martedì 18 aprile 2017

Spigolature (quasi una rubrica)

«Every sperm is sacred», ogni spermatozoo è sacro. Emissioni masturbatorie non regolate (unregulated masturbatory emissions), fuori della vagina o delle strutture mediche, verranno sanzionate. La sanzione è pari a cento dollari (100 $). Così recita la proposta di legge di Ms Farrar, proposta che in questi giorni ha fatto un passo innanzi con la prima lettura nella state’s House of Representatives. Siamo in Texas e Ms. Farrar non fa sul serio o fa sul serio solo fino a un certo punto. La sua proposta, infatti, è una provocazione indirizzata a Mr Tony Tinderholt che ha presentato un disegno di legge alla Camera dal titolo «Abolition of Abortion in Texas Act». Mr Tinderholt ha detto al «Texas Observer» che la sua proposta mira a «forzare» le donne a essere «more personally responsible» nel sesso. Insomma, a educarle. Dunque Ms. Farrar, in risposta (risposta ironica, lepida…), propone di educare gli uomini.

C’era una volta un mercante, un ricco mercante; aveva, questo ricco mercante, tre ragazzi e tre ragazze: i suoi figli. Lo avete già capito, si tratta di M.me Le Prince de Beaumont: di quel suo raccontino, La belle et la bête, che tutti abbiamo letto almeno una volta. Qualcuno poi ne avrà vista anche la trasposizione cinematografica (disneyana) che uscì nel 1991. Io, nel 1991, ero già troppo anziano per un film di animazione (Disney); e ora che sta per uscire (sempre produzione Disney) un film live action, come si dice e come leggo, sono a tutt’oggi troppo anziano per rassegnarmi a una trasferta al cinematografo («Pour moi, qui suis vieux e ne puis marcher []». Non so dunque dir nulla sul cartone animato né saprò dir nulla del film; soprattutto ignoro che cosa possa esservi di queer o di gay nel primo; e fino ad oggi ignoravo persino il nome di Howard Ashman, l’autore dei testi delle canzonette. (Povero Howard, l’ennesimo scrittore di cui si continuerà a dire che era gay e che è morto di AIDS!). Il suo nome l’ho letto su «Slate» in un articolo di Marissa Martinelli dedicato alla nuova produzione Disney. Propongo a quelli del «Foglio» di scopiazzarlo aggiustandolo un poco: per esempio sostituendo l’espressione «marketing buzz» con un più diretto «quota gay», a suggerire un ossequio al pol. corr., e cioè a dire al pensiero unico dominante. Lo hanno già fatto? Pazienza. Io mi rileggo in poltrona il conte di M.me de Beaumont e noto innanzitutto che la costosissima istruzione che il buon padre fece impartire ai suoi sei figliuoli non dovette tuttavia essere di primordine se le sorelle maggiori di Belle divennero due presuntuosette che «se moquaient de leur cadette qui employait la plus grande partie du temps à lire de bons livres». Il temperamento è il temperamento; e le due sorelle pagheranno la loro presunzione e quella loro pretesa di trinciare giudizî…

Ecco un paio di frasi che non vorrei leggere in un romanzo: «Il caffè era caldo e aveva il profumo della vita»; «Le coperte avevano l’odore del sole». Le traggo da Flipper 1973 di Murakami. Il fatto che si trovino in una medesima pagina (la 162 dell’edizione Einaudi) peggiora, per me, il momento. Non mi dispiace Murakami e nemmeno questo suo secondo romanzo scritto alla fine degli anni Settanta, ma quelle due frasette… Come suoneranno in giapponese?
Sul caffè sarà che il pensiero più interessante l’ha detto Wittgenstein (Philosophische Untersuchungen, 1953, § 610, tr. it. Ricerche filosofiche, Torino, Einaudi, 1967, p. 209): «Descrivi l’aroma del caffè! – perché non si riesce? Ci mancano le parole? E per che cosa ci mancano? – Ma da dove viene l’idea che una descrizione siffatta debba essere possibile». Dunque l’aroma del caffè è ineffabile. Lo conosceva, questo pensiero, Murakami quando scriveva Flipper 1973 sul tavolo della cucina? Non ha davvero importanza.
Tuttavia nessuno ci impedisce di ragionare in astratto – e cioè, per essere precisi, in concreto – accostando l’ineffabile del caffè di Wittgenstein, del suo aroma, alla specificazione di Murakami. Ne viene che l’ineffabilità dell’aroma del caffè è la vivescenza o la sua imprendibilità ‘organolettica’. Forse per questo suona, la frase di Murakami, banalissima e kitsch. Come banalissima e kitsch suonava l’esclamazione di Tonino Guerra. Del resto dietro il profumo ci sta sempre la puzza; e la vita, nella sua costitutiva labescenza, sdrucciola. Lascio a chi vorrà avanzarle le riflessioni sulla seconda frase e sull’antipatia che forse – forse! – ne scaturisce.


