venerdì 10 febbraio 2017

... e sulla letteratura cala il sospetto…

Qualcosa può «esistere senza diritto», dice Bacchin, ed essere persino «universalmente condiviso». Un errore, per esempio: esistente, persistente, condiviso, ‘partecipato’. Non è ininfluente che lo si sappia (come) errore. Saperlo come tale e non giustificarlo – come momento e transito verso qualcos’altro –; dargli in soprappiù pubblicità, significa agire da… Mi veniva ‘ideologo’ ma gli ideologi sono più spesso irretiti nel loro errore e la loro (buona) fede, in questi casi, non si discute. Però possiamo pensare anche a ideologi in cattiva fede: e cioè senza una fede (in ciò che sostengono). Cesare e Cicerone, con i catilinari il primo e contro Rullo il secondo, furono forse ideologi in cattiva (mala) fede. Il ‘caso’ dell’ideologo in malafede è interessante e c’è da domandarsi se, nella presunta età (epoca) della fine delle ideologie (o delle narrazioni, delle grandi narrazioni), le modeste carature politiche attuali non siano dei casi appunto di quel genere lì; e lo ‘spaccio’ di ticket (nel senso di H. e A., e dunque di repertorî di slogan) la dice lunga. Ma sulla tristitia del momento politico non voglio insistere. Però «in tristitia hilaris» (è un motto di Bruno): l’esposizione dell’errore ha una sua ‘piena’ legittimità nella fiction (parola su cui occorrerebbe spendere qualche parola…) giacché nella fiction la domanda attorno alla legittimità (e alla provenienza) viene sospesa. Allora l’esposizione dell’‘errore’, qui tra virgolette, avviene sotto la clausola di una sospensione dell’incredulità che viene data per scontata. Se per esempio sostengo la teoresi (erronea) che le rivoluzioni siano preparate dai vecchi e che siano i giovani a condurle a termine tornando ex abrupto ai principi, alla legge; e che insomma i giovani sono conservatori e i vecchi rivoluzionarî o casuisti (il che è lo stesso, per paradosso); se dico tutto ciò per giungere ad affermare che i giovani sono molto vicini «alla irrealtà, alla povertà del sognare»; se dico tutto ciò in un romanzo (come fa Boine ne Il peccato) – non sospenderò le mie critiche, non farò una ἐποχή, seguendo il ragionamento fino in fondo? Sappiamo tutti che il ‘critico’ delle idee espresse dal personaggio di un romanzo fa la figura dell’illetterato: non sospendendo la propria credulità finisce per essere credulo – o per credere alla povertà del sogno senza vedere la povertà né il sogno (né il sogno che per lui, aggiunge ovviamente Bacchin, è la realtà). Ma ciò significa che il ‘letterato’ (e cioè il lettore autentico) finisce per dubitare, in un modo o nell’altro della «pretesa della letteratura alla conoscenza» (Todorov); e sulla letteratura cala il sospetto…