giovedì 23 marzo 2017

Garçons de café

Tra le predilezioni voluttuarie dei frequentatori di bar e gli stili tutti personali dei baristi – tavoleggianti, servitori di sala, garçons de café, operatori delle catene dei grandi gruppi di ristorazione ecc. –, il cappuccino, la forma-cappuccino. Le predilezioni vengono prima, gli stili, le fisime, dopo, o quasi dopo. Delle predilezioni – l’adagio lo insegna – non si discute. Potrei forse azzardare che sono ghiandolarmente programmate; e aggiungere che, col tempo, diventano tavoli e sedie pieghevoli. Gli stili, l’ho quasi detto, germinano dalle fisime, dai tic, dai riflessi, dall’anatomia, dal corpo in generale (considerate le piccole difficoltà di un mancino alle prese con una macchina concepita per i destrorsi); e poi dalle abitudini, dai ricordi. Gli stili, per dirla con Barthes (Il grado zero della scrittura, Torino, Einaudi, 1982, p. 10), sono «la voce decorativa di una carne sconosciuta e segreta». Considerate, in aggiunta, l’umore del vostro inserviente: la degnazione, gli interpelli brutali, il ‘tu’ inevitabile, gli schiocchi di dita, gli ‘ohe’, gli sbuffi per l’attesa, la familiarità ostentata, la freddezza ostentata, il suo nome di battesimo che echeggia erompendo da bocche sconosciute, o l’‘ehi’ deittico – tutto questo non può che influenzarlo e passare nel suo stile: lo stile non è che «un transfert senza traccia» (ibid., p. 11).
Ora, viene da domandarsi se questa sua condizione di paria cui si aggiunge, in soprappiù, lo spettacolo tragicomico della aggressività ‘alimentare’, non sia la condizione ideale per pensare, per cominciare a pensare. Certo, il cappuccino s’ha da preparare e il caffettista, nella preparazione, si atterrà il più possibile alla forma; forma in cui troverà la pace del lavoro ben fatto e persino il plauso degli avventori che apprezzano sempre la spettacolarità di quella combinazione di operazioni che dà un risultato felice: qualcosa che Barthes paragonerebbe sicuramente alla scrittura di Maupassant o di Zola.
Sto barando con quel condizionale: Barthes paragona effettivamente la scrittura dei naturalisti all’abilità di un operaio che ripari un pezzo delicato (cfr. ibid., p. 50).

(La filosofia e la preparazione del cappuccino, Tricase 2017, pp. 80-81)

sabato 11 marzo 2017

#lafilosofiaelapreparazionedelcappuccino

Alla sua maniera, e cioè come sa fare, ha scritto un libro che ha voluto intitolare La filosofia e la preparazione del cappuccino. Di che parla La filosofia e la preparazione del cappuccino? Be’, intanto del cappuccino di cui fornisce la ricetta, la formula definitiva (e poi della bella intelligenza che consente di riluttare a formule e ricette definitive). È bensì, nullameno, questa Filosofia, un galateo delle forme che vorrebbe mettere al posto l’avventore del bar e fargli la ramanzina quando occorre: farla all’avventore: e cioè al bourgeois, al citoyen, al consumer… all’uomo in generale. Non, forse, esattamente un galateo sibbene un’etica more pragmatico demonstrata o constructa. Infine una satira, una sotie, nel senso di Gide, une œuvre fantaisiste, à fonction ironique et critique (così Gerald Prince), ove appariscono la pigrizia, la bêtise ecc. ecc. Non vorrebbe anticipare troppo e torna all’inizio per precisare che il massimo è un libro scritto nella solitudine, editato nella solitudine, curato in ogni dettaglio nella solitudine, che è il luogo della philosophia e della libertas

#lafilosofiaelapreparazionedelcappuccino

La filosofia e la preparazione del cappuccino è disponibile in tutti gli store online.

lunedì 6 marzo 2017

Bob tripped over his own name: what a boob!