lunedì 17 aprile 2017

Il virtuosismo senza pruderie di Yuja Wang

Parlerò di Yuja Wang e del brutto pezzullo che Mario Leone le ha dedicato su «Il Foglio» l’altro dì (il giorno 11 di aprile, con il titolo Il freddo virtuosismo di Yuja Wang è solo tecnica e cosce al vento). Ma innanzitutto, il 9 di aprile Yuja dichiarava al «The Guardian»: «But if I’m going to get naked with my music, I may as well be comfortable while I’m at it». Con ciò si provava a tappare la bocca ai colli torti che un giorno sì e l’altro pure si lagnano delle sue mise sexy. E mostrava humour e senso dell’ironia. Mettersi spiritualmente a nudo, peraltro praticando la musica che è arte «beautiful and sensual» per eccellenza, indossando un miniabito: c’era maniera più sottile per gettare il sospetto su certo cattivo misticismo in musicis?Avete mai notato che i musicisti, quando rinunciano al frac o allo smoking, vestono spesso una specie di clergyman (lo notava Charles Rosen)? Sono (o vorrebbero passare per) i sacerdoti, i ministri di un rito (sullo spettacolo come rituale cfr. Mary Gluckman, Max Gluckman, On drama, and games, and athletic contest, in Moore and Myerhoff, Secular ritual, Assen, Van Gorcum, 1977, pp. 227-243). «I am not a musician; I am really a rabbi», celiò una volta Bernstein (l’affermazione è riportata in Charles Rosen, Piano Notes. The World of the Pianist, Simon and Schuster, 2002). Nei riti, attraverso la presenza di un mediatore, avviene sempre qualcosa come una partecipazione dell’umano al divino, una comunicazione tra terra e cielo, tra la materia e lo spirito. La dico in maniera molto banale, come potrebbe dirla Julien Ries, per intenderci, giacché i riti svolgono probabilmente un’altra funzione, come accenna Bateson da qualche parte (cfr. Gregory Batson, Una teoria del gioco e della fantasia, in Id., Verso un’ecologia della mente, Milano, Adelphi, 1977, pp. 218 sgg. Max Gluckman, Gregory Batson, aggiungiamo Lévi-Straus…). Ora, noi sappiamo che tutto questo va sospettato profondamente e che dietro l’astrattezza di queste determinazioni c’è la concretezza di un’attività semiotica. E che altro volete che sia la musica se non una specifica attività semiotica? Mario Leone è ossessionato dal corpo di Yuja Wang che considera astrattamente – giacché astratti suono i suoi furori – sotto un duplice profilo: quello dell’automatismo atletico e quello dell’erotismo (dico erotismo benché questa parola mi paia assai impegnativa). Ma procediamo con ordine.
Scrive Mario Leone: «Giovane pianista, dalla tecnica o meglio dalla meccanica delle mani impressionanti. La Wang è esecutrice inarrivabile da questo punto di vista: ottave alla velocità della luce, anche più rapide di quelle della Argerich, incredibile velocità delle dita, possibilità di accedere a qualsiasi repertorio pianistico in particolare quello dall’elevato tasso tecnico. Yuja nasce con il pianoforte nelle mani e cresce in quella grande fucina di roboanti pianisti che la Cina sforna e manda in giro a stupire platee intere». La replica pare che Yuja Wang abbia voluto fornirla in anticipo – un paio di giorni prima – nel già menzionato articolo sul «The Guardian». Così, infatti, dichiarava: «I’m Chinese […] We don’t do guilt. We do zen»; e però andare all’estero, in nord America, all’età di quattordici anni, «it was right for me. I am independent-minded, self-reliant». Con mentori del calibro di Leon Fleisher e Gary Graffman, Yuja Wang ha conosciuto e penetrato il pianismo europeo. Invece il nocciolo della questione – l’arroganza del virtuosismo, la sua superficialità, la sua inessenzialità rispetto all’ethos veicolato dalla musica – è annoso risalendo addirittura a Platone. La radicalizzazione perfetta (compiuta) la colsi nelle parole di un critico musicale (di cui non farò il nome). Secondo il mio critico non c’è strumentista professionista che non sia solo tecnica e niente sentimento; quest’ultimo sarebbe la virtù bensì del dilettante che tuttavia manca di tecnica. Tandem, la musica è sempre ineseguibile; il suo significato sempre inattingibile.
Parliamo ora di sesso. Scrive Mario Leone: «Molte volte, in concerto, è più emozionante guardare le sue gambe che ascoltare le sue dita». E sia chiaro: «Non siamo così babbioni da scandalizzarci di una coscia buttata lì al vento o di un tacco vertiginoso». Bisogna invece notare che Wang «cerca in tutti i modi di concentrare l’attenzione sulla sua persona». E va da sé che non dovrebbe farlo, che dovrebbe votarsi alla musica; mettere a nudo la propria anima piuttosto che il proprio corpo e così via. Questa la piccola morale di Mario Leone; nel ritrattino psicologico (a buon mercato), il fallo, la menda, la sconoscenza dell’ethos (richiesto dal) musicale. Perché il problema – che pensavate? – è ancora il virtuosismo. E così nel terzo di Prokofiev, difficilissimo, «non manca una nota, splendido […] ma non c’è un suono bello, ammaliante. Tutto è buttato nella caciara della velocità»», e cioè nel meccanismo. Di qui «l’assoluta mancanza di gusto nell’interpretazione».
Ormai è chiaro che il corpo dell’interprete, con la sua fisiologia, con le sue abilità, con la sua mimica, con i suoi eccessi istrionici e le sue imperfezioni modali (tutte possibilità semiotiche), res intolerabilis iudicata est. Salvo che non si trasfiguri in corpo ascetico, alonare, trasparente «affinché la gente possa vedere meglio» (laddove, rammentiamolo, «Wang ti abbaglia affinché tu non possa vedere»); salvo che non faccia «corpo con la musica», come diceva Johann Heinrich Gottlieb Heusinger nel suo vetusto Handbuch der Aesthetik (Perthes, 1797, vol. I, p. 178), facendosi dimenticare dagli ascoltatori, facendo dimenticare il proprio ‘gioco’, il fatto di suonare.
Eppure sappiamo che dietro questo misticismo c’è spesso la pigrizia delle abitudini di ascolto, una certa forma di conformismo, di conservatorismo, l’inerzia. E Thomas Bernhard, con il suo Caribaldi, pretendeva «radicalismo e spudoratezza» nell’interpretazione.