venerdì 10 febbraio 2017

Spigolature (quasi una rubrica)

Forse sui cosiddetti social è un po’ come parlare da soli a voce alta (metteteci le virgolette e dove vi pare). Fatti che non racconteresti agli intimi, ecco che li sciorini costì. Perché se non è uno sfogatoio e, al medesimo tempo, un rassicurarsi (un prendersi cura di sé)… Certo, con la speranza, o il timore, che qualcheduno, alieno (marziano), amico o nemico, un perfetto rompiballe, sospenda il tuo soliloquio. Penso a tutto ciò perché penso ai dialoghi di Rousseau; e al fatto che si fece in tre per venire a capo… Cercate di capire i miei puntini di sospensione! Venne a capo di qualcosa? Non è forse vero che Jean-Jacques uscì a prendere un po’ d’aria, a un certo punto?

Il premier Gentiloni – dall’ospedale, suppongo – ha firmato il via libera ai nuovi LEA (livelli essenziali di assistenza pubblica). Vaccini gratis per tutti e l’eterologa gratis per chi non si rassegna all’estinzione.

Ho rischiato l’osso del collo ma mi sono procurato la legna per la notte. Ora potrò leggere fino a domattina accanto al fuoco; giacché «è morte per le anime divenire acqua».
Una lastra di ghiaccio, che non ho rimosso, mi separa dalla legnaia, e fino a oggi mi sono divertito a rischiare una caduta con il mio carico. Non è vero che i piaceri subito fruibili si gustano non senza che siamo tentati di abusarne oltre ogni discrezione?
Non si possono portare due meloni sotto un sol braccio, però sopra un sol braccio si possono portare alquanti pezzi pedagnoli o tondelli. Ho pensato anche a questo.

Non mi dispiace l’inverno e amo il mio letargo. La primavera è impegnativa: ti costringe a sgambate, a biciclettate; insomma a uscire per prender aria, a riprodurti. In ogni modo non sopporterei una monotonia equatoriale (d’accordo, c’è la stagione delle piogge).

Ficcare la testa in una biblioteca e restare sull’uscio… non è una bella parola questa? Alludo alla parola ‘uscio’; anzi, non vi alludo punto. Usci di avorio e finestre di zaffiro, usci forzati o riserrati. C’è chi attacca pensieri alla campanella dell’uscio: e cioè si dà bel tempo, senza briga di checchessia. Quanti pensieri in una biblioteca: il campanello tintinna in continuazione. Si può restare sull’uscio di una biblioteca? Forse se si è sbagliata la strada alla ricerca della toilette o della cucina; sennò o dentro o fuori. Conosco persone alle quali le biblioteche non mettono nemmeno disagio: ne ignorano quasi l’esistenza. Altre alle quali lo mettono perché vi sono state introdotte a forza: i danni della scuola dell’obbligo. Ma non le biasimo, le prime, e nemmeno le seconde, se hanno altro per la testa o altrove: una carriera di scrittore, il mercato azionario, sogni penosi o stucchevoli, l’appetito o la fame… Non so se debbo stare a spiegare cosa intendo con ‘o dentro o fuori’ e, in ogni caso, non ho più tempo: vo a preparare gli spaghetti alle vongole: ne ho letta la ricetta in una rivista di fanteria.

 Pensavo che il biliardo fosse un esperimento fortunato di David Hume.

Quale esempio del platonismo di Hofmannsthal alcuni commentatori adducono il fatto che abbia preposto a Ad me ipsum il seguente esergo di Gregorio da Nissa: «Quocirca supremae pulcritudinis amator quod jam viderat tamquam imaginem eius quod non viderat credens, ipso frui primitivo desiderabat». Trovo molto divertente che si accordino su quel benedetto platonismo menzionando un esergo.
Sul ‘bisogno di mondo’ (e cioè dove H. non è più ‘platonico’) penso a Elektra: vi entra, nel mondo, con l’azione; meglio, vorrebbe entrarci con l’azione; un’azione da nulla: scannare la madre ecc. Crisotemide, la sorella di Elektra, in tutt’altra maniera: e cioè facendo un bambino; vorrebbe restare in cinta (in cinta del mondo disse una volta Gould suonando il passaggio straussiano).

Una presunzione corrente vuole che lo sragionatore possa e debba essere ricondotto alla ragione, alla placida ragione, con un discorso razionale (‘logico’): e cioè (anche) invitandolo a un simile discorso; invitandolo a ragionare. È vero invece che nemmeno quelli che ‘ragionano’ spesse volte fanno discorsi razionali e che nel quotidiano pensano saltabeccando, saltando di palo in frasca. Tornando allo sragionatore, quando lo si volesse chetare, ridurlo a miti consigli, sussurrargli una berceuse.

Riprendo in mano il volume di Conversazione in Sicilia di Vittorini. Amo Conversazione in Sicilia di Vittorini e amo questo volumetto einaudiano (collana NUE). Proviene, il volumetto, dal solito mercatino dell’usato; prezzo: 2 euro. Tutte le volte che lo riprendo in mano per una rilettura spiccia o meditata mi si squaderna su una certa pagina dell’introduzione di Sanguineti. Il vecchio proprietario (del volumetto) doveva essere un tipo diligente, scrupoloso. Lo do per morto giacché non riesco a immaginare che possa essersene liberato dopo la pedante e meticolosa glossatura (la parola esiste) cui lo ha sottoposto. Per esempio sotto il nome di Edoardo Sanguineti leggo (e leggo tutte le volte perché è lì che mi si squaderna): «Scrittore italiano genovese».

Fra le quattro infermità cortigiane dell’uomo, Luis Lobera de Avila, medico di sua Maestà, colloca la sciatica. E consiglia un vomitivo: vomitivi vagliono (sic!) a preservare dalla sciatica; e giovano a curarla. Soffrendone, in questi giorni, mi sono limitato a rimediare un Oki dal macellaio qui all’angolo; qui all’angolo, sulle rive del Verbano.