venerdì 2 giugno 2017

L’odio sospettoso della debolezza

Michael Sowa
«L’odio dei vecchi, delle donne e dei melanconici è il più sospettoso di tutti, perché essi sono naturalmente più deboli degli altri [La haine des vieillards, des femmes et des mélancoliques est la plus soupçonneuse de toutes, parce qu’ils sont naturellement plus faibles que les autres]». Così Marin Cureau de La Chambre, in Les Characteres Des Passions. L’odio sospettoso della debolezza (il genitivo è soggettivo) ha a che fare con la sopravvivenza, con la sua legge, con la sua cattiveria. Il paragone è con gli animali: persino il leone, prosegue Cureau de La Chambre, quando sente il canto del gallo o lo strepito delle ruote viene assalito dal terrore. Gli animali tutti, anche i più forti, anche i più feroci, ne dànno prova, esempî.
Parlare di sopravvivenza nel nostro primo mondo non è semplice. Un’aberrazione ottica la disallontana in maniera interessata. Innanzitutto il critico – il Kultur-kritiker – non ha (quasi) mai problemi di sopravvivenza. Quando l’interesse non è tartufesco, dà luogo agli apprezzabili appelli umanitari; oppure alle modeste proposte che, decifrate per davvero, appaiono appena più presentabili di quella di Swift. (Mi si perdoni il sarcasmo di queste ultime righe). Solo il critico dentro il mondo o i mondi dei sopravviventi e dei sopravvissuti sa dirci qualcosa di più. Penso agli attivisti, ai terapeuti. Per esempio Frankl ci spiega che nell’universo concentrazionario di Auschwitz, dove la misericordia e la compassione sono espulse, gli interessi superiori azzerati, vige la legge del più forte: «In questa lotta per il pane quotidiano, per mantenere o per salvare la vita, tutti i mezzi erano leciti, anche, purtroppo, i più radicali» (Frankl, L’uomo in cerca di senso: Uno psicologo nei lager, Milano, Franco Angeli, 2017, p. 18). Di qui il senso di colpa dei sopravvissuti.
Ma ciò significa – è implicito nel sin qui detto – che la debolezza non ha (quasi) voce; che l’odio sospettoso della sua lotta quotidiana può ritradursi in lamento, improperio, gesto ribelle, nella grigia risacca della disperazione (l’espressione è di Cesarano), ma (quasi) mai in analisi critica, in critica argomentativa. Quest’ultimo rilievo può sembrare un’assurdità o una ingenuità. Eppure nella pragmatica del discorso, anche del discorso rivendicativo, paghiamo ancora certa (semi)cieca fiducia nella comunicazione razionale, misconoscendone la conflittualità, le intenzioni intimidatorie, gli effetti passionali.
Allora il fallimento dell’empatia non è sempre (o solo) faccenda ‘privata’, afferente alla psicologia degli interlocutori: è invece (anche) faccenda ideologica, culturale, generazionale, antropologica. Ed è precisamente dove c’è conflitto, antagonismo, incomunicabilità, afasia (dove l’empatia fallisce di continuo), che bisogna sospettare una sopravvivenza minacciata o la percezione, magari fallace, di una sopravvivenza minacciata.
Sopra ho detto: odio sospettoso della debolezza; ho aggiunto: il genitivo è soggettivo. Il fatto è che c’è anche un odio sospettoso della debolezza in cui il genitivo è oggettivo; un odio in cui la debolezza è odiata dalla forza. Fra le cose nascoste fin dall’origine del mondo, per dirla con un titolo di Girard, c’è questa: il fatto che la violenza, trasfigurata in tutti modi, è stata alla base della sopravvivenza dell’umanità e del suo sviluppo (cfr. La violence et le sacré, discussion avec René Girard, in «Esprit», Parigi 1973, p. 550-551). Che questa violenza si sia esercitata soprattutto sui deboli o sui malriusciti (nel senso di Nietzsche) è opinabile. L’etologia a questo proposito, non ci insegna nulla. Invece è più interessante, tenendo ferma la combinazione di violenza e sopravvivenza (ai fini della sopravvivenza dell’umanità) osservata anche da Girard, designare la forza come debolezza: e cioè individuare nell’odio del potere (o del potente, del privilegiato, del benestante, del bianco ecc.), per il debole, la sua debolezza (debolezza reale, creduta, scotomizzata…).
Ho detto che la debolezza del debole non ha voce (o quasi). Come stanno le cose nel caso della debolezza del forte? Il forte è capace di un antagonismo recitato, di un antagonismo da operetta; più spesso fa della propaganda e chiama giusto il proprio interesse (come insegnava Trasimaco); infine ricorre al crimine, alla violenza (come ci insegna la storia o il tempus actum).