giovedì 2 febbraio 2017

Il giovane critico

Thomas Bossard - La marelle
Il giovane critico, l’epa avvolta in magliette o maglioni, detesta la camicia; il giovane critico, barbuto e arruffato, occhialuto, miope, un sorriso smagliante e la noja nella ruga della fronte, detesta la propria voce che chiama – definisce – fessa; Il giovane critico… siede scomposto. Sempre. Si tratti della sedia di una trattoria dove mulina le braccia in lieti conversarî, di quella conferenziale delle sedute conferenziali, dove mulina le braccia… Talvolta siede per terra, per essere più informale, per somigliare allo studente in salopette con la tracolla floscia. 
Il giovane critico invecchia irrimediabilmente ma resta giovane anche a trentacinque o a quarant’anni. Anche a quarantacinque. (E, d’altra parte per tutti è e resta un giovane critico). È un Puer aeternus; ed anche un Kulturkritiker polifonico e cacofonico. Si diverte – e (si) perverte – nel rovesciare i giudizî critici consolidati: quello che sta in alto lo sposta in basso; quello che sta in basso, in alto. Ed è questa meccanicità a insospettire. Una volontà programmatica il cui programma è arrivare: il giovane critico è un arrivista. Ha dei maestri, il giovane critico, che ama e che rispetta; ai quali s’ispira. Sono un po’ come lui: polemici, sarcastici... Però a tutto ciò essi sono giunti tardi, quando il ‘demi-monde’ della cultura – lasciatemi scrivere così – ha cominciato a trovarli superflui: superflui fra i superflui.
Il giovane critico è sempre, alla sua maniera, critico militante. Che significa critico militante? Non vorremo davvero porci un simile interrogativo e (soprattutto) provare a rispondervi! Non ne usciremmo vivi. (Ecco una maniera per uscirne senza sfigurare troppo). Il giovane critico militante sa pestare i piedi ‘giusti’ benché talvolta gli capiti di pestare quelli ‘sbagliati’: in quest’ultimo caso non se ne dispiace troppo, trovandovi l’occasione per reclamizzare la propria ‘obiettività’. S’è detto che il giovane critico vuole ‘arrivare’; aggiungo che vuole passare alla storia: e in ciò è confortato da una frase di René Wellek: «La critica non può essere estromessa dalla storia letteraria».