lunedì 10 luglio 2017

Spigolature (quasi una rubrica)

Come il vecchio abate Liszt vorrei – avrei in animo di – coltivare la Selbstlosigkeit, l’assenza, la dimenticanza di sé. È conciliabile detto esercizio con la presenza sui Social? Ma sui Social io ci sto per chiacchierare con tutti quelli con cui non saprei come chiacchierare. — Certo potrei spedire loro una cartolina: Caro sig. ***, come butta? Che cosa ha pensato quest’oggi pomeriggio? E quella sua preoccupazione proustiana? E quella sua voglia di perle d’Oriente? Il cromo dei suoi paraurti dà ancora quei bagliori che orbano il gatto? — Chiacchierare è un po’ dimenticarsi? Forse lo è prestare ascolto senza battere ciglio, senza inalberarsi; forse lo è mettere a tacere la volontà (quella su cui sproloquiava Schopenhauer e il padre Bartolomeo Beverini prima di lui). — Un aiutino! Un aiutino? Trenta gocce di Valium. Addio e buonanotte!

La Selbstlosigkeit è compatibile con il jogging?

È compatibile la Selbstlosigkeit con la compilazione di un blog?

Ma intanto: la Selbstlosigkeit, spiega qualcuno, è un esserci-per-gli-altri. Liszt, che ho già menzionato in precedenza (Liszt che scrisse una volta a Carolyne «En dépit de la réputation de personnalité effrénée, dont on m’a souvent gratifié autrefois, je crois que la ligne continue de ma vie intérieure est précisément ce manque de Moi, que signifie la Selbstlosigkeit»), Liszt la interpretò giustappunto così: «Sous le rapport musical, l’espère démontrer quelque utilité. Servir autrui est la tâche de ceux qui ne cherchent point leur compte en ce monde».

Oggi mi sono occupato di Schubert e del bucato. Qualcuno potrebbe accusarmi delle peggiori turpitudini.

La Selbstlosigkeit è compatibile con la mummificazione?

Ieri, mentre a bordo della mia spider percorrevo le rive del Verbano (e cioè, a scanso di equivoci, le pubbliche strade comunali, provinciali, statali…), mentre le percorrevo a tutta birra, a una velocità di crociera di 50/60 km/h, e mi incollerivo perché una bionda indomabile sui cinquanta/sessanta a bordo di una cabriolet, di una decapottabile, di una convertibile, mi superava a 100/110 km/h, superava me e la colonna in cui mi ritrovavo incolonnato, rischiando, la bionda indomabile sui cinquanta/sessanta, un frontale con un Ape Car marciante trepidamente nella direzione opposta, mi sono posto la domanda che mi assilla in questi giorni, una delle sue infinite possibili varianti.

Un alemanno in bici. Cercavo un solitario greppo da cui rimirare la plaga comabbiese. Lo trovai perché vi avevano messo una grande insegna. «Pelada», diceva. È franoso e per questo lo festeggiano. Così mi dissero giù in paese. Vi passai serafico la notte.

Muglia il vento fra la polve…

Ogni mattina colloco la piantina di papiro sul davanzale. Un alito di vento, puntuale, ne fa fremere le foglie (che botanicamente si chiamano brattee). È il ‘buongiorno’ del refolo. La piantina ringrazia. Ma di più mi ringrazia la gatta, che allungando pigramente il collo ne mastica una porzioncina.
(Avendo il pollice verde, capita che mi ci debba mettere di buzzo buono per far crepare le piantine).

Comabbio, raccontava il gastronomo del paese – lo chiamo così benché fosse più probabilmente un salumiere o un panettiere –, Comabbio sta in una conca, che altri chiama sella, poiché da un canto esso (il paese) è limitato dal piccolo colle miocenico della chiesuola (dotata di battistero) e dall’altro dai poggi più elevati del monte Pelada (che è di mt. 471). A chiudere il contorno della conca, per così dire, anche due laghi: quello che da Comabbio piglia il nome e quello di Monate. Con la conca, il pizzicagnolo spiegava i tempi delle effemeridi solari e lunari e, soprattutto, certe bizzarrie climatiche comabbiesi. Per esempio certo mugliare del vento attorno alla mia magnolia secolare. Il salumaio non c’è più: ha chiuso bottega da qualche anno. I suoi prosciutti erano buoni, e anche i suoi formaggi erano buoni. Le sue nozioni astronomiche e meteorologiche invece erano abbastanza ordinarie, benché le sue spieghe, coi freghi sulla carta alimentare, avessero una certa quale geometrica eleganza. Mi è tornato in mente, il gastronomo, l’altro giorno, nelle ore antelucane, quando nei pressi del giardino ho sentito la pioggia annunciarsi da lontano; con le nuvole nere, certo, ma pure con la foschia sui greppi e, specialmente, con il fremito dello scroscio in rapido avvicinamento.