lunedì 6 marzo 2017

Bob tripped over his own name: what a boob!

Charlene (nome di fantasia) è assistant manager presso Starbucks; fra i suoi compiti c’è quello di vergare il nome del regular customer – del cliente abituale – sul contenitore monouso.
Charlene confida a Heather Wood Rudulph (del «Cosmopolitan») di divertirsi un sacco a storpiare i nomi sui barattolini: «How often do you intentionally spell someone’s name wrong on his or her coffee cup?» domanda Heather; «Most mornings, I do it just to mess with people». E così, un giorno, Charlene scrive col pennarello il nome «BOOB» sulla tazza di Bob e Bob s’incazza. Per chetarlo gli offrono un drink gratis.
Storpiare il nome proprio non è bello: significa misconoscere l’identità di chi lo porta: after all, it’s personal… Vergando il mio nome, la mia sigla, sopra una pietra, sopra la corteccia di un albero, ne faccio una specie di epigrafe che racconta la mia presenza, il mio passaggio. (Il nome, scriveva Manganelli, «è il gesto iniziale dell’autobiografia»). E pietra e albero diventano un po’ miei. Per i cani che ci pisciano sopra è la stessa cosa. O per la tigre di Michel Serres (si veda sopra p. 65). Proprio Serres (Le Mal propre, Paris, Le Pommier, 2008, p. 26) accenna al nome in calce a un documento, a un foglio, a una pagina, e ci aggiunge un attributo: l’attributo doux, dolce. Ma doux sta anche per morbido, docile, addomesticato. «Signerai-je celles-ci de mon nom doux?» («Siglerò questo con il mio nome addomesticato?»). Oppure ci urinerò sopra? Per segnalare che è mio, che mi appartiene.
Certi cuochi e certi camerieri idrofobi sputano nel piatto del rompicoglioni di turno: firmano il loro piatto o il loro servizio, lo personalizzano; si riappropriano di ciò che non è stato gradito: tempo, impegno, lavoro… Fanno benissimo. Nel film Amici miei diretto da Monicelli, il Necchi (Renzo Montagnani) piscia nella minestra dell’amante della moglie: segnala la sua proprietà; e se ne riappropria. Starbucks, McDonald’s ecc. appongono il loro logo sui contenitori: ci affittano il cibo direbbe Serres, anche quando, in subordine, ci stampigliano sopra il nostro nome.
Allora Charlene, storpiando i nomi, fa un’altra cosa; e i regulars customers dovrebbero esserle grati. Charlene cancella le tracce, le orme, le pedate del loro passaggio, come certi perspicaci che lungo una pista si trascinano dietro un ramo o una fronda. Bob? Bob non è mai stato qui.

(Da La filosofia e la preparazione del cappuccino, pp. 87-88)