentiloni – dall’ospedale, suppongo – ha firmato il via libera ai nuovi LEA (livelli essenziali di assistenza pubblica). Vaccini gratis per tutti e l’eterologa gratis per chi non si rassegna all’estinzione.

Ho rischiato l’osso del collo ma mi sono procurato la legna per la notte. Ora potrò leggere fino a domattina accanto al fuoco; giacché «è morte per le anime divenire acqua».
Una lastra di ghiaccio, che non ho rimosso, mi separa dalla legnaia, e fino a oggi mi sono divertito a rischiare una caduta con il mio carico. Non è vero che i piaceri subito fruibili si gustano non senza che siamo tentati di abusarne oltre ogni discrezione?
Non si possono portare due meloni sotto un sol braccio, però sopra un sol braccio si possono portare alquanti pezzi pedagnoli o tondelli. Ho pensato anche a questo.

Non mi dispiace l’inverno e amo il mio letargo. La primavera è impegnativa: ti costringe a sgambate, a biciclettate; insomma a uscire per prender aria, a riprodurti. In ogni modo non sopporterei una monotonia equatoriale (d’accordo, c’è la stagione delle piogge).

Ficcare la testa in una biblioteca e restare sull’uscio… non è una bella parola questa? Alludo alla parola ‘uscio’; anzi, non vi alludo punto. Usci di avorio e finestre di zaffiro, usci forzati o riserrati. C’è chi attacca pensieri alla campanella dell’uscio: e cioè si dà bel tempo, senza briga di checchessia. Quanti pensieri in una biblioteca: il campanello tintinna in continuazione. Si può restare sull’uscio di una biblioteca? Forse se si è sbagliata la strada alla ricerca della toilette o della cucina; sennò o dentro o fuori. Conosco persone alle quali le biblioteche non mettono nemmeno disagio: ne ignorano quasi l’esistenza. Altre alle quali lo mettono perché vi sono state introdotte a forza: i danni della scuola dell’obbligo. Ma non le biasimo, le prime, e nemmeno le seconde, se hanno altro per la testa o altrove: una carriera di scrittore, il mercato azionario, sogni penosi o stucchevoli, l’appetito o la fame… Non so se debbo stare a spiegare cosa intendo con ‘o dentro o fuori’ e, in ogni caso, non ho più tempo: vo a preparare gli spaghetti alle vongole: ne ho letta la ricetta in una rivista di fanteria.

 Pensavo che il biliardo fosse un esperimento fortunato di David Hume.

Quale esempio del platonismo di Hofmannsthal alcuni commentatori adducono il fatto che abbia preposto a Ad me ipsum il seguente esergo di Gregorio da Nissa: «Quocirca supremae pulcritudinis amator quod jam viderat tamquam imaginem eius quod non viderat credens, ipso frui primitivo desiderabat». Trovo molto divertente che si accordino su quel benedetto platonismo menzionando un esergo.
Sul ‘bisogno di mondo’ (e cioè dove H. non è più ‘platonico’) penso a Elektra: vi entra, nel mondo, con l’azione; meglio, vorrebbe entrarci con l’azione; un’azione da nulla: scannare la madre ecc. Crisotemide, la sorella di Elektra, in tutt’altra maniera: e cioè facendo un bambino; vorrebbe restare in cinta (in cinta del mondo disse una volta Gould suonando il passaggio straussiano).

Una presunzione corrente vuole che lo sragionatore possa e debba essere ricondotto alla ragione, alla placida ragione, con un discorso razionale (‘logico’): e cioè (anche) invitandolo a un simile discorso; invitandolo a ragionare. È vero invece che nemmeno quelli che ‘ragionano’ spesse volte fanno discorsi razionali e che nel quotidiano pensano saltabeccando, saltando di palo in frasca. Tornando allo sragionatore, quando lo si volesse chetare, ridurlo a miti consigli, sussurrargli una berceuse.

Riprendo in mano il volume di Conversazione in Sicilia di Vittorini. Amo Conversazione in Sicilia di Vittorini e amo questo volumetto einaudiano (collana NUE). Proviene, il volumetto, dal solito mercatino dell’usato; prezzo: 2 euro. Tutte le volte che lo riprendo in mano per una rilettura spiccia o meditata mi si squaderna su una certa pagina dell’introduzione di Sanguineti. Il vecchio proprietario (del volumetto) doveva essere un tipo diligente, scrupoloso. Lo do per morto giacché non riesco a immaginare che possa essersene liberato dopo la pedante e meticolosa glossatura (la parola esiste) cui lo ha sottoposto. Per esempio sotto il nome di Edoardo Sanguineti leggo (e leggo tutte le volte perché è lì che mi si squaderna): «Scrittore italiano genovese».

Fra le quattro infermità cortigiane dell’uomo, Luis Lobera de Avila, medico di sua Maestà, colloca la sciatica. E consiglia un vomitivo: vomitivi vagliono (sic!) a preservare dalla sciatica; e giovano a curarla. Soffrendone, in questi giorni, mi sono limitato a rimediare un Oki dal macellaio qui all’angolo; qui all’angolo, sulle rive del Verbano.

giovedì 2 febbraio 2017

Il giovane critico

Thomas Bossard - La marelle
Il giovane critico, l’epa avvolta in magliette o maglioni, detesta la camicia; il giovane critico, barbuto e arruffato, occhialuto, miope, un sorriso smagliante e la noja nella ruga della fronte, detesta la propria voce che chiama – definisce – fessa; Il giovane critico… siede scomposto. Sempre. Si tratti della sedia di una trattoria dove mulina le braccia in lieti conversarî, di quella conferenziale delle sedute conferenziali, dove mulina le braccia… Talvolta siede per terra, per essere più informale, per somigliare allo studente in salopette con la tracolla floscia. 
Il giovane critico invecchia irrimediabilmente ma resta giovane anche a trentacinque o a quarant’anni. Anche a quarantacinque. (E, d’altra parte per tutti è e resta un giovane critico). È un Puer aeternus; ed anche un Kulturkritiker polifonico e cacofonico. Si diverte – e (si) perverte – nel rovesciare i giudizî critici consolidati: quello che sta in alto lo sposta in basso; quello che sta in basso, in alto. Ed è questa meccanicità a insospettire. Una volontà programmatica il cui programma è arrivare: il giovane critico è un arrivista. Ha dei maestri, il giovane critico, che ama e che rispetta; ai quali s’ispira. Sono un po’ come lui: polemici, sarcastici... Però a tutto ciò essi sono giunti tardi, quando il ‘demi-monde’ della cultura – lasciatemi scrivere così – ha cominciato a trovarli superflui: superflui fra i superflui.
Il giovane critico è sempre, alla sua maniera, critico militante. Che significa critico militante? Non vorremo davvero porci un simile interrogativo e (soprattutto) provare a rispondervi! Non ne usciremmo vivi. (Ecco una maniera per uscirne senza sfigurare troppo). Il giovane critico militante sa pestare i piedi ‘giusti’ benché talvolta gli capiti di pestare quelli ‘sbagliati’: in quest’ultimo caso non se ne dispiace troppo, trovandovi l’occasione per reclamizzare la propria ‘obiettività’. S’è detto che il giovane critico vuole ‘arrivare’; aggiungo che vuole passare alla storia: e in ciò è confortato da una frase di René Wellek: «La critica non può essere estromessa dalla storia letteraria».