Charlene (nome di fantasia) è assistant manager presso Starbucks; fra i suoi compiti c’è quello di vergare il nome del regular customer – del cliente abituale – sul contenitore monouso.
Charlene confida a Heather Wood Rudulph (del «Cosmopolitan») di divertirsi un sacco a storpiare i nomi sui barattolini: «How often do you intentionally spell someone’s name wrong on his or her coffee cup?» domanda Heather; «Most mornings, I do it just to mess with people». E così, un giorno, Charlene scrive col pennarello il nome «BOOB» sulla tazza di Bob e Bob s’incazza. Per chetarlo gli offrono un drink gratis.
Storpiare il nome proprio non è bello: significa misconoscere l’identità di chi lo porta: after all, it’s personal… Vergando il mio nome, la mia sigla, sopra una pietra, sopra la corteccia di un albero, ne faccio una specie di epigrafe che racconta la mia presenza, il mio passaggio. (Il nome, scriveva Manganelli, «è il gesto iniziale dell’autobiografia»). E pietra e albero diventano un po’ miei. Per i cani che ci pisciano sopra è la stessa cosa. O per la tigre di Michel Serres (si veda sopra p. 65). Proprio Serres (Le Mal propre, Paris, Le Pommier, 2008, p. 26) accenna al nome in calce a un documento, a un foglio, a una pagina, e ci aggiunge un attributo: l’attributo doux, dolce. Ma doux sta anche per morbido, docile, addomesticato. «Signerai-je celles-ci de mon nom doux?» («Siglerò questo con il mio nome addomesticato?»). Oppure ci urinerò sopra? Per segnalare che è mio, che mi appartiene.
Certi cuochi e certi camerieri idrofobi sputano nel piatto del rompicoglioni di turno: firmano il loro piatto o il loro servizio, lo personalizzano; si riappropriano di ciò che non è stato gradito: tempo, impegno, lavoro… Fanno benissimo. Nel film Amici miei diretto da Monicelli, il Necchi (Renzo Montagnani) piscia nella minestra dell’amante della moglie: segnala la sua proprietà; e se ne riappropria. Starbucks, McDonald’s ecc. appongono il loro logo sui contenitori: ci affittano il cibo direbbe Serres, anche quando, in subordine, ci stampigliano sopra il nostro nome.
Allora Charlene, storpiando i nomi, fa un’altra cosa; e i regulars customers dovrebbero esserle grati. Charlene cancella le tracce, le orme, le pedate del loro passaggio, come certi perspicaci che lungo una pista si trascinano dietro un ramo o una fronda. Bob? Bob non è mai stato qui.

(Da La filosofia e la preparazione del cappuccino, pp. 87-88)

domenica 5 marzo 2017

L'indice sulla guancia

Immagine di Gerhard Glück
C’est d’être libertin que d’avoir de bons yeux» (Tartufe, IV, 5), dice Cleante. Potrei parafrasare così: chi ci (colui che) vede è già un libero pensatore. Il che è dubbio, ovviamente. Mi domando allora se, per essere liberi pensatori, s’ha da adottare pose, posture, āsana: ce n’è, si dice, che scongiurano le emorroidi, la costipazione, i cattivi pensieri, l’agitazione (da assumere comunque a stomaco vuoto, raccomanda Sivananda); dunque perché no? — Ho pensato all’indice sulla guancia di Fusaro che pubblicizza il suo Pensare altrimenti. Questa postura non ha nulla di terapeutico benché faccia stare bene chi la adotta: sempreché chi la adotta voglia – ci tenga assai – a passare per un intellettuale, un libero pensatore. Costui, assumendola, è sgravato di una serqua d’incombenze; la prima delle quali è quella di parlare, fare dei discorsi e insomma convincere i proprî interlocutori che si è letto Marx o Gramsci o il Philosophe Inconnu. È sufficiente un gesto: il gesto di un (economico) alfabeto fisionomico. — «Non vi è cosa tanto importante quanto il poter discorrere senza parlare», scriveva un tale. Mi pare eccessivo. L’indice – il dito – indica una direzione, la direzione; ‘sorregge’ la lettura dei bambini; «per aggiungere un effetto tragico», suggerisce Walser, infilarlo «nel naso e frugacchiare su e giù con tale dito. Qualche spettatore piangerà» (Walser, Storie che danno da pensare, Milano, Adelphi, 2007, pp. 50-51)… L’indice – pensateci! – è meno ingombrante di quel braccio di Pompeo che spinse Karen Blixen in Africa (cfr. Blixen, I motti della mia vita, in Dagherrotipi, Milano, Adelphi, 1995, p. 315). Ma la cosa più interessante la dice Jean François Macé, l’autore di L’Histoire d’une bouchée de pain, di Les serviteurs de l’estomac. Di che ci parla Macé? Innanzitutto della pommette, dello zigomo. E dove poggia difatti il nostro indice? Prima indicazione: l’osso dello zigomo è doppio giacché ciascuna guancia ne abbisogna. Domanda: un indice su ciascuna guancia fa ancora (il) pensatore?... Poggiate dunque l’indice sul vostro zigomo e muovetelo verso la sporgenza dell’osso temporale e poi dalla parte opposta, verso l’osso frontale, «à l’endroit où vous avez posé le doigt tout à l’heure». Ecco un altro impiego dell’indice e per giunta sulla guancia: «C’est toute une géographie, comme vous voyez; mais il me semble que j’aurais eu plaisir, quand j’étais petit, à promener le doigt sur ma joue et à pouvoir dire le nom de tout ce qu’il aurait rencontré» (Macé, Les serviteurs de l’estomac, Paris, J. Hetzel, 1875, p. 69). Questo passaggio lo traduco: «È tutta una geografia, come vedete; ma mi pare che mi sarebbe piaciuto, da piccino, passare il dito sulla mia guancia e dire il nome di tutto ciò che vi avrei incontrato». (Pensando all’opportunità di fotografarmi con l’indice sulla guancia per fare la réclame al mio La filosofia e la preparazione del cappuccino).

mercoledì 1 marzo 2017

Jean-Benoît Casterman

Il père – ma forse è un frère appartenendo, il Nostro, alla Communauté des frères de Saint-Jean – il père Jean-Benoît Casterman è un ossuto prete francese ed è l’autore di un libretto intitolato Pour réussir ta vie sentimentale et sexuelle: à toi qui veux aimer et être aimé(e). Il libretto – opuscolo, manualetto – lo ha scritto nel 2006, un secolo fa, lo hanno pubblicato les Editions des Béatitudes, e a nove anni di distanza, dice il sito della congregazione di Saint-Jean (ma sono dieci), è giunto alla sua decima edizione, con sei traduzioni in lingua straniera, di cui una in arabo (in Libano), e con una non meglio precisata versione africana («version africaine»). — Venerdì scorso (il 24 di febbraio) uno studente del lycée privé di Neuilly-sur-Seine (Hauts-de-Seine) ha rivelato su Twitter che Pour réussir ta vie sentimentale et sexuelle ecc. ecc. è stato distribuito a scuola nell’ora di catechismo, che da quelle parti chiamano ‘séances de Formation humaine et spirituelle’. Ovviamente il Liceo si è scusato pubblicamente, cioè con il resto del mondo, e ha messo fine alla distribuzione dell’opuscolo. — Ma che diceva di così terribile il père/frère Casterman da suscitare l’indignazione della comunità? Secondo A. G., sul «Foglio», «nulla di eclatante»: «Padre Casterman ha qualche antiquata idea psicologista riguardo all’omosessualità (dice che è colpa delle madri: ma che cosa non lo è?)». A. G. è distratto, ahimè: Jean-Benoît dice cose più interessanti. P. e., scambiando l’omosessualità per un software, ingiunge: «N’active pas cette tendance en passant à l’acte. Sentir n’est pas consentir»; e spiega: «L’engrenage peur être fatal, car nos actes confirment et développent nos tendances». Ah, la fatalità di questi atti! — Ma che fine ha fatto tutta quell’altra faccenda delle tentazioni? Ha dimenticato il père/frère che i demoni ci mettono sulla via degli ostacoli: i pensieri impuri, e quelle visioni che, dice Atanasio, ci spaventano «imitando donne, belve, rettili, corpi giganteschi ed eserciti nemici»? In fondo era questa la parte più divertente della vita… monastica. Lo psicologismo di Casterman non è soltanto antiquato: è pure dilettantesco e tremendamente nojoso. (Altrove, sui siti di destra estrema, Casterman è più immaginoso; p. e. quando dice che è pur sempre un complotto franc-maçon quello ordito dalle Nazioni Unite